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Oncologia

Tumore al seno: proseguire la terapia ormonale riduce recidive e metastasi

Nelle donne in pre-menopausa, proseguire la terapia ormonale oltre i 5 anni riduce il rischio di recidiva e metastasi. Uno studio destinato a cambiare la pratica clinica frutto della ricerca italiana dell'Istituto Europeo di Oncologia

Nelle donne in pre-menopausa che hanno avuto un tumore al seno, proseguire la terapia ormonale oltre i classici 5 anni riduce ulteriormente le probabilità di recidiva e metastasi. Ad affermarlo è uno studio da poco pubblicato dalla prestigiosa rivista Journal of Clinical Oncology e coordinato dagli scienziati dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. In particolare, nelle pazienti più giovani con caratteristiche specifiche di malattia, il proseguimento della terapia endocrina dimezza il rischio di metastasi e riduce di circa il 40% quello di recidive. Un risultato importante, destinato a cambiare la pratica clinica, poiché ottenuto in una "popolazione" poco rappresentata negli studi clinici.

I BENEFICI DELLA TERAPIA ORMONALE

Il trattamento del tumore al seno nelle donne sotto i 40 anni rappresenta una sfida clinica particolare. Sono pazienti giovani, spesso con progetti di vita davanti, che affrontano terapie lunghe e complesse. Dopo l'intervento chirurgico, nei casi in cui la malattia è positiva ai recettori ormonali (ormono-sensibile), la strategia di cura più diffusa per evitare il rischio di recidiva prevede la somministrazione di una terapia adiuvante endocrina per la durata di 5 anni.

Per quanto riguarda le donne in premenopausa, questa terapia prevede l'uso di un LHRH-analogo, un'iniezione periodica che blocca la funzione delle ovaie e il ciclo mestruale per evitare dunque che gli ormoni prodotti influenzino la crescita di eventuali cellule tumorali residue. Ma al termine di questi cinque anni, la pratica clinica è sempre stata incerta: continuare o fermarsi? Nelle pazienti in postmenopausa esistevano dati a favore del prolungamento. Nelle più giovani, no.

L'INCERTEZZA NELLE GIOVANI DONNE

Ed è proprio per colmare questo "gap" di conoscenza che i ricercatori dello IEO hanno realizzato lo studio da poco pubblicato. «La nostra analisi -spiega Carmine Valenza, medico della Divisione nuovi farmaci per Terapie innovative dello IEO e primo autore dello studio, condotto in collaborazione con l'Harvard University di Boston- è fondamentale perché è il primo che si occupa dell'estensione della terapia adiuvante nelle pazienti più giovani che hanno ricevuto l'LHRH-analogo per 5 anni, e colma quindi una lacuna che si fa sempre più importante con l'aumentare delle diagnosi di tumore mammario nelle under 40».

I RISULTATI

I ricercatori hanno analizzato 501 pazienti giovani, operate per carcinoma mammario prima dei 40 anni, con coinvolgimento linfonodale (un fattore che indica rischio di metastasi e recidiva più elevato) e tumore positivo ai recettori ormonali. Tutte avevano completato cinque anni di terapia endocrina con LHRH-analogo senza che la malattia si fosse ripresentata e risultavano ancora in premenopausa. Di queste, circa la metà ha interrotto la terapia endocrina avviando solo controlli clinici periodici. L'altra metà ha proseguito la terapia oltre il quinto anno, per una mediana di altri quattro anni circa, arrivando quindi a nove anni complessivi di trattamento.

Dal confronto tra i due gruppi è emerso un vantaggio significativo per chi ha proseguito la terapia. Dopo circa cinque anni dall'inizio del periodo di osservazione, su 100 donne che avevano interrotto la cura, 22 hanno avuto una recidiva del tumore. Tra le 100 che avevano continuato, le recidive sono state 15. Sette in meno. Ancora più netto il beneficio sulle metastasi a distanza, ovvero la diffusione del tumore in altri organi: 17 casi su 100 nel gruppo che aveva smesso, 9 su 100 in quello che aveva proseguito. Otto donne in meno.

Per quanto riguarda gli effetti collaterali gravi, come fratture ossee o eventi cardiovascolari maggiori, si sono verificati in circa l'1% dei casi in entrambi i gruppi, senza differenze rilevanti.

SCEGLIERE CONSAPEVOLMENTE

Attenzione però ai facili entusiasmi. Continuare la terapia non elimina il rischio che il tumore torni, ma sposta le probabilità a favore della paziente. Non è una garanzia assoluta, ma un vantaggio concreto che può fare la differenza in termini di sopravvivenza libera da malattia. Come sottolinea il dottor Valenza, «in questa popolazione, al termine dei 5 anni classici non c'erano ancora dati disponibili sull'utilità del prolungare la terapia. Da oggi finalmente abbiamo una solida base di dati per proporre a ogni paziente la prosecuzione della terapia, tenendo conto del lungo progetto di vita che ha davanti a sé».

LA RICERCA CHE AVANZA

A testimoniare l'importanza dello studio sono anche le parole del professor Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione Sviluppo di Nuovi Farmaci per Terapie Innovative all’Istituto Europeo di Oncologia e presidente ESMO (European Society for Medical Oncology): «Sono orgoglioso di questo risultato, che pone una pietra miliare nel campo del carcinoma mammario nelle pazienti giovani, ancora poco rappresentate negli studi clinici. Va aggiunto che dal 2014, anno della pubblicazione dello storico studio, sempre guidato da IEO, sulla terapia adiuvante con LHRH-analogo nelle pazienti in premenopausa, la ricerca non aveva più fatto passi avanti in questo settore fondamentale per la salute delle nostre donne. Ora la pubblicazione sul Journal of Clinical Oncology conferma il ruolo di leadership dello IEO nella ricerca mondiale sul carcinoma mammario, e, soprattutto, lascia un segno tangibile sul miglioramento della sopravvivenza delle nostre giovani pazienti».

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