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I nostri ricercatori

Un vaccino per la cura dell’osteosarcoma

pubblicato il 20-04-2020

La molecola CSPG4 come bersaglio per un futuro vaccino antitumorale per l'osteorascoma. Ecco la sfida della ricercatrice Federica Riccardo

Un vaccino per la cura dell’osteosarcoma

L’osteosarcoma è un tumore maligno raro che ha origine nelle cellule ossee: osteoblasti (cellule che fabbricano le ossa) e osteoclasti (cellule che rimuovono la matrice ossea morta e che rimodellano l’osso conferendogli la forma naturale). L’osteosarcoma colpisce prevalentemente pazienti pediatrici e adolescenti, in quanto si trovano nel periodo di massima crescita dell'osso. Un rapido sviluppo osseo è, infatti, tra i maggiori fattori di rischio: in Italia, si registrano ogni anno circa 700 nuovi casi di tumori maligni dell'osso, di cui il 20-25 per cento è rappresentato da osteosarcomi (circa 110-125 casi all'anno).

L’osteosarcoma è una malattia caratterizzata da una importante complessità genetica, con alterazioni molecolari multiple che rendono difficile l'identificazione di terapie innovative. I principali trattamenti per l’osteosarcoma sono la chirurgia e la chemioterapia, spesso utilizzate in combinazione. Sebbene le terapie abbiano migliorato la sopravvivenza, la maggior parte dei pazienti sviluppa comunque recidive e metastasi difficili da curare, e la prognosi per questo tipo di tumore diviene spesso infausta.


La molecola CSPG4 sembra avere un ruolo cruciale nello sviluppo dell'osteosarcoma e, pertanto, potrebbe essere un potenziale bersaglio per terapie mirate verso le sole cellule tumorali, limitando gli effetti collaterali legati alle cure convenzionali. Su questo aspetto si concentrerà il progetto di Federica Riccardo, biologa e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Torino, sostenuta da una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Federica, raccontaci del tuo progetto.

«Da anni il nostro gruppo di ricerca studia una molecola chiamata CSPG4, nota per avere un ruolo chiave nello sviluppo di diversi tipi di tumore  aggressivo. In particolare, da nostre ricerche passate sul melanoma, abbiamo dimostrato che questa molecola potrebbe essere un potenziale bersaglio per uno specifico vaccino anti-CSPG4, ottenendo un importante effetto anti-tumorale. Pertanto, abbiamo pensato a un’implicazione analoga della molecola nella progressione metastatica dell’osteosarcoma, e di sviluppare un vaccino che potesse essere applicato nella cura di questa malattia».


Come avverrà messo a punto questo vaccino?

«Abbiamo deciso di studiare l’osteosarcoma canino perché anche i cani, come gli uomini, sviluppano spontaneamente tumori e, in particolare, sono state riscontrate numerose analogie tra l’osteosarcoma umano e quello canino. Nel cane, come nell’uomo, questo tumore si manifesta in maniera molto aggressiva e difficile da curare. Vorremmo, quindi, studiare l’efficacia clinica di un vaccino anti-CSPG4 che possa essere applicato per la cura di pazienti canini e umani affetti da osteosarcoma».


Quali sono le prospettive a lungo termine di questa ricerca per la cura dell’osteosarcoma?

«L’obiettivo finale che ci poniamo consiste nel riuscire a sviluppare un nuovo modello di immunoterapia, mediante un vaccino anti-CSPG4, che possa stimolare il sistema immunitario del paziente e la creazione di una memoria immunitaria a lungo termine, al fine di bloccare la progressione della malattia e limitare eventuali recidive».


Federica, descrivi brevemente la tua giornata “tipo” sul lavoro.

«La maggior parte della mia giornata la passo in laboratorio. Pianifico le attività da svolgere in base ai risultati degli esperimenti precedenti, cercando le eventuali modifiche da apportare per ottimizzare la ricerca e raggiungere l’obiettivo finale. Mi dedico poi all’analisi dei dati, alle collaborazioni scientifiche con altri gruppi di ricerca, allo studio e alla scrittura di progetti per ricercare finanziamenti».   


Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Si, durante il dottorato sono stata alcuni mesi presso il Chidren’s Hospital dell’Harvard Medical School di Boston».


Cosa ti ha spinta a partire?

