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Neuroscienze

Così l'epilessia diventa cronica

pubblicato il 04-04-2017
aggiornato il 02-11-2017

C’è l’attività alterata di un neurotrasmettitore dietro alle crisi protratte e ripetute. Un farmaco, il butamide, potrebbe ridurre il rischio di stabilizzare l’epilessia

Così l'epilessia diventa cronica

L’epilessia, questa (quasi) sconosciuta. Ora è stato individuato un meccanismo che potrebbe portare avanzamenti anche nella terapia. E’ noto che crisi ripetute o prolungate possono portare allo sviluppo di una epilessia “cronica”, in grado di mantenersi poi per tutta la vita. Questo perché, per effetto del protratto stato di crisi, le connessioni fra i neuroni possono riorganizzarsi in un modo scorretto (fenomeno denominato plasticità reattiva).  I meccanismi che creano questo fenomeno sono, però, solo parzialmente conosciuti. Adesso uno studio sperimentale condotto nel Centro di Neuroscienze dell’Università di Helsinki dimostra il ruolo del mutamento nella funzione del Gaba (il principale neurotrasmettitore inibitorio cerebrale) nel generare una condizione di patologica riorganizzazione di circuiti neuronali, in grado di produrre poi una epilessia cronica.


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DA INIBITORE A ECCITATORE 

Normalmente i neuroni che hanno come neurotrasmettitore l’acido gamma-amino-butirrico (acronimo Gaba) svolgono un’azione inibitoria, di controllo, in grado di evitare una eccessiva eccitabilità degli altri neuroni. Dopo crisi epilettiche prolungate o ripetute i neuroni Gaba possono modificare la loro attività e di conseguenza aumentare (anziché inibire) l’eccitabilità di altri neuroni e quindi «facilitare nuove e dannose connessioni neurali», dice Claudio Rivera, il capo della ricerca finlandese che è stata pubblicata su Annals of Neurology. Nell’esperimento dei ricercatori del Centro di Neuroscienze  di Helsinki gli effetti di “ipereccitabilità”  dovuti alla alterata attività del Gaba sono stati bloccati per tre giorni somministrando, in un modello di crisi protratte e ripetute, un farmaco chiamato bumetanide, già noto e in normale uso come diuretico. Negli animali trattati, due mesi dopo la crisi, il numero di connessioni “aberranti” riscontrate nel cervello era sensibilmente più basso rispetto agli animali di controllo. «Ma cosa ancora più importante - sottolinea Rivera - erano di molto diminuite le crisi».


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UN’AZIONE A LUNGO TERMINE

Sul bumetanide sono già stati fatti studi clinici per valutarne la capacità di ridurre le convulsioni o prevenirle del tutto in fase acuta, ma questa è la prima volta che si è trovato che il bumetanide ha un effetto a lungo termine sulla struttura della rete neurale. Altri studi basati su questo nuovo meccanismo individuato a Helsinki potrebbero servire a fornire uno strumento per limitare l’aggravarsi delle epilessie e prevenire l’instaurarsi di un’epilessia permanente dopo una iniziale serie di crisi. Conclude il dottor Rivera: «Il prossimo passo è studiare il bumetanide da solo e in combinazione con le altre medicine che già sono in uso. Vogliamo scoprire quali benefici in più possa dare, questo farmaco, in combinazione con gli antiepilettici che già conosciamo o anche in alternativa a questi». Il bumetanide non è un farmaco sperimentale, ma un diuretico già ampiamente utilizzato nell’uomo, quindi potrebbe essere applicabile come farmaco «off label» (fuori dall'indicazione terapeutica prevista) in altre patologie, secondo i regolamenti previsti per tale uso, nell’uomo.

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VARI «FOCUS» PERICOLOSI 

Silvana Franceschetti, responsabile del centro epilessia dell’Istituto neurologico Besta di Milano, aggiunge: «La comparsa di crisi protratte o la ripetizione di crisi soprattutto febbrili in epoca infantile è considerato il possibile meccanismo di avvio del fenomeno denominato epilettogenesi. Questo è dovuto al fatto che un gruppo di neuroni (abitualmente neuroni dell’ippocampo, una particolare struttura corticale nella profondità del lobo temporale) cambi il proprio percorso organizzativo dando luogo a un circuito anomalo che può portare a crisi focali, resistenti alle terapia, e possibilmente tendenti a ripetersi per tutta la vita. Da molto tempo si sa che questa condizione è legata alla generazione di anomali fenomeni di plasticità neuronale». 

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IL GABA SOTTO CONTROLLO 

«Un punto particolare, proposto dal lavoro pubblicato dal gruppo di Helsinki, è la capacità del bumetanide di correggere un altro fenomeno di plasticità neuronale: la tendenza del neurotrasmettitore Gaba a trasformarsi da inibitorio eccitatorio - prosegue Franceschetti -. Un effetto eccitatorio del Gaba è stato ripetutamente descritto in animali neonati, ma può verificarsi anche in soggetti adulti in seguito a crisi ripetute e prolungate.  I dati sperimentali ottenuti dal centro di neuroscienze di Helsinki indicano che il bumetanide può contrastare l’inversione patologica dell’azione del Gaba, riportandolo all’effetto fisiologico,  e impedendo quindi ai neuroni di creare delle sinapsi aberranti. Quindi, questo farmaco avrebbe un effetto immediato di contenimento dell’eccessiva eccitabilità, riducendo le crisi e ottenendo anche l’effetto di prevenire il formarsi di connessioni aberranti nella rete neurale».

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COME SI MANIFESTA DAVVERO L’EPILESSIA 

Parlando di epilessia, è il caso di passare un’informazione non a tutti nota. Generalmente si crede che gli attacchi epilettici coincidano con fenomeni motori convulsivi, invece - come chiarisce Franceschetti -questo avviene solo nella minoranza dei casi. Più diffuse sono le crisi parziali, meglio dette crisi focali, che dipendono dalle funzioni dell’area cerebrale in cui si innescano. Per fare un esempio, se le crisi iniziano in una parte della corteccia motoria la crisi è costituita da movimenti limitati a un arto; le crisi ad origine dalla regione temporale, cui si riferisce il modello su cui hanno lavorato i ricercatori del laboratorio di Helsinki, si presentano con sintomi legati alle funzioni di tale area: disturbi transitori vegetativi (sensazione allo stomaco), legati alla memoria (sensazione di già vissuto). Tali crisi sono spesso più difficili da curare che non le crisi convulsive.

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UN MALE CHE FU SACRO 

Ultima nota d’ordine storico: l’epilessia nell’antichità greco-romana veniva chiamato male sacro, come dovuto - per la sua imprevedibilità - all’intervento di un dio. Il nome epilessia è creato sul greco e significa «venire colto di sorpresa» o «essere invaso». Una «invasione» che si spera di limitare sempre più.

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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