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Oncologia

Proteggere i figli col silenzio? Un'illusione

pubblicato il 08-02-2012
aggiornato il 17-01-2017

Come spiegare la malattia di un genitore? Come far sì che i più giovani siano preparati? I consigli di Gabriella Morasso, psiconcologa

Proteggere i figli col silenzio? Un'illusione

Spesso, nella nostra attività quotidiana, ci succede di essere chiamati in consulenza proprio per affrontare con i genitori il tema della comunicazione ai figli di una diagnosi o di una progressione di malattia.

La tendenza di una madre o un padre di solito è quella di proteggere i giovani, ma ancor più i bambini, dall’angoscia e dal dolore, talvolta  nella convinzione che essi non possano comprendere e accettare tanta sofferenza.

TACERE NON SERVE - In realtà i bambini  temono, sentono e soffrono al pari degli adulti, e negare  questa loro capacità di percepire le tensioni e le sofferenze altrui è solo un mezzo per rassicurare se stessi. Purtroppo la pratica clinica mostra che la non conoscenza genera ansie e paure molto più grandi di una verità che spesso, invece, è affrontabile e gestibile.

CON QUALI PAROLE - Ma come si fa a sapere quali sono le cose che il bambino riesce a capire  o potrebbe volere sentirsi dire, per essere rassicurato, per conoscere quella parte della verità che è più adatta a lui in quel momento specifico? Certo, i genitori sono coloro  che conoscono meglio il proprio figlio: ricordano le sue modalità di reazione in altre circostanze, sono consapevoli della sua capacità di comprensione, della sua emotività, della sua curiosità, delle domande che pone.

PRIMO: ASCOLTARE I FIGLI - Ecco sì, può partire da lì, dalle domande, verbali o no, che il bambino rivolge all’adulto. Si può partire dal comprendere dove egli si “trovi”. Ci sono momenti, infatti, in cui i bambini hanno bisogno di fuggire mentalmente dalla situazione e ci sono momenti in cui, invece, chiedono all’adulto di spingersi dentro quella fonte di angoscia, per renderla meno violenta: hanno bisogno di un contenitore che sappia accogliere e sostenere quella sofferenza .

SECONDO: TROVARE LA FORZA - Ma incoraggiare un padre o una madre a comunicare non basta. Chiedere ad un genitore di parlare della propria malattia significa costringerlo a guardarsi dentro, a guardare ciò che in quel momento può non essere pronto ad accettare.  Guardare negli occhi dei nostri figli e delle nostre figlie - come ha saputo fare Barbara - e leggere la nostra paura riflessa richiede un coraggio e una forza doppi, richiede di essere in grado di proteggere, nel momento in cui invece abbiamo più bisogno di essere protetti.

TERZO: CHIEDERE UN SOSTEGNO - E’ fondamentale allora sostenere il genitore malato e aiutarlo ad affrontare le proprie paure, comprendendo che le paure del bambino e del ragazzo sono inevitabilmente diverse da quelle dell’adulto. Questo è un lavoro che si può fare assieme allo psiconcologo, ovvero lo psicologo che lavora nelle oncologie e che oramai è una presenza abbastanza certa nelle realtà ospedaliere italiane.

MADRE E FIGLIA – Quella di Barbara e di sua figlia è una situazione particolarmente delicata. La pre-adolescenza e l’adolescenza rappresentano momenti critici della crescita, in cui si propongono cambiamenti sul piano fisico, psicologico e relazionale. Tali cambiamenti si ripercuotono nel contesto familiare. L’adolescente femmina, poi, nel suo rapporto con la madre, ha due esigenze tra loro contrastanti: da un lato, sente il bisogno di essere protetta e  vorrebbe restare bambina; dall’altro, vorrebbe differenziarsi e acquisire autonomia. Il conflitto è parte integrante di questo periodo e di questo rapporto: l’adolescente tende, contemporaneamente, all’identificazione e alla differenziazione.  Se la madre si  ammala e  se la figlia si sforza di conformarsi al dolore della madre, c’è il rischio che questi meccanismi vengano alterati. Identificarsi con la propria madre malata può comportare  quindi la perdita  di componenti della propria sicurezza, così come, all’opposto,  entrare in conflitto con il genitore malato può comportare un senso di colpa difficilmente  gestibile.  E’ fondamentale quindi che il genitore malato possa scegliere di essere aiutato, da psicologi preparati, in questo momento particolarmente complesso e gravoso del proprio percorso di vita.

Gabriella Morasso

CHI E': Gabriella Morasso è responsabile della struttura di Psicologia presso l’Istituto Nazionale per la Ricerca del Cancro (IST) di Genova. Svolge attività clinica di supporto ai pazienti e ai familiari, lavoro di ricerca e attività di formazione per psicologi e medici. E' Past President della Società Italiana di Psico-Oncologia e dirige il Giornale Italiano di Psico-Oncologia (Pensiero Scientifico Editore).


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