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Oncologia

Come ho detto a mia figlia che avevo un cancro

pubblicato il 15-04-2011

Ho 40 anni e una bellissima figlia di 12. Due anni fa, la scoperta della malattia e il dialogo più difficile da affrontare per una madre

Come ho detto a mia figlia che avevo un cancro

Recentemente ho letto il libro del professor Veronesi, Dell’amore e del dolore delle donne e mi è sembrato che parlasse anche un po’ di me. Ho 40 anni e due anni fa mi è stato diagnosticato un cancro alla mammella. E’ stato un vero choc, un baratro enorme mi ha risucchiato senza farmi capire cosa mi stava succedendo e tutte le mie certezze si sono volatilizzate in un soffio.

Ma il momento peggiore è stato quando ho pensato alla mia bambina. E’ bellissima. All’epoca aveva solo 10 anni ed è dovuta crescere così in fretta… Voglio raccontare come ho voluto che la mia piccola si avvicinasse alla mia malattia, al cancro. L’idea di affrontare il discorso con lei era tremenda, ero terrorizzata e mi sono sentita sola: perché non si può pensare ad un supporto psicologico?

Però mi sono fatta forza, non ho mai pensato che le bugie siano giuste. Ho deciso di dirle la verità, senza fretta e con cautela, ma la verità. Un pomeriggio me la sono presa in disparte e le ho spiegato con chiarezza che la mamma si era ammalata. In un primo momento non ho parlato né di cancro né di tumori, ho accennato a una cisti, le ho detto che avrei affrontato cure impegnative e che mi avrebbero fatto stare male, volevo prepararla agli effetti della chemioterapia, che mi è stata somministrata prima dell'intervento per ridurre la massa.

Fortunatamente le cose sono andate come dovevano andare e, non appena il tumore ha iniziato a ridursi, ho parlato con la mia bimba.  Per la prima volta la parola tumore è saltata fuori. Non avrei mai voluto vedere quegli occhi sperduti in quel momento, però mi è servito vedere la sua forza nei periodi che sono seguiti. E’ stata lei a tagliare i miei capelli che iniziavano a cadere… abbiamo riso e abbiamo pianto insieme. Sono molto fiera di lei, è stata la mia ancora di salvezza, la mia forza e la mia spalla, a volte anche per piangere.

Ho scritto queste righe per ringraziare il professor Veronesi delle testimonianze che ha raccolto, mi hanno fatto rendere conto che tante donne sono come me, che sono come loro. So di essere fortunata e apprezzo le cose che ho, ma ho sempre saputo di avere una fragilità che mi spaventava, perché non sapevo se sarei riuscita ad affrontare quelle prove. Ora so che è possibile, grazie ai medici (i miei sono favolosi), a chi fa ricerca e anche a chi ha raccontato la sua storia. Grazie perché posso guardare mia figlia crescere, vedendo nei suoi occhi tutto l’amore che i figli possono dare. E’ lei il carburante che mi serve per andare avanti.

Barbara

Proteggere i figli con il silenzio? E' un'illusione, di Gabriella Morasso, psiconcologa


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