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Neuroscienze

L’autismo e le “fughe” se i bambini non comunicano

pubblicato il 15-04-2016
aggiornato il 27-02-2017

Si allontanano facilmente e si perdono. Accade al 25 per cento dei ragazzini tra 6 e 11 anni affetti dalla malattia. E molte famiglie ricorrono a bracciali con il gps

L’autismo e le “fughe” se i bambini non comunicano

Le fughe dei bambini con disturbi legati all’autismo sono molto frequenti. Addirittura il 26 per cento, che vuol dire uno su 4, nel corso di un anno è sfuggito in un battibaleno agli adulti che se ne occupano e si sono allontanati, vagabondando senza meta. L’età più a rischio è quella compresa fra i 6 e gli 11 anni, mentre tra i ragazzi di 12-17 anni l’allontanarsi e perdersi è meno frequente. Stiamo riportando i dati di uno studio compiuto in America dal North Shore-Long Island Jewish Health System e pubblicato su Plos One. I ricercatori hanno preso in esame un campione di giovani rappresentativo della realtà nazionale con disturbo dello “spettro” autistico (Asd), con disabilità intellettuale (Id) oppure con ritardo nello sviluppo (Dd).

 

L’ANSIA DEI GENITORI

«Il perdersi e vagare è divenuto una grande preoccupazione», ha scritto il dottor Andrew Adesman, che ha partecipato all’indagine. «Non si tratta soltanto di un bel rischio per l’incolumità e il benessere di bambini con disabilità nello sviluppo, ma c’è anche la continua paura di queste sparizioni che riempie di ansia e di stress le giornate dei genitori». I rischi di un vagare senza meta di questi bambini sono ben evidenti. E la loro prevalenza, almeno negli Stati Uniti, continua a crescere.

 

INCAPACI DI VALUTARE

Dei tre gruppi di deficit in cui gli studiosi hanno diviso i ragazzi sotto osservazione è risultato che la tendenza a sparire e vagabondare è più spiccata nei soggetti con disturbo dello spettro dell’autismo (Asd) con o senza ritardo cognitivo. E questi ragazzi che vagolano in gran parte non capiscono quando sono in pericolo, non sanno distinguere tra estranei e persone familiari, possono avere reazioni esagerate rispetto alle situazioni e agli incontri, arrabbiarsi o andare nel panico rapidamente. «I bambini che scappano e vagano sono anche quelli che è più difficile rispondano adeguatamente alla polizia o altre persone che li rintracciano per riportarli a casa. I primi che li contattano devono sapere delle reazioni esagerate o incongrue che possono avere i giovani autistici verso le persone con le migliori intenzioni e che possono non rispondere né a domande né a ordini», avvertono i ricercatori di Long Island.

 

LE FAMIGLIE SANNO DA TEMPO

«E’ un problema importante, ben noto alle famiglie, ma non tanto alla comunità scientifica», commenta il professor Francesco Barale dell’Università di Pavia, sottolineando l’opportunità di questo studio. Ordinario di Psichiatria, è specialista dell’autismo e della prevenzione della schizofrenia. «C’è solo un limite nella ricerca: non considerano i sottogruppi epilettici o epilettiformi. Una parte di queste sparizioni si chiamavano “fughe epilettiche” in quanto l’epilessia presenta disregolazioni elettroencefalografiche che innescano l’impulso ad allontanarsi. Ora, una quota di bambini e ragazzi presi in esame al centro di Long Island sono senza dubbio di questo tipo, ed è un peccato non saperlo. Sarebbe interessante». Continua il professor Barale: «Alcuni di questi ragazzini che scappano non parlano proprio. Si perdono, non sono consapevoli di non avere senso dell’orientamento, non sanno dare informazioni. Hanno anche, diciamo, un’incompetenza sociale per gestire gli incontri che fanno».

 

BRACCIALETTI COL GPS

Come avvengono queste fughe? «Mah, vedono qualcosa che li incuriosisce, vanno a vedere, così si allontanano e non sanno tornare. Si possono perdere al supermercato e una volta superate le porte scorrevoli, c’è la strada. E il picco di queste scomparse è proprio nell’età scolare». Ma oggi la tecnologia aiuta le famiglie a non vivere nell’ansia di queste “fughe”. «Prima usavano mettere ai figli con disturbo dello spettro dell’autismo un braccialetto con sopra scritto il loro numero di telefono», spiega Francesco Barale. «Oggi il braccialetto è dotato di gps, che localizza sempre dove si trova il ragazzo».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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