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Neuroscienze

Panico: dentro l’inferno all’improvviso

pubblicato il 08-02-2012
aggiornato il 25-10-2017

E’ un disturbo psichiatrico che irrompe nella vita di una persona con un attacco improvviso di senso di soffocamento e batticuore e lascia ansie e paure del chiuso, delle piazze, di luoghi animati. Per fortuna esistono terapie efficaci

Panico: dentro l’inferno all’improvviso

Gian Franco Placidi, ordinario di psichiatria all’Università di Firenze, che cosa si intende con il panico?

E’ un disturbo caratterizzato da stati di ansia acuti, di breve durata, a insorgenza improvvisa.

Una folgore a ciel sereno?

Appunto. E questo è l’attacco di panico. Fino a non molto tempo fa si chiamava disturbo da attacchi di panico, mentre oggi viene definito disturbo di panico, in quanto la malattia non è fatta solo di attacchi. Tutti possiamo aver avuto un episodio con tachicardia, giramenti di testa, senso di mancanza d’aria e poi basta. Il disturbo invece non finisce  qui, ci deve essere l’ “ansia anticipatoria”, il continuo timore che l’attacco possa ripetersi: ora mi ricapita, adesso, lo sento, mi succede… E questo timore ti condiziona, finisci per imperniare tutta la tua vita intorno ad esso. Per esempio: vado dal parrucchiere. No, lì no perché li mi è capitato l’altra volta, di certo risuccederà. Esco di casa, ma non mi sento sicuro: e se cado per terra? Farò una brutta figura in pubblico. O ancora: resto a casa. Già, ma sono da solo, e se sto male chi mi soccorre?

Ma questa ansia anticipatoria quando si instaura? Subito?

Di solito dopo diversi attacchi, ma c’è anche chi la patisce dopo il primo. Tra l’altro, si dice che il primo attacco di panico è come il primo amore: non si scorda mai. Segna un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella vita.

L’elenco completo dei sintomi dell’attacco di panico?

Palpitazioni, senso di respirare male o soffocare, giramenti di testa, costrizione toracica, nausea, dolori addominali, bisogno di urinare spesso, diarrea, tremori, sensazione di sbandare, vertigini, parestesie…


Che cosa vuol dire?

…formicolii alle braccia e alle gambe. Poi cefalea, dolore al petto per cui la persona teme un infarto e corre al pronto soccorso. Questi malati tipicamente intasano i pronto soccorso perché si sentono a rischio immediato.

Ma, professore, con tutti quei sintomi così terribili si capisce. Uno si sente morire…

In effetti è una delle paure classiche, come quella di impazzire, di svenire, di fare brutte figure in pubblico, di perdere il controllo. Quest’ultima paura è spesso secondaria alla derealizzazione e alla depersonalizzazione.

Che cosa intende con derealizzazione e depersonalizzazione?

Tutt’e due generano un grande spavento. La prima parola indica la sensazione di sentirsi fuori dal mondo, staccati dalla realtà; la seconda riguarda il proprio corpo: non riconoscere una propria mano, un braccio, nel sentire una parte del corpo come estraneo.

Tutto questo cataclisma quanto dura?

Per la persona che lo vive un’eternità. Realmente pochi minuti, di rado supera i 5-10 minuti. Massimo massimo l’attacco di panico può durare mezz’ora. L’attacco è breve ma subito parossistico.

E quante persone ne soffrono?

La prevalenza nel corso della vita nella popolazione generale si aggira intorno a 3-6%.

Di più le donne o gli uomini?

Le donne presentano la prevalenza doppia ( 2 a 1) rispetto agli uomini.

Fan parte del panico anche l’agorafobia e la claustrofobia?

Sì, ispirano le cosiddette “condotte di evitamento”. Agorafobia alla lettera significa fobia, paura della piazza , agorà in greco. In generale indica la paura di affrontare spazi ampi, luoghi aperti. Un mio paziente solo per attraversare un ponte prendeva un taxi, quello spazio aperto ai lati e sotto lo bloccava. Così le spiagge, il vedere il mare, possono dare l’angoscia.

E la fobia del chiuso come si manifesta?

La paura dell’ascensore, delle gallerie... Anche di andare in chiesa o in un luogo aperto come una festa di paese perché c’è troppo gente ed ho paura di non poter uscire, districarmi dalla folla, se sto male. Al cinema o in teatro, ammesso che ci entrino, quanti soffrono di panico si metteranno sempre in una poltrona sul corridoio e vicino all’uscita. 

La paura dell’aereo c’entra?

Non sempre, ma in molti casi sì. E la paura non è che l’areo cada, ma è ancora claustrofobia: non puoi uscirne quando ti pare, sei in una ‘gabbia’. Così per i treni, le autostrade, le auto. In quelle a due porte, nei sedili posteriori non salirà mai una persona affetta da panico. 

