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Oncologia

In Italia la prevenzione rimane una «cenerentola»

pubblicato il 26-04-2016
aggiornato il 11-04-2017

Pubblicato il rapporto Osservasalute 2015. Si fuma meno e ci si muove di più, ma si investe ancora poco nella prevenzione delle malattie croniche. Per la prima volta si riduce l'aspettativa di vita

In Italia la prevenzione rimane una «cenerentola»

Il rapporto Osservasalute 2015, giunto alla tredicesima edizione, rappresenta l’analisi più approfondita dello stato di salute della popolazione italiana e dell’assistenza sanitaria nelle diverse regioni. Nel 2015 s’è intravisto un lieve miglioramento nello stile di vita dei nostri connazionali (fumano meno e sono leggermente più attivi), ma nel complesso gli italiani appaiono ancora poco attenti alla loro salute. Un aspetto da non sottovalutare, visto che al contempo non aumentano gli investimenti di salute pubblica in chiave preventiva. Un’evidenza che ha portato Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane e presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ad affermare «che viviamo nell’ultimo Paese in termini di investimenti in chiave preventiva, a partire dalle vaccinazioni». Senza trascurare gli screening oncologici mai partiti (in alcuni casi) o presenti a macchia di leopardo lungo la Penisola, ritenuti una delle cause del brusco stop alla prospettiva di vita con cui oggi gli italiani si trovano a fare i conti.


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I TAGLI CONTINUI ALLA SPESA SANITARIA

È piuttosto nitida la fotografia scattata nel rapporto (590 pagine, frutto del lavoro di 180 ricercatori), pubblicato dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane e presentato questa mattina nella sede dell’Università Cattolica di Roma. «Oggi i cittadini di Campania e Sicilia hanno un’aspettativa di quattro anni in meno di vita rispetto a chi vive nelle Marche o in Trentino - prosegue Ricciardi -. Abbiamo perso in tre lustri i vantaggi acquisiti in quarant’anni. E se è vero che l’Italia ha uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, questo vale però solo per una minoranza di italiani». La spesa sanitaria pubblica è infatti in calo da cinque anni: si è passati dai 112,5 miliardi di euro del 2010 ai 110,5 del 2014, con appena il 4,1 per cento del totale destinato alla prevenzione.

Ma andando più a fondo, si nota come profonde siano le differenze su base regionale, in quelle aree del Paese (soprattutto al Centro e al Sud) in cui le Regioni sono chiamate a riportare in pareggio i propri bilanci (piano di rientro). Dagli indicatori riferiti all'erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) emerge che le Regioni in piano di rientro non rispettano gli standard stabiliti dal Ministero della Salute. «In particolare nel Lazio e in Sicilia il punteggio calcolato per il monitoraggio dei Lea sull'attività di prevenzione si attesta, rispettivamente a 50 e 47,5, mentre il valore soglia stabilito dalla normativa deve essere superiore o uguale a 80», si legge nel rapporto. «Siamo di fronte a ventuno sistemi sanitari differenti, poco coordinati tra loro e che pongono ancora pongono poca attenzione alla cura dell'ambiente, del territorio e della prevenzione - commenta Diego Piazza, direttore della chirurgia I dell'azienda ospedaliero-universitaria Policlinico Vittorio Emanuele di Catania e presidente dell'Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani (Acoi) -. Sarebbe auspicabile una riflessione su questi dati e sulle cifre da destinare alla nostra salute, coinvolgendo le società scientifiche accreditate per riportare l’aspettative e la qualità della vita a standard migliori». 


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FRENA L'AUMENTO DELLA VITA MEDIA

Il dossier conferma come l’Italia sia un Paese sempre più vecchio (un connazionale su cinque ha più di 65 anni). Un dato che, seppur al netto delle differenze su base regionale (la Liguria è la regione più «vecchia» del Paese, al suo opposto la Campania), conferma la necessità di interrogarsi sulla sostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale, che da qui a un paio di decenni potrebbe trovarsi costretto a gestire una popolazione più anziana e afflitta da malattie croniche (spesso più di una). In crescita è anche la quota degli ultracentenari, più che triplicati dal 2002 al 2015 (da 5650 a oltre 19mila unità). Ovvero: nel 2015 tre persone ogni diecimila hanno superato il secolo di vita. A fare da contraltare a questi dati, però, è il brusco stop imposto alle prospettive di vita, che oggi per gli uomini si attestano a 80,1 anni e per le donne a 84,7 (dati Istat). Mentre nel 2014 gli uomini raggiungevano in media 80,3 anni e le donne 85. Diverse le cause di morte più «pesanti»: al primo posto ci sono le malattie ischemiche del cuore, seguite dalle malattie cerebrovascolari, dalla malattie del cuore non di origine ischemica e dai tumori maligni (trachea, bronchi e polmoni).


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SULLE VACCINAZIONI UN ALTRO «FRONTE» CRITICO

Altro capitolo critico è quello delle vaccinazioni. Se nel 2013 per quelle obbligatorie (tetano, poliomielite, difterite ed epatite B) si registrava il raggiungimento dell’obiettivo minimo stabilito nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (pari ad almeno il 95 per cento di copertura entro i due anni di età), nel periodo 2013-2014 si sono contati valori di copertura al di sotto dell’obiettivo minimo stabilito (pur al di sopra del 94 per cento). Lo stesso andamento in diminuzione si evidenzia per le coperture di alcune vaccinazioni raccomandate, come quelle contro l’Haemophilus influenzae B e la pertosse. Quanto al vaccino antinfluenzale, è significativo il calo delle adesioni tra gli anziani, che sono una delle fasce di popolazione più a rischio di complicanze dell’influenza. Negli over 65 la copertura non raggiunge in nessuna regione i valori considerati minimi (75 per cento) e ottimali (95 per cento) dal Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale. Tra il 2003 e il 2004 e il 2014 e il 2015, la copertura vaccinale degli over 65 è calata del 22,7 per cento (dal 63,4 al 49 per cento).

 

 

ITALIANI RIMANDATI IN STILI DI VITA

Nel 2014, anno a cui fanno riferimento i dati, in Italia è calato sia il numero di fumatori sia la quantità media di sigarette fumate ogni giorno (anche se il vizio risulta duro a morire tra i giovani e negli over 50, i più accaniti). In flessione anche il dato complessivo relativo ai consumatori di bevande alcoliche. E se nel 2009 12 bambini su 100 risultavano obesi, oggi la quota si «ferma» a 9,8 (mentre per il sovrappeso si è passati dal 23,2 al 20,9 per cento). Flessioni che rimandano a scelte alimentari più salutari, ma anche a una crescente (ritrovata) passione per l’attività sportiva (dal 19,1 al 23 per cento, tra il 2001 e il 2014) che viaggia inevitabilmente a braccetto con un calo dei tassi di sedentarietà (dal 41,2 al 29,9 per cento degli italiani, tra il 2013 e il 2014).

Questi aspetti non sono però sufficienti ad abbassare la guardia, visto che dal dossier emerge una flessione nel consumo di cinque porzioni (e più) al giorno di frutta, ortaggi e verdura (abitudine che oggi riguarda il 4,9 per cento degli italiani) e un aumento - a dispetto di quanto osservato nella popolazione pediatrica - dei tassi di sovrappeso (dal 33,9 al 36 per cento) e obesità (dall’8,5 al 10,2 per cento) negli adulti. Il problema è oggi sentito anche nelle regioni settentrionali, sebbene permanga un chiaro gradiente tra il Nord e il Sud del Paese (dove abita la quota prevalente di persone in sovrappeso o obese).


@fabioditodaro

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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