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I nostri ricercatori

Dai farmaci epigenetici speranze per il tumore al seno triplo negativo

pubblicato il 14-04-2020

Francesca Reggiani vuole sviluppare una strategia terapeutica alternativa grazie all’impiego di farmaci epigenetici che favoriscono l’attività antitumorale delle cellule Natural Killer

Dai farmaci epigenetici speranze per il tumore al seno triplo negativo

I tumori al seno di tipo triplo negativo rappresentano circa il 15-20 per cento dei casi di carcinoma mammario. Rispetto ad altre forme tumorali, che presentano buona risposta ai farmaci e alla chemioterapia, sono particolarmente aggressivi e caratterizzati da una prognosi spesso infausta. 


Il loro nome deriva dal fatto che le sue cellule non possiedono sulla loro superficie la proteina HER2 né i recettori per gli estrogeni e neppure i recettori progestinici, molecole che sono invece tipicamente presenti nelle altre tipologie di carcinoma mammario. L’assenza di questi «obiettivi molecolari», bersaglio di terapie mirate e di farmaci biologici, lascia come unico trattamento disponibile la chemioterapia, che però possiede efficacia limitata.

Francesca Reggiani, ricercatrice dell’Ausl-Irccs di Reggio Emilia, grazie al supporto di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi si occuperà di sviluppare nuove strategie terapeutiche mirate stimolare l’attività antitumorale del sistema immunitario. Nel corso del suo lavoro, studierà come attivare particolari cellule, chiamate Natural Killer, grazie all’utilizzo di farmaci epigenetici.

Francesca, cosa significa farmaco epigenetico?

«Un farmaco epigenetico è una molecola capace di determinare modificazioni temporanee nel Dna delle cellule tumorali e di modulare, quindi, l’espressione di particolari geni. In questo modo, le cellule tumorali sono indotte a esprimere sulla loro superficie, cioè produrre, molecole maggiormente identificabili dalle cellule del sistema immunitario del paziente. In questo modo, il corpo può “vedere” meglio le cellule cancerose, permettendo a queste di migliorare la risposta antitumorale».

In che modo questi farmaci garantiscono una migliore efficacia terapeutica?                                             

«Questi farmaci modificano l’attività delle cellule immunitarie, aumentando la loro capacità di riconoscere e neutralizzare il tumore. I risultati ottenuti permetteranno di chiarire se i farmaci epigenetici potranno aumentare la capacità delle cellule NK di riconoscere e colpire in maniera specifica le cellule tumorali. Inoltre, questi farmaci saranno sperimentati in combinazione con la chemioterapia, per valutare se siano in grado di aumentarne l’efficacia».

State studiando anche altre strategie per potenziare l’attacco al tumore?

«Sì, il progetto si propone di identificare e valutare l’attività di una serie di geni associati alle cellule NK, che sembrano essere predittivi di risposta alla chemioterapia nelle pazienti con tumore al seno di tipo triplo negativo. Queste caratteristiche potrebbero permettere ai medici di scegliere una terapia in base alle caratteristiche del singolo tumore ed evitare una chemioterapia che potrebbe rivelarsi inutile o addirittura dannosa».

Francesca, descrivici brevemente la tua giornata tipo in laboratorio.

«Dopo aver preso il primo caffè della giornata, controllo la mia casella di posta elettronica, rileggo gli appunti di laboratorio del giorno precedente e comincio a dedicarmi agli esperimenti. In seguito, pranzo con i colleghi, con i quali mi piace scambiare battute e qualche risata. Nel pomeriggio, proseguo con gli esperimenti e comincio ad analizzare i risultati ottenuti. Prima di andare a casa, cerco sempre di leggere qualche articolo scientifico che potrebbe essermi utile per gli esperimenti dei giorni successivi». 
 

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Ho avuto l’occasione di fare due diverse esperienze all’estero: la prima all'Università di Vienna durante la preparazione della tesi di laurea magistrale e, successivamente, come borsista presso un'azienda farmaceutica di Londra».

 

Cosa ti ha spinta a partire?

«Ho scelto di fare queste esperienze per vedere il mondo della ricerca scientifica al di fuori dell'Italia. Volevo essere certa che quella fosse la strada giusta per me, mettendomi alla prova con una realtà diversa e distante rispetto al mondo universitario che avevo visto fino ad allora».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Ti è mancata l’Italia?

