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«La mia ricerca per curare i bambini colpiti da un rabdomiosarcoma»

pubblicato il 30-01-2019
aggiornato il 01-02-2019

Claudia Fuoco studia la composizione del rabdomiosarcoma per trovare nuovi obiettivi molecolari e rendere migliori le cure per i bambini colpiti da tumore

«La mia ricerca per curare i bambini colpiti da un rabdomiosarcoma»

Il rabdomiosarcoma è un tumore maligno derivante dalle cellule muscolari striate. Anche se si tratta di un tumore raro (circa il 6-8% di tutti i tumori infantili), si tratta comunque del sarcoma delle parti molli più frequente in età pediatrica. Nonostante la bassa incidenza nella popolazione, il rabdomiosarcoma è un tumore molto aggressivo che può originare in qualsiasi parte del corpo dove siano presenti muscoli striati, e in particolare a livello della testa e del collo, dell’apparato genito-urinario, degli arti e dell’addome. La sopravvivenza complessiva è di circa il 70% perché il tumore è di solito ben responsivo alla chemioterapia, anche se questa percentuale scende molto in presenza di metastasi. Con il sostegno del progetto Gold for Kids, Claudia Fuoco punta a migliorare i trattamenti chemioterapici esistenti. Il suo obiettivo sarà di identificare le popolazioni cellulari che compongono il tumore e che potranno diventare dei bersagli molecolari sensibili ai farmaci.

 

Claudia, in cosa consiste la tua ricerca?

«Nel mio progetto studierò le diverse caratteristiche tra le cellule muscolari sane e le cellule di rabdomiosarcoma. Preleverò campioni umani della neoplasia e di tessuto sano, poi isolerò le singole cellule dall’intero tessuto, e infine userò una serie di anticorpi per marcare, cioè evidenziare, l’espressione di geni e proteine all’interno dei miei campioni. Per guardare le differenze userò uno strumento innovativo chiamato citometro di massa, che consente di compiere analisi su singole cellule confrontando però, contemporaneamente, più campioni. Inoltre mi sarà possibile valutare molti parametri cellulari tutti insieme, fino a 40, attraverso la marcatura con anticorpi fluorescenti. Confrontare i due tessuti non solo consente di scoprire come cambia il tessuto sano, ma anche di identificare le diverse popolazioni di cellule presenti nel tumore e responsabili della sua crescita. In questo modo si otterrà una visione completa della composizione del tumore per ogni singolo paziente».

 

In che modo la conoscenza di questi meccanismi potrebbe essere utilizzata per la cura dei bambini affetti da rabdomiosarcoma?

«Una volta identificate delle particolari popolazioni di cellule dai campioni dei pazienti, proveremo a coltivarle in laboratorio, e su di esse verranno sperimentate delle molecole e dei farmaci chemioterapici. In questo modo potremmo valutare l’efficacia del trattamento in base al tipo di cellule presenti, cioè in base a come è composto il rabdomiosarcoma. In sintesi, potremmo ottimizzare la terapia antitumorale per il rabdomiosarcoma in modo che sia specifica per ogni paziente, migliorandone così salute e qualità di vita».

 

Descrivici brevemente la tua giornata tipo in laboratorio.

«La mia giornata in laboratorio solitamente inizia verso le 9,30. Dopo che ho svolto le mie mansioni da mamma, preparare le figlie e portarle a scuola, riesco ad affrontare il traffico di Roma e arrivare finalmente a lavoro. In genere intervallo momenti di lavoro alla scrivania dove mi siedo davanti al pc per rispondere alle mail, ordinare il materiale per il lavoro e leggere articoli scientifici utili alla mia ricerca, con momenti di lavoro al bancone».

 

Sei mai stata all’estero per ricerca?

«Durante il dottorato nel 2009 sono andata, purtroppo solo per un mese, a Galway in Irlanda. Questa esperienza mi ha permesso di comprendere come si lavora all’estero e di rimanere positivamente colpita dal fatto che noi italiani siamo ricercatori molto preparati. Stando lì ho potuto confrontarmi con altre persone, sia più grandi che della mia età, e questo mi ha permessodi capire che la preparazione e la formazione che riceviamo in Italia non ha nulla da invidiare a quella dei paesi stranieri».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Ho scelto di studiare biologia un po’ per gioco. Al liceo ho ricevuto una preparazione di tipo scientifico, e l’idea era quella di fare Medicina o Veterinaria. Poi il percorso di studi mi è piaciuto molto e iniziare l’attività di laboratorio è stato come avviarmi verso un cammino che in qualche modo “risucchia”. Dico questo perché in realtà non c’è mai stato un momento reale in cui ho capito che la scienza fosse la mia strada… ci sono e basta! Mi piace e spero di continuare a farlo… se la precarietà non vincerà la sfida che io e lei stiamo facendo ormai da diversi anni».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«La libertà di pensiero e la possibilità di pensare che magari, un giorno, il frutto del mio lavoro possa dare un contributo importante alla scienza, non solo in termini di ricerca scientifica e quindi di una buona pubblicazione, ma scoprendo qualcosa di molto utile per la cura e la salute dell’uomo».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Eviterei molto, molto, volentieri il continuo sentirsi sull’orlo di un precipizio, perché non sai mai se domani il contratto possa esserti rinnovato».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«La ricerca è utile per la scienza. La scienza secondo me non cresce, non si evolve senza la ricerca. La voglia di scoprire e di conoscere, che è insita nell’uomo, ha portato a tutto ciò che oggi si sa e che possiamo definire scienza, qualsiasi sia l’ambito al quale ci riferiamo».

 

Cosa fai nel tempo libero?

«Amo molto cucinare e fare shopping».

 

Hai famiglia?

«Sì, sono sposata dal 2010 ed ho due bambine di 6 e 2 anni».

 

Se un giorno tuo figlia ti dicesse di voler fare il ricercatore, cosa le diresti?

«Non potrei impedirgli di scegliere ciò che gli piace: se veramente sente che quella sia la scelta giusta la spingerei a inseguire i propri sogni, raccontandole prima la mia vita e il mio percorso nell’ambito della ricerca per farle capire quali sono le difficoltà e i sacrifici ai quali si va incontro».

 

Con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena?

«Purtroppo non è possibile, ma mi sarebbe piaciuto cenare con Rita Levi Montalcini e questo per chiederle come ha fatto, nonostante tutte le avversità, ad amare la ricerca così incondizionatamente».



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