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Neuroscienze

Parkinson a due «facce»: la malattia può nascere (anche) nell'intestino

pubblicato il 27-10-2020

Uno studio conferma l'ipotesi che il Parkinson potrebbe avere origine sia nel cervello sia nell'intestino. Si va verso nuove terapie personalizzate?

Parkinson a due «facce»: la malattia può nascere (anche) nell'intestino

Di Parkinson non ce ne sarebbe soltanto, bensì due. Questa la rivelazione di un gruppo di scienziati danesi (Università di Aarhus), che darebbe ragione del perché tanti sintomi si presentano ai medici come veri «puzzle». Uno in contraddizione con un altro o apparentemente slegati. La scoperta giunge da uno studio pubblicato sulla rivista Brain. I ricercatori dietro questo studio - longitudinale, i partecipanti sono stati richiamati dopo tre e dopo sei anni per ripetere tutti gli esami - sono Per Borghammer (medico nucleare) e Jacob Horsager (ricercatore). Racconta il primo: «Con l’aiuto di tecniche neuroradiologiche avanzate, abbiamo dimostrato che la malattia di Parkinson si può dividere in due varianti, che prendono l’avvio in due diverse parti del corpo. In alcuni pazienti, nasce nell’intestino e di lì si propaga fino al cervello: attraverso le connessioni neurali. Per altri, la malattia inizia nel cervello e si diffonde verso l’intestino e altri organi, come il cuore». La scoperta, secondo lo scienziato danese, potrebbe essere molto utile in futuro quando le cure potrebbero basarsi sullo specifico tipo clinico di malattia di cui soffre la persona.


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IL CAMMINARE LENTO E RIGIDO

Il Parkinson è caratterizzato da un lento deterioramento del cervello dovuto all’accumularsi di alfa-sinucleina, una proteina che danneggia i neuroni dopaminergici in specifiche aree cerebrali.  La conseguenza di ciò porta a quel camminare lento, rigido e tremolante che tanti associano a questa malattia. I ricercatori si sono avvalsi di esami avanzati, con la Pet e la risonanza magnetica funzionale per esaminare i malati di Parkinson (includendo nell’indagine anche persone con alto rischio di sviluppare la malattia, tra cui chi presentava disturbi del sonno Rem). Lo studio ha mostrato che alcuni malati presentavano danni nel sistema cerebrale della dopamina prima che si manifestassero danni nell’intestino e nel cuore. In altri le scannerizzazioni rivelavano danni nel sistema nervoso dell’intestino prima che fossero visibili problemi a livello della dopamina nel cervello.

LE MALATTIE NEURODEGENERATIVE POSSONO ESSERE PREVENUTE?

PARKINSON «BRAIN-FIRST» E «BODY-FIRST»

«Finora la malattia di Parkinson è stata considerata perlopiù come relativamente omogenea e definita in base al tipico disturbo dei movimenti - osserva il professor Borghammer -. Ma, nello stesso tempo, ci si chiedeva come mai ci fosse una così grande differenza tra i sintomi dei diversi pazienti. Con questa nuova conoscenza, la diversità dei sintomi acquista un senso e indica la prospettiva verso cui dirigere la ricerca». I due diversi morbi di Parkinson sono stati chiamati «body-first» (prima il corpo) e «brain-first» (prima il cervello). Nel primo caso sarebbe interessante studiare la composizione dei batteri che prende il nome di microbioma.


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IL MICROBIOMA DIVERSO

Continua il ricercatore: «Si sa già da tempo che i malati di Parkinson hanno un microbioma intestinale diverso da quello delle persone sane, senza che ne capissimo il perché. Ora che sappiano dei due tipi di morbo possiamo individuare i fattori di rischio ed eventuali fattori genetici che possono differire nei due casi. Il prossimo passo è vedere se, per esempio, il Parkinson cosiddetto “body-first” si può trattare nell’intestino attraverso il trapianto di feci o con altri sistemi che agiscano sul microbioma». La scoperta della malattia «brain-first» costituisce forse una sfida anche maggiore, perché è probabile che non dia sintomi finché non appaiono il movimento disordinato dei passi e dei gesti. Ma a questo stadio il malato ha già perso più della metà del sistema dopaminergico.


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UNA PORTA PER CURE MIRATE

«Studi precedenti avevano ipotizzato che ci potesse essere più di un Parkinson, ma non era mai stato dimostrato in maniera chiara, fino a questo momento - conclude Borghammer -. Adesso sappiamo cose che offrono maggiore speranza per cure migliori e più mirate sul singolo caso dei malati di Parkinson». Secondo l’Associazione danese per il Parkinson sarebbero ottomila i connazionali affetti da questa degenerazione, su un totale di quasi sei milioni di abitanti, e otto milioni i malati nel mondo. Con la previsione che questi salgano a 15 milioni entro il 2050, per via dell’invecchiamento della popolazione.

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L’OLFATTO E I DISTURBI DEL SONNO REM

Vincenza Fetoni passa le giornate nell’ambulatorio per i Disturbi del movimento di cui è responsabile, a contatto con i pazienti, parkinsoniani inclusi, nell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. La neurologa apprezza la ricerca e spera che venga prolungata e approfondita. «Perché l’idea che il Parkinson non fosse una sola malattiace l’avevamo già. Alcuni pazienti presentano sintomi perlopiù motori (tremore, rigidità, ndr), mentre in altri si rilevano più che altro la stipsi e la diminuzione dell’olfatto, che possono precedere la comparsa dei classici tremori anche di diversi anni. Così come il disturbo del sonno Rem, che porta la persona ad agitarsi, parlare e scalciare durante la notte: è un altro sintomo che può precedere di anni l’esordio dei disturbi del movimento. Generalmente è il coniuge, non l’interessato, che si lamenta di tali disturbi e li riferisce al medico spontaneamente o su richiesta del medico».

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DAL MEDICO DOMANDE PIU’ COMPLESSE

Riprende Fetoni: «Chi si occupa di disturbi del movimento deve sempre chiedere al paziente come è cambiato il suo intestino, se sente gli odori come prima, se è aumentata la salivazione, se ha notato un rallentamento della digestione. Il medico deve chiedere tutte queste cose perché la malattia, oggi, ci appare molto più sfaccettata di anni fa, coinvolgendo diversi organi ed apparati. Qui, nella ricerca, si parla di due Parkinson. Quel che l’esperienza clinica permette di dire è che ci sono in effetti pazienti che mostrano una maggiore compromissione dell’intestino all’esordio della malattia e altri che presentano soltanto tremore e non stitichezza, che invece può comparire a distanza di anni». Da dove comincia, allora, il processo degenerativo? Prima della ricerca danese non c’era risposta. «La patogenesi è un mare aperto: di suggerimenti e di ipotesi - conclude la specialista -. Ora la ricerca dei danesi sembra aver dimostrato quello che i clinici avevano intuito. Si ipotizza di poter arrivare a terapie mirate a seconda che la partenza sia nell’intestino, già da tempo noto come il secondo cervello, o proprio a livello del sistema nervoso centrale. Non sappiamo se agire nella periferia, toccando il microbiota, potrà mai influire sul decorso del Parkinson. Più difficile è invece sicuramente intervenire prima sui sintomi cerebrali. Quando compaiono la rigidità e i tremoti, il cervello ha già perso un’infinità di neuroni».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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