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Neuroscienze

Si fanno più semplici le terapie per la schizofrenia

pubblicato il 22-12-2015
aggiornato il 24-02-2017

Nuove formulazioni di antipsicotici da iniettare ogni 15 giorni al posto di pillole quotidiane sembrano migliorare la continuità della cura e ridurre le ricadute

Si fanno più semplici le terapie per la schizofrenia

Una iniezione ogni 15 giorni al posto di una pastiglia al giorno. Meglio per il malato, più libero, meglio per gli effetti terapeutici. Si parla della schizofrenia e di un antipsicotico classico, il risperidone. L’iniezione, ovviamente, è a lungo rilascio e uno studio pubblicato su Jama Psychiatry lo raccomanda per la maggiore adesione del paziente alla cura (qui deve recarsi dal medico ogni due settimane e non c’è il rischio – frequente – che si scordi di prendere la pillola) e, dunque, migliori risultati sul piano cognitivo. Spariscono o si diradano molto le allucinazioni, i deliri, la disorganizzazione mentale, sostengono gli studiosi della Università di California a Los Angeles (Ucla).

 

5 PER CENTO CONTRO 33

In un piccolo ma significativo studio hanno messo a confronto per un anno 83 pazienti all’inizio della malattia: a una metà era prescritta la pillola quotidiana di risperidone, all’altra metà l’iniezione bisettimanale a lungo rilascio. Ebbene, tra questi ultimi i sintomi psicotici si sono ripresentati nel 5 per cento dei casi mentre negli altri addirittura nel 33 per cento. Aggiungono, i ricercatori californiani, che i risultati del risperidone iniettato sono più consistenti in chi si è ammalato da poco rispetto a chi soffre di schizofrenia da molti anni. Inoltre, ricordano da uno studio precedente, che si verifica un aumento della mielina cerebrale, il rivestimento delle fibre nervose, il che aumenterebbe la comunicazione tra neuroni.

 

REMISSIONE, NON GUARIGIONE

Il professor Emilio Sacchetti, docente di Psichiatria all’Università di Brescia, concorda con la preferenza da dare all’iniezione di risperidone. «Tuttavia – osserva – questo antipsicotico è il più vecchio. Oggi ce ne sono altri più “maneggevoli”, in particolare il paliperidone che già si somministra con un’iniezione a lungo rilascio non ogni due settimane, ma ogni quattro. Un mese. Ormai si fanno tentativi per arrivare all’iniezione ogni tre mesi, che darebbe ancora maggiore autonomia al malato. Indubbiamente questo metodo assicura l’aderenza alla terapia del paziente, riduce le ricadute, aumenta la qualità della vita». Se ben curati con continuità, dicono i ricercatori dell’Ucla, gli schizofrenici possono passare molti anni senza sintomi. Qui il professor Sacchetti si fa cauto: «Proprio senza sintomi è difficilissimo, ma con un buon funzionamento tanto da potersi inserire, sì. In ogni caso si parla sempre di remissione e non di guarigione». Come del resto per quasi tutte le malattie psichiatriche.

 

PRIMA VEDERE GLI EFFETTI COLLATERALI

Su un altro punto il docente di Brescia puntualizza. Gli esperti americani arrivano a raccomandare l’iniezione di antipsicotico sin dal primo episodio di malattia. Replica Sacchetti: «Ma non si può dare l’iniezione a lento rilascio dopo il primo episodio. Bisogna prima vedere se il risperidone o altro psicotico è adatto a quel paziente nel senso di dare risultati e indurre effetti collaterali tollerabili. Altrimenti, se il paziente non li tollera, se li tiene per 15 o 30 giorni? Occorre prudenza e provare prima con le pillole». Quanto alla mielina che aumenta? «Sì, è vero. Migliora l’assetto del funzionamento delle cellule nervose, potrebbe far recuperare dei deficit, ma siamo ancora al livello sperimentale. Non si sa che effetti darebbe nella clinica».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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