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Neuroscienze

Depressione: che fatica (per i pazienti) curarla in modo adeguato

pubblicato il 17-10-2018

In Italia meno di un paziente su cinque con la depressione è curato come dovrebbe. Occorre aumentare la consapevolezza e l'aderenza alle terapie

Depressione: che fatica (per i pazienti) curarla in modo adeguato

Guarire dalla depressione? C'è chi pensa (ancora) che non sia possibile, ma in realtà non è così. La depressione maggiore - caratterizzata e riconoscibile dalla profonda tristezza, dal calo della spinta vitale, dalla perdita di interesse verso le normali attività, dalla comparsa di pensieri negativi e pessimistici - può essere curata con successo in sette casi su dieci. Ma per arrivare a questo risultato, che è quello a cui anelano tutti i pazienti, occorre individuare la terapia più appropriata. Allo specialista spetta la scelta, alla persona malata il compito di seguire alla regola la terapia. Situazioni che non sempre combaciano, se in Italia, su cento persone affette dalla depressione, soltanto 17 ricevono un trattamento adeguato. 

SI PUO' GUARIRE DALLA DEPRESSIONE?

LA DEPRESSIONE, QUESTA SCONOSCIUTA

A lanciare l'allarme sono gli psichiatri italiani, partendo dai dati reperibili in una ricerca pubblicata sul British Journal of Psychiatry. Obiettivo dell'indagine, condotta in 21 Paesi europei, era quello di rilevare la qualità delle cure ricevute dalle persone affette dalla depressione. Lo studio ha fatto emergere come, in media, soltanto il 23 per cento delle persone affette da depressione maggiore nei Paesi ad alto reddito (e soltanto il due per cento, in quelli più poveri) venga curato in maniera adeguata. Un dato preoccupante, anche se lo è ancora di più quello dedotto valutando (soltanto) i dati raccolti lungo la Penisola: inferiori di cinque punti percentuali. E che può richiedere una spiegazione articolata. Sicuramente c'è una scarsa percezione della depressione come malattia. Ma anche un ricorso inadeguato alle cure più appropriate.


Una depressione non curata modifica il cervello


UN «GAP» DIFFICILE DA COLMARE 

«Questi dati fanno emergere il vero dato chiave: ancora oggi una percentuale molto alta di persone non ricorre alle cure, perché la depressione non viene percepita come una malattia da curare - spiega Bernardo Carpiniello, direttore della clinica di psichiatria dell'azienda ospedaliero-universitaria di Cagliari e presidente uscente della Società Italiana di Psichiatria -. Anche quando ci si rende conto del bisogno di essere aiutati, spesso non si ricevono le cure più adeguate. Questo dato fa rabbia, perché oggi la depressione maggiore può essere guarita nel 70 per cento dei casi». Negare la malattia (soprattutto su se stessi) è un meccanismo di difesa della propria identità. Così, se da un lato la depressione è la prima causa di assenza dal lavoro, dall'altro può dare origine al fenomeno opposto: quello che gli esperti definiscono «presenteismo». «Si continua ad andare al lavoro per nascondere, a se stessi e ai colleghi, la depressione. Ma in realtà la produttività è di molto inferiore rispetto al solito e il lavoro non svolto finisce per aggravare i compiti di tutti», aggiunge lo specialista. Le responsabilità sono anche dei medici, soprattutto di medicina generale, non sempre pronti a riconoscere un disagio psicologico e a indirizzare il paziente verso il percorso di cure più appropriato. 

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COME RICONOSCERE LA DEPRESSIONE? 

Conviene allora provare a spiegare in quali casi si può essere certi della diagnosi, che deve comunque essere confermata da uno specialista. «La depressione non è una tristezza patologica né uno stato d'animo riconducibile a un lutto - chiarisce Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano -. Una persona depressa perde la motivazione e il desiderio di svolgere qualsiasi azione. Nei casi lievi, si ricorre in prima battuta alla psicoterapia. Mentre nelle forme moderate e gravi diventa necessario, fin da subito, il supporto farmacologico». Ci sono due aspetti che rischiano di far sembrare inefficaci le terapie. «I farmaci hanno un tempo di latenza di due settimane, all'incirca - prosegue l'esperto -. Ciò vuol dire che, nei primi giorni di trattamento, i sintomi non tendono a scemare. L'altro momento delicato è rappresentato dalla progressiva riduzione della terapia. Sospendere in maniera brusca l'assunzione di un antidepressivo porta alla ricomparsa di sintomi riconducibili alla malattia: quali lo stato d'ansia, l'irritabilità, l'insonnia e le vertigini. Queste possibili conseguenze, che ogni esperto dovrebbe fare presente al proprio assistito, portano chi le registra a pensare che siano dovute all'inefficacia dei farmaci». Mentre, di fatto, è vero l'esatto contrario.


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DEPRESSIONE E CUORE

Inquadrare (e trattare) in maniera adeguata una depressione permette anche di proteggere il resto del corpo. Questo perché è ormai chiaro che, per il tramite di alcuni marcatori dell'infiammazione, la depressione aumenta il rischio per la tenuta della salute cardio e cerebrovascolare. «La depressione aumenta il rischio di cardiopatia ischemica non soltanto in modo diretto, ma anche attraverso meccanismi indiretti: eccessi dietetici, uso di tabacco, sedentarietà - chiosa Carpiniello -. La depressione può peraltro insorgere come conseguenza di un infarto, evento che accade all'incirca in un quarto dei pazienti entro un mese dall'evento acuto. Le conseguenze, in questo caso, possono essere drammatiche: la depressione aumenta in maniera significativa la mortalità a distanza di sei mesi dall’infarto».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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