«Sicuramente mi interessava molto il progetto al quale avrei avuto l’occasione di collaborare, ma ciò che più mi ha convinta a partire è stata la mia curiosità. Volevo vedere cosa significasse fare ricerca all’estero in un istituto così prestigioso. Questa esperienza è stata anche una sfida con me stessa, mi ha spronata a uscire dalla mia zona di comfort e a confrontarmi con una realtà competitiva e multiculturale». 


Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Penso che un’esperienza all’estero possa sempre essere importante, soprattutto nell’ambito della ricerca. È sicuramente un’occasione di crescita sotto diversi punti di vista, sia scientifici che personali. Credo anche che possa servire a capire meglio, grazie a un punto di vista più distaccato, gli aspetti positivi e negativi delle università italiane. Ho capito che la nostra formazione è davvero eccellente ed abbiamo ottime basi professionali, riconosciute e stimate dai nostri colleghi esteri».

Ti è mai mancata casa?

«Durante il periodo trascorso all’estero ho avuto modo di conoscere persone fantastiche. Tuttavia, certamente mi è mancata la famiglia e tutti quei legami consolidati, sia dal punto di vista lavorativo che affettivo, che fanno parte della mia quotidianità da tantissimi anni».

Federica, perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Da quando ho iniziato a frequentare la facoltà di biologia, ho sempre pensato che mi sarei dedicata alla ricerca. Sicuramente, il periodo della tesi è stato fondamentale per capire quale strada avrei voluto intraprendere. Ho scoperto il mio grande interesse verso l’oncologia e l’immunologia, argomenti che ho la fortuna studiare ed approfondire durante il dottorato e ancora oggi».


Come ti vedi fra dieci anni?

«Spero di poter continuare a fare ricerca con lo stesso entusiasmo che ho adesso, magari, con un mio gruppo e di riuscire a gestirlo al meglio».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Questo è un lavoro pieno di stimoli, ogni giorno può essere diverso da quello precedente, non si smette mai di studiare cose nuove. Non mancano certamente momenti frustranti ed insuccessi ma, ogni volta che si trova anche solo una piccola, nuova risposta in seguito ad un esperimento “riuscito”, quella soddisfazione è in grado di ripagare tutto. Ci si sente di aver fatto un passo in più, per quanto piccolissimo, verso la possibilità di curare le malattie».

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La precarietà, che rischia di condizionare la ricerca stessa. Purtroppo, i finanziamenti per la ricerca in Italia non sono adeguati e spesso non consentono di portare avanti nel migliore dei modi progetti validi, rendendoci, nella pratica, meno competitivi rispetto ai laboratori esteri. Penso, infatti, che una maggiore continuità lavorativa permetterebbe ai ricercatori italiani di raggiungere più facilmente degli obiettivi a lungo termine».


Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«L’evoluzione di un progetto, prima solo “scritto sulla carta”, e che poi giorno dopo giorno acquista una sua forma, la cambia, fino a diventare poco alla volta qualcosa di più concreto che può cambiare e migliorare la vita delle persone».


Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Probabilmente mi sarei iscritta alla facoltà di psicologia o di neuropsicologia, ma credo che avrei comunque intrapreso un dottorato o un percorso di ricerca anche in quell’ambito».


Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

«Non credo che esista un sentimento antiscientifico, ma penso che spesso il lavoro di chi fa ricerca non sia conosciuto davvero da chi non fa parte del mondo scientifico o accademico. Tale situazione porta, a mio avviso, a una lontananza tra il mondo della ricerca e le persone, quando in realtà la connessione e l’impatto positivo che potrebbe avere sulla vita di tutti è evidente, soprattutto in periodi come questo».

Federica, cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Vorrei ringraziarli, perché grazie al loro contributo è possibile acquistare ciò che serve, come i reagenti e gli strumenti necessari per poter quotidianamente fare nuovi esperimenti che potranno, un giorno, trasformarsi in una nuova medicina, in una nuova tecnica di screening per la prevenzione dei tumori, in un miglioramento della qualità della vita di chi è malato. Il loro sostegno è sinonimo di fiducia nella ricerca, un sentimento tutt’altro che scontato in quanto costituisce un investimento a lungo termine, i cui risultati, probabilmente, non si vedranno nell’immediato ma avranno sicuramente un impatto nel futuro».

 


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