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Oncologia

Tumore del fegato: l'esperienza del centro di cura fa la differenza

pubblicato il 08-02-2021

La mortalità postoperatoria risulta ridotta negli ospedali più «esperti» nel trattamento del tumore del fegato. Quali soluzioni se la malattia è inoperabile?

Tumore del fegato: l'esperienza del centro di cura fa la differenza

Maggiori chance di superare la malattia grazie a un tasso più basso di complicanze, dopo l’intervento chirurgico. Quanta più esperienza ha un centro ha nella cura di un tumore, tanto più alte sono le probabilità di garantire un’assistenza completa e di qualità ai pazienti. Un aspetto valido in molti casi, in ambito oncologico. E, nello specifico, per il trattamento dell’epatocarcinoma: il più frequente tumore del fegato, per cui la resezione chirurgica è l'unica opportunità terapeutica in grado di portare alla guarigione. Un intervento delicato, che sulla base dei risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Annals of Surgery ha una probabilità di rivelarsi risolutivo soprattutto in funzione dell’esperienza e del volume di casi analoghi trattati dall’ospedale a cui ci si rivolge.


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L'ESITO DELLA RESEZIONE EPATICA DIPENDE DALL'ESPERIENZA DEL CENTRO 

Raccogliendo i dati di quasi duemila pazienti operati per epatocarcinoma tra il 2008 e il 2018 in 18 centri italiani, i ricercatori hanno analizzato la frequenza di alcuni indicatori in grado di definire la riuscita (o meno) dell’intervento di resezione epatica. Nello specifico, i chirurghi hanno preso in esame la comparsa di complicanze maggiori, la mortalità entro 90 giorni dall’intervento e la probabilità di decesso dopo l’intervento nei pazienti che avevano sviluppato complicanze gravi. Un parametro, quest’ultimo, definito «failure to rescue», i cui dati (assieme a quelli degli altri due indicatori) sono stati incrociati con la casistica degli interventi di questo tipo effettuati nelle strutture considerