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Una sinergia per il trattamento del mieloma multiplo

pubblicato il 30-05-2016
aggiornato il 06-09-2017

Una nuova combinazione di farmaci per identificare terapie efficaci contro il mieloma multiplo: è l’obiettivo della ricerca di Enrica Borsi, biologa sostenuta dalla nostra delegazione bolognese

Una sinergia per il trattamento del mieloma multiplo

Il mieloma multiplo è un tumore del midollo osseo che colpisce le plasmacellule, cioè le cellule immunitarie derivate dai linfociti B responsabili della produzione degli anticorpi che ci difendono dalle infezioni. È un tumore tipico dell’età avanzata e in Italia colpisce circa 5300 persone ogni anno. Le modalità di trattamento del mieloma stanno rapidamente evolvendosi sulla base di recenti acquisizioni che ne hanno ridisegnato l’eterogeneo profilo clinico-biologico, evidenziando la necessità di utilizzare trattamenti integrati e personalizzati, fondati sull’impiego di combinazioni di farmaci di nuova generazione. Nonostante ciò, il mieloma attualmente è incurabile, a causa delle frequenti ricadute e dello sviluppo di resistenza alla chemioterapia. Enrica Borsi (nella foto), biologa bolognese in forza nel laboratorio di biologia molecolare e cellulare del mieloma multiplo dell’istituto di ematologia «Lorenzo e Ariosto Seràgnoli» del capoluogo emiliano, è una ricercatrice che si occupa proprio del mieloma multiplo. Nel 2016 il suo lavoro è sostenuto grazie a una borsa di ricerca della Delegazione di Bologna della Fondazione Veronesi.

Enrica, parlaci nei dettagli della tua ricerca.

«Negli ultimi anni, la disponibilità di nuovi farmaci - in particolare il carfilzomib (un regolatore del metabolismo cellulare delle proteine) e il pomalidomide (un agente immunomodulante) - ha reso le terapie del mieloma multiplo più efficaci e ha portato a un miglioramento dell’aspettativa di vita dei pazienti. Tuttavia le terapie attualmente utilizzate non permettono ancora, nella maggior parte dei casi, di ottenere una guarigione. Il mio progetto si propone di ottimizzare la terapia anti-mieloma, valutando il possibile effetto sinergico tra pomalidomide e carfilzomib, attraverso il disegno di nuove combinazioni per individuare una finestra terapeutica in cui entrambi i farmaci possano essere utilizzati contemporaneamente».

Quale impatto potrebbe avere in futuro per l’applicazione clinica?  

«Sviluppare nuovi protocolli di trattamento significa aumentare le possibilità di cura, ma soprattutto migliorare la qualità di vita del paziente che non sarà più destinato ad una terapia a vita, ma limitata nel tempo, con anche benefici in termini di utilizzo delle risorse del Servizio Sanitario Nazionale».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«La curiosità è parte fondamentale della mia personalità, fin da piccola. Ricordo molto bene l’unica risposta che mi veniva in mente alla domanda “cosa farai da grande?”: la biologa, rispondevo sempre senza esitazioni».

Come ti vedi fra dieci anni?

«A fare ricerca, più determinata che mai. Non riesco a immaginarmi a fare nient’altro».

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

«È stimolante, fatto di intuito e passione, momenti di forte delusione ma anche di grande soddisfazione. Fare ricerca non vuol dire fare un lavoro solitario in laboratorio o in un ufficio. È una grande impresa collettiva che non ha senso senza persone che si scambiano continuamente informazioni, controllano le affermazioni degli altri, mettono in discussione le proprie conoscenze e quelle altrui. Lavorare nell’ambito della ricerca scientifica significa far parte di una grande comunità internazionale». 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La mancanza di prospettive e soprattutto di riconoscimento da parte della società».

Qual è secondo te la più grande sfida in ambito medico-scientifico dei prossimi decenni?

«La  terapia genica, che consiste nell’introdurre nelle cellule del paziente un gene che permette di curare una patologia. Frammenti di Dna usati come farmaci: la terapia genica è vicina a diventare realtà, affrontando la malattia alla sua origine genetica. E sebbene all’inizio la terapia genica avesse come obiettivo principalmente le malattie genetiche - quelle determinate da geni difettosi da sostituire con copie sane - sta oggi rivelando le sue potenzialità anche per patologie molto più comuni, come l’infarto del miocardio, il morbo di Parkinson, l’Alzheimer e i tumori».

Pensi che la scienza abbia dei lati oscuri?

«Io ne identifico due, almeno nel nostro paese: la meritocrazia e le opportunità. Ci sono ricercatori bravi e laboratori eccellenti isolati e non valorizzati. Manca, soprattutto in ambito universitario, un sistema che permetta di selezionare in base al merito e una politica in grado di dare vere opportunità. Servono più investimenti con regole trasparenti, in cui vi sia libera competizione per le idee migliori, nuovi laboratori e gruppi di ricerca indipendenti. La qualità della ricerca è sempre in aumento a livello sia nazionale sia internazionale e la competizione altissima».

Qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca ogni giorno?

«La ricerca è un’immersione verticale, senza limiti, nei meccanismi che governano ciò che ci circonda. Mi appassiona ogni giorno studiare cose nuove, pormi domande sempre diverse, affrontare sfide che hanno come obiettivo principale svelare i meccanismi oscuri alla base del cancro».

@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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