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Neuroscienze
Serena Zoli

Il disturbo bipolare lascia impronte nel cervello

pubblicato il 27-04-2022

Visibili i segni sul cervello del disturbo bipolare. Cresce il sospetto che sia progressivo e sia importante prevenire gli attacchi

Il disturbo bipolare lascia impronte nel cervello

Chi (ancora!) definisca mali immaginari la depressione, l’ansia e simili disturbi mentali ha (da sempre) dalla sua il fatto che non esistano riscontri oggettivi, del genere esami del sangue o raggi X, a sostegno della diagnosi. Ma dallo studio del disturbo bipolare arrivano conferme che l’avvicinamento dello psichico al biologico sta avanzando e un obiettivo della psichiatria odierna è di puntare al modello di “medicina di precisione” che ormai informa analisi e cura dell’oncologia.

SEGNI BIOLOGICI DI UN DISTURBO PSICHICO

Su tutto questo fronte è certamente una notizia di grande rilievo scoprire che una ricerca è riuscita a individuare, nel cervello, una “impronta” concreta, fisica, lasciata dal passaggio turbolento del disturbo bipolare. Depressione intervallata a mania (i due poli), con la mania che da gioiosità ed euforia può trascendere in una “furia” sconsiderata. Lo studio ha coinvolto oltre 70 ricercatori di molti centri internazionali riuniti in Enigma, Gruppo di lavoro sul disturbo bipolare, ed è stato pubblicato su Biological Psychiatry.

Cambi di stagione più difficili per chi ha un disturbo bipolare 2

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21-04-2021

UN IMPATTO NEUROTOSSICO

«Il potere che dà una collaborazione su larga scala e multicentrica ha permesso questo risultato in quanto studi longitudinali di neuroimaging sono ben difficili da condurre – è il commento di uno degli psichiatri del gruppo. – Così, mettendo insieme i dati di 14 laboratori sparsi nel mondo abbiamo ottenuto le più limpide immagini dell’impatto neurotossico del disturbo bipolare, soprattutto degli episodi maniacali». I ricercatori hanno riunito l’imaging da risonanza magnetica (Mri) e dettagliati dati clinici di 307 persone affette da disturbo bipolare messe a confronto con 925 persone sane (gruppo di controllo). I partecipanti son stati controllati a due traguardi situati da sei mesi a nove anni di distanza.

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URGE PREVENIRE LE FASI DI MANIA

La scoperta più sorprendente è stato trovare che la corteccia, lo strato più esterno del cervello, si è assottigliata col tempo tanto più quanti più erano stati gli episodi maniacali vissuti. I cambiamenti erano più evidenti nella corteccia prefrontale, un’area associata al controllo esecutivo e alla regolazione emotiva. «Il fatto che l’assottigliamento corticale si verifichi in pazienti toccati da episodi maniacali sottolinea l’importanza di cure per prevenire questi attacchi e di una puntuale informazione degli psichiatri – ha commentato l’autore senior dello studio, professor Mikael Landén, docente all’Università di Gothenburg (Svezia). – I ricercatori dovrebbero concentrarsi per meglio capire i meccanismi progressivi messi in atto dal disturbo bipolare così da arrivare a opzioni terapeutiche migliori».

PER ALCUNI SINTOMI PEGGIORI NEL TEMPO

Rispetto al gruppo di controllo, le persone bipolari hanno mostrato anche un allargamento dei ventricoli cerebrali, cavità che contengono fluido cerebrospinale. Nelle aree corticali fuori della corteccia prefrontale, invece, i bipolari hanno evidenziato un più lento assottigliarsi in confronto ai partecipanti sani. Osserva il primo autore dello studio, lo svedese Chistoph Abé: «L’abnorme allargamento dei ventricoli e in particolare l’associazione tra l’assottigliarsi corticale e i sintomi maniacali indica che il disturbo bipolare sia in effetti un disturbo neuroprogressivo, il che spiegherebbe il peggioramento nel tempo dei disturbi maniacali in alcuni pazienti».

IL LITIO RINFORZA LO SPESSORE CORTICALE?

Infine, un punto per niente secondario. Una possibilità per spiegare come mai i malati bipolari abbiano talvolta un più lento assottigliarsi della corteccia rispetto al gruppo di controllo è che siano in cura col litio, farmaco “naturale” d’elezione per il disturbo bipolare e di cui sono note le capacità neuroprotettive. Dunque, i sali di litio potrebbero rinforzare lo spessore corticale. «E’ uno studio interessante, sulla lunga strada per trovare marker utili soprattutto per la prevenzione – esordisce il professor Claudio Mencacci, Direttore emerito Neuroscienze Salute mentale Asst Fatebenefratelli-Sacco, Milano, e co-presidente della Società italiana di Neuropsicofarmacologia. – Aggiunge quanto sia fondamentale la prevenzione maniacale per l’impatto neurotossico che hanno questi attacchi».

NON TRASCURARE IL RUOLO DEL LITIO

Alle modificazioni della corteccia prefrontale che si assottiglia, il professor Mencacci affianca pure quella temporale, del cervelletto, che – specifica – non presiede soltanto al movimento, ma gioca sulle motivazioni. Diminuite di volume appaiono anche le aree sottocorticali (ippocampo, talamo, amigdala) che controllano la regolazione emozionale. «Da questo studio viene aumentato l’allarme rispetto al fatto che questi processi possano rendere più grave nel tempo la malattia – riprende il professor Mencacci. – Ma c’è una bella notizia al riguardo: il richiamo al litio e alle sue proprietà neuroprotettive. Vale a dire la sua importanza, oltre che come cura, per la prevenzione degli episodi maniacali. Il litio riduce l’assottigliamento di cui si parlava e sempre più vediamo che abbassa il rischio di demenza. Purtroppo la nuova generazione di psichiatri tende a trascurare il litio, e non è un bene per i pazienti bipolari. L’attualità di questi sali è fuori discussione». 

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Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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