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L'esperto risponde

Coronavirus: le parole da usare contro lo stigma

pubblicato il 06-03-2020

La dialettica usata parlando dell'epidemia di Coronavirus può avere un impatto negativo su chi è colpito dalla malattia. I consigli per evitare la discriminazione

Coronavirus: le parole da usare contro lo stigma

«Il nuovo Coronavirus? Se siamo in questa situazione, la colpa è dei cinesi». Una frase di questo tenore l'avranno ascoltata tutti, da quando in Italia abbiamo iniziato a fare i conti con l'epidemia provocata dal SARS COV-2. Così come frequente, soprattutto nelle aree meno colpite del Paese, è stata l'associazione tra l'infezione e la Lombardia (dove si registra il maggior numero di contagi). «Meglio che chi vi abita non venga qui», è stata la considerazione fatta da normali cittadini, oltre che da qualche politico, al di là delle precauzioni da adottare se ci si muove partendo dalle aree maggiormente interessate dal problema. Come se l'emergenza sanitaria attuale non sia qualcosa che riguardi la vita di tutti gli italiani. 


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LO STIGMA SOCIALE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Parole e comportamenti di questo tipo denotano lo stigma sociale venutosi a creare nei confronti dell'infezione. Come tale si riconosce l'associazione negativa tra una persona - o un gruppo di persone che hanno in comune determinate caratteristiche - e una specifica malattia. Nel corso di un'epidemia, un simile atteggiamento può far sbocciare etichette e stereotipi che portano a screditare e allontanare una persona a causa di un legame (costruito ad arte) con la malattia. Inevitabili le ricadute per chi ne è direttamente vittima o vicino alla persona presa di mira. Uno scenario di questo tipo si è venuto a creare anche nel caso dell'epidemia di Coronavirus. I primi a farne le spese sono stati gli oltre trecentomila cinesi che vivono in Italia. Poi è stata la volta dei cittadini italiani delle regioni in cui si sono sviluppati i due focolai: la Lombardia e il Veneto. Infine dei contagiati, che una volta superata la fase acuta della malattia dovranno fare i conti con il reinserimento nella società.

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LO STIGMA CRESCE CON L'EPIDEMIA

Con il passare dei giorni, oltre a crescere i numeri dell'epidemia, sta montando anche lo stigma sociale. Un fenomeno che non sorprende più di tanto Fabio Sbattella, responsabile dell'unità di ricerca in psicologia dell'emergenza all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. «Il nemico è invisibile e si incarna soltanto in chi vi entra in contatto. O, peggio ancora, in chi si ammala. È questa la ragione principale per cui un'epidemia di questo tipo porta le vittime a pagare un prezzo elevato, anche sul piano sociale». A farci perdere il senno è la paura dell'ignoto, che consideriamo poter prendere forma non nel nostro corpo, ma sempre in quello di qualcun altro. «È comprensibile che tra la gente ci sia confusione, ansia e paura: era così anche ai tempi dell'avvento dell'Hiv - rammenta l'esperto -. Di fronte a queste malattie, subentra un meccanismo di difesa psicologica che porta l'uomo a chiudersi e ad allontanarsi dai suoi simili». Anche oltre, in taluni casi, quelle che sono le indicazioni degli scienziati per circoscrivere la malattia.  


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Ciò che fa la differenza è la propensione di alcuni a soffiare sul fuoco della paura, al punto da alimentare la crescita di stereotipi dannosi. È su questo terreno che prolifera la categorizzazione sociale, che (soprattutto) all'inizio di questa vicenda ha fatto finire i cittadini cinesi nel mirino. «Creando diversi campioni nella nostra mente, tendiamo a minimizzare le differenze tra persone che riteniamo parte di uno stesso gruppo e ad accentuare quelle rispetto a chi consideriamo elemento di un'altra categoria», prosegue Sbattella. Così il nemico per la tubercolosi e la scabbia diventa il migrante nordafricano, per l'Ebola l'uomo dell'Africa subsahariana, per il Coronavirus il cittadino cinese o lombardo. Eccolo, il vero volto dello stigma sociale. Esasperato dal ricorso a metafore belliche. «C'è un nemico di origine ambientale, qual è un virus - aggiunge lo psicoterapeuta -. Ma non siamo in guerra né a un passo dall'apocalisse, per citare due termini da evitare quando si parla di quanto sta accadendo in Italia. Ogni forzatura analoga rischia di peggiorare la situazione ed è potenzialmente in grado di innescare violenza».

CORONAVIRUS: PARLARNE CON LE PAROLE GIUSTE

Contenere lo stigma è importante anche per «evitare problemi di salute più gravi e maggiori difficoltà a controllare l’epidemia». La dichiarazione, che a prima vista può sembrare forzata, è dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. A determinare i rischi è la maggiore probabilità che, in un ambiente ostile, una persona malata decida di nascondere la malattia - o tardare nella richiesta di aiuto - per non incorrere in discriminazioni. Perciò, in giornate in cui non si parla che di Coronavirus, è fondamentale un uso equilibrato del lessico. La malattia, intanto: nessun virus «cinese» o «asiatico», va chiamata Covid-19, «per non associarla a luoghi o a etnie». Meglio evitare, inoltre, di parlare di «casi sospetti». L'espressione da prediligere, in questo caso, è «persone che potrebbero avere Covid-19». Fondamentale, in ogni discorso, è basarsi su dati oggettivi e informazioni attendibili ed evitare il ricorso a un linguaggio iperbolico.


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RACCOMANDAZIONI PER I MEDIA

Le indicazioni sono rivolte soprattutto - ma non soltanto - ai media. Per «alimentare una solidarietà collettiva e diffondere informazioni corrette», l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato un vademecum composto da cinque punti:


1. correggere falsi miti e stereotipi 


2. promuovere l’importanza della prevenzione, della diagnosi precoce e della cura


3. condividere racconti che generano empatia o storie che umanizzano le difficoltà delle persone colpite dalla malattia

4. incoraggiare tutti coloro che sono impegnati nella risposta all'epidemia (operatori sanitari, autorità, volontari) 


5. scegliere le parole con attenzione 


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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