E tutti questi disturbi compaiono in tutti i casi di disturbo di panico?

No, ci sono pazienti prevalentemente agorafobici o claustofobici. Anche i sintomi dell’attacco di panico non sono necessariamente presenti tutti. A prescindere dal fatto che ci sono casi più gravi e altri più lievi.

Comunque una vita non facile dato che non c’è quiete tra gli attacchi.

Ah, nei casi gravi è un disturbo spaventosamente debilitante. Se per lavoro devi usare l’auto, come fai? Inoltre, per tutte queste condotte di evitamento c’è chi di casa proprio non  esce. Si blocca dentro. E anche lì deve esserci qualcuno accanto a lui o lei.  Chi è affetto  da disturbo di panico esce di casa e va in auto solo se c’è il ”compagno accompagnatore”.

E chi è questa figura?

Una persona di cui il malato si fida. in genere sono poche persone, spesso di famiglia. A volte una sola. Una mia paziente usciva soltanto accompagnata dalla madre, non dal fratello nè dal padre.

Meno male che usa il passato, usciva, da cui si deduce che sia guarita. Dunque, le cure?

Prima di passare a questo, va segnalata la ipocondria secondaria.  Molti pazienti sviluppano secondariamente al panico la paura delle malattie. Si preoccupano di ogni doloretto, se leggono la descrizione di un disturbo subito pensano di averlo, fanno esami di tutti i tipi. Infatti arrivano alla visita con pacchi di esami così. Anche per questa ipocondria, come si diceva, intasano i pronto soccorso. E non solo la prima volta dopo il primo attacco, anche dopo ritornano, l’esperienza non serve a rassicurarli in futuro. La paura di avere una malattia li impaurisce, si mettono in allarme, dunque cresce l’ansia. Se fanno un elettrocardiogramma già si calmano.

Scusi, ma con i sintomi che accusano di dolore al petto o senso di soffocamento, ai vari pronto soccorso si rendono conto che non hanno niente di fisico in realtà?

Sì, li riconoscono, gli somministrano  una fiala di tranquillante e li rimandano a casa.

Parliamo delle cure ora?

C’è una cura farmacologica, cui va aggiunta diverse volte una psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Parliamo dei farmaci prima.

Si impiegano i serotoninergici, come paroxetina, sertralina, citalopram. Prima si usavano gli antidepressivi triciclici o, agli inizi degli anni Sessanta, l’imipramina. Gli inibitori della ricaptazione della serotonina all’efficacia uniscono minori effetti collaterali rispetto ai vecchi farmaci. Che, però, all’occorrenza e a seconda della risposta del paziente, sono ancora validi. Ora, con i farmaci si bloccano gli attacchi di panico, la persona diventa più tranquilla e si rende conto di che cosa sono questi attacchi e del fatto che si possono curare. Ma spesso non risolvono l’ansia anticipatoria o le condotte di evitamento. Se sono già divenute un’abitudine sono difficili da trattare.

Qui entra in gioco la psicoterapia cognitiva-comportamentale? 

Per l’appunto. Pian piano un po’ alla volta la persona viene condotta ad affrontare i luoghi e le cose di cui ha paura.

In quale percentuale si può parlare di guarigione o quantomeno di cura efficace del panico?

I dati della letteratura e l’esperienza clinica ci dicono che seguendo un trattamento adeguato, solo il 20-30 % dei pazienti non ottiene una risposta soddisfacente.


Quanto dura la cura farmacologica? 

I farmaci vanno presi per un anno e mezzo o due se si tratta di una panico serio. Pian piano poi si riducono e se la persona sta bene ci si può permettere di toglierli. Per quanto riguarda i farmaci, chi soffre di disturbo di panico spesso sviluppa non solo diffidenza, ma una vera paura. Legge il foglietto illustrativo e sottolinea in rosso anche l’effetto collaterale che capita a uno su un milione,  comprano le medicine poi le lasciano lì…  Molti sono proprio farmacofobici. Per indurli a curarsi bisogna creare un’alleanza terapeutica molto forte. Ho avuto un paziente che mi diceva: “Io da lei accetto tutto, professore, però la pastiglia me la dà subito qui  e io aspetto  in sala d’attesa 4-5 ore per vedere se mi succede qualcosa”.  In effetti sembrano essere soggetti più sensibile di altri agli effetti collaterali. In vari casi non riusciamo proprio a convincerli a prendere i farmaci e allora non resta che la psicoterapia.

E in questa evenienza quanti sono i successi?

Il successo con psicoterapia di provata efficacia (cognitivo-comportamentale ed interpersonale) senza l’impiego di farmaci specifici si aggira intorno al 50-60% .

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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