«Mi è mancata moltissimo, tant’è che ho deciso di tornare. Tuttavia, consiglierei a tutti gli studenti e ai giovani laureati un’esperienza all’estero in quanto arricchisce moltissimo sia da un punto di vista professionale che personale. Ammetto che è stato difficile trovarmi da sola, lontana dai miei cari, ma tutto ciò mi ha permesso di credere di più in me stessa e di imparare ad affrontare le difficoltà senza timore e con maggiore risolutezza».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Ho capito che volevo lavorare in un laboratorio la prima volta che ci sono entrata, ovvero alle scuole medie durante un corso opzionale di biologia. Ho scelto di fare la ricercatrice perché sentivo il bisogno di fare la differenza, con un lavoro che mi permettesse di avere un impatto positivo sulla vita delle altre persone».

 

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare.

«La mia prima partecipazione a un congresso internazionale. In particolare, ricordo il momento in cui ho potuto discutere i miei risultati con colleghi di prestigiose università americane, i quali hanno mostrato sincero interesse e apprezzamento per il mio lavoro».

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Sono un'inguaribile ottimista e, pertanto, spero di essere ancora una ricercatrice con un mio piccolo gruppo di ricerca da gestire».


Cosa ti piace di più della ricerca?

«La cosa che mi piace di più è la mancanza di una routine. La ricerca è un flusso continuo domande a cui spesso seguono risposte che, invece di portare ad una conclusione, aprono la strada a numerosi altri interrogativi. È un lavoro molto stimolante».


E cosa invece eviteresti volentieri?

«Il precariato e la mancanza di tutela in cui, purtroppo, si ritrovano la maggior parte dei ricercatori».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Curiosità. La scienza e la ricerca nascono dalla curiosità che è intrinseca della natura umana e dà la spinta quotidiana al nostro lavoro».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale.

«Mi hanno da sempre colpita il pensiero e le riflessioni sulla scienza di Margherita Hack. Da donna, ne ho ammirato molto sia il percorso professionale che il profondo impegno civile».

 

Qual è il messaggio più importante che ti ha lasciato?

«La vita va affrontata come una gara, con la voglia di vincere».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto la ricercatrice?

«Se non avessi fatto la ricercatrice in ambito biomedico, probabilmente avrei studiato il comportamento degli animali. Da piccola, avrei voluto diventare un'etologa».

 

Qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca?

«La scoperta di qualcosa di nuovo riguardo a un meccanismo che stiamo studiando è sempre accolto con entusiasmo ed esaltazione da parte di tutto il team di ricerca nonostante sia spesso frutto del lavoro di interi mesi. Noi ricercatori siamo consapevoli che quello che facciamo ogni giorno è solo un piccolo passo verso una meta che, in futuro, potrebbe davvero fare la differenza per la vita di alcune persone».

 

In cosa, secondo te, possono migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Penso che noi scienziati dovremmo migliorare le nostre capacità comunicative con le persone al di fuori del nostro ambito lavorativo. Infatti, la comunicazione è un aspetto essenziale per la scienza e per il mondo della medicina in generale. Una comunicazione efficace aiuterebbe anche nella promozione della ricerca come bene comune e, pertanto, nel suo sostegno».

 

Cosa fai nel tempo libero?

«Amo moltissimo viaggiare e visitare posti nuovi. Adoro preparare e organizzare viaggi in prima persona per cercare itinerari autentici ed un po' meno turistici. Inoltre, mi piace molto uscire con gli amici e con le colleghe del laboratorio».

 

Hai famiglia?

«Vivo con il mio compagno e due gatti».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei hai pianto?

«Per gli incendi in Australia. Mi si è spezzato il cuore nel vedere tutti quelli animali morti o feriti, per non parlare della terribile distruzione degli habitat del Paese».

 

La cosa di cui hai più paura.

«Ho paura di non avere abbastanza tempo per fare tutto quello che vorrei».

 

Sei soddisfatta della tua vita?

«Sì, in questo momento mi ritengo molto soddisfatta, sia dal punto di vista lavorativo sia personale».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare.

«L'egoismo».

 

Il libro che più ti piace o ti rappresenta.

«Amo i romanzi storici, come quelli di Jane Austen».

 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Sono sinceramente onorata di ricevere questa borsa di studio, mi permetterà di svolgere un progetto di ricerca in cui credo molto e che, altrimenti, sarebbe rimasto chiuso in un cassetto. Ringrazio le persone che hanno deciso di donare per permettere a noi ricercatori di continuare a lavorare. I nostri successi sono condivisi con tutti coloro che ci hanno sostenuto e ci sosterranno».  

 


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