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Oncologia

Tumore del colon-retto: ecco perché conviene sottoporsi allo screening

pubblicato il 17-04-2018
aggiornato il 20-07-2018

L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro conferma l'efficacia della ricerca del sangue occulto nelle feci per ridurre l'incidenza e la mortalità per quello che è il tumore più frequente in Italia

Tumore del colon-retto: ecco perché conviene sottoporsi allo screening

Lo screening per il tumore del colon-retto? Salva la vita: senza se e senza ma. Vanno in un'unica direzione le conclusioni di un documento redatto dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) di Lione, mirato a valutare l'efficacia delle procedure di screening del cancro del colon attualmente in uso, con differenze nei metodi usati a seconda dei Paesi. Indipendentemente dall'approccio, tutte le tecniche in uso contribuiscono a ridurre la mortalità per quella che è la seconda neoplasia più diffusa tra le donne (dopo il cancro al seno) e la terza tra gli uomini (dopo i tumori della prostata e del polmone). Nel nostro Paese, ogni anno, oltre 52mila persone si ammalano di tumore del colon-retto. Ciò vuol dire che è la forma di cancro in assoluto più diffusa nella popolazione italiana. Oltre sei pazienti su dieci, però, risultano vivi cinque anni dopo aver scoperto la malattia.


Un polipo intestinale su quattro sfugge alla colonscopia 

INDISCUTIBILE L'EFFICACIA DELLO SCREENING

Una sintesi delle conclusioni è stata pubblicata sul New England Journal of Medicine, in attesa che nei prossimi mesi l'istituto di Lione pubblichi un intero volume sullo screening del cancro del colon. Gli epidemiologi hanno fatto il punto considerando le due categorie di test di screening attualmente in uso: quelli che hanno come target le feci (la ricerca del sangue occulto, il test immunochimico fecale e il test al guaiaco), le tecniche endoscopiche (colonscopia e sigmoidoscopia) che consentono una visualizzazione diretta delle porzioni distali dell'intestino, più la colonscopia virtuale (indagine radiologica che permette di ricostruire in tre dimensioni la struttura del colon, ma non di intervenire nella stessa seduta). Tutti - dopo che i 23 esperti messi assieme dallo Iarc hanno passato in rassegna gli studi scientifici sul tema presenti ni letteratura - si sono rivelati in grado di ridurre tanto l'incidenza quanto la mortalità per il tumore del colon-retto. Logico dunque il messaggio che se ne deduce: «I programmi di screening vanno attuati, perché sono efficaci nel ridurre l'impatto di un tumore molto diffuso, soprattuto nei Paesi a medio e ad alto reddito», afferma l'epidemiologa Béatrice Lauby-Secretan, coordinatrice del lavoro. Tutto ciò senza trascurare il ruolo della prevenzione primaria, che mai come in questo caso poggia le basi su due pilastri: lo svolgimento di un'attività fisica e una dieta prevalentemente vegetariana.

PERCHE' LO SCREENING PER IL TUMORE
DEL COLON-RETTO SALVA LA VITA?

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LO SCREENING IN ITALIA

In Italia lo screening per il tumore del colon rientra nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), come quello per il tumore al seno e il tumore della cervice uterina. L'approccio in uso nel nostro Paese prevede che, tra i 50 e i 69 anni, a cadenza biennale, uomini e donne effettuino su invito della propria Asl il test del sangue occulto nelle feci. Si tratta di un esame semplice, consistente nella raccolta (eseguita a casa) di un campione di feci e nella ricerca (in laboratorio) di tracce di sangue non visibili a occhio nudo. Poiché i tumore del colon-retto si sviluppano lentamente a partire da piccole formazioni benigne chiamate polipi, che possono sanguinare già diversi anni prima della comparsa di altri disturbi, questo esame è indicativo. In caso di positività, il paziente è poi sottoposto alla colonscopia, mirata ad accertare l'eventuale presenza di un tumore in fase iniziale, che permette una rimozione definitiva: equivalente nella maggior parte dei casi alla guarigione completa. Questo approccio, secondo la sintesi condotta dallo Iarc, è in grado di determinare una riduzione della mortalità compresa tra il 9 e il 32 per cento. Dal dossier vengono fuori bene anche le tecniche endoscopiche (sigmoidoscopia e colonscopia) usate in prima battuta (senza farle precedere dalla ricerca del sangue nelle feci), con un solo appunto: riconducibile al rischio di provocare lesioni e sanguinamenti, che è comunque raro e non vanifica il beneficio dello screening.

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MA NEL NOSTRO PAESE I NUMERI SONO ANCORA TROPPO BASSI

Il problema, almeno in Italia, sta nell'adesione ancora deficitaria agli screening. Gli ultimi dati disponibili dicono che sono stati quasi 5,4 milioni gli italiani invitati a sottoporsi alla ricerca del sangue occulto nelle feci nel 2015: quasi cinquecentomila in più rispetto all'anno precedente. Ma un conto è il numero degli inviti spediti, un altro quello degli esami effettuati. Se al Nord alla chiamata hanno risposto oltre 9 adulti su 10, la quota risulta dimezzata (4,3 su 10) nelle regioni meridionali. La maglia nera spetta alla Calabria, seguita da Puglia, Campania e Sicilia. «Quando la diagnosi del tumore del colon-retto avviene in fase avanzata, le possibilità di sopravvivenza sono limitate - afferma Carmine Pinto, direttore della struttura complessa di oncologia dell’Irccs Santa Maria Nuova di Reggio Emilia -. Soltanto l’11 per cento di questi pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi. La ricerca del sangue occulto nelle feci riduce del venti per cento la mortalità perché permette di individuare lesioni sospette in stadio iniziale».


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COSA FARE OLTRE LO SCREENING

Tocca ad Alberto Sobrero, responsabile del dipartimento di oncologia medica dell’Ospedale San Martino di Genova, indicare cos'altro fare per eventualmente giungere a una diagnosi precoce del tumore del colon retto. «Chi ha un parente di primo grado che si è ammalato prima dei 65 anni, deve anticipare la prima colonscopia a quarant'anni. Per chi invece ha nella propria cerchia familiare più parenti prossimi ammalatisi di tumore del colon è disponibile un test genetico per sapere se si è o meno portatori di mutazioni che rendono più probabile la comparsa della malattia. Chi risulta positivo, che è comunque una minoranza dei parenti di chi s'è già ammalato, dovrebbe fare la prima colonscopia già a trent'anni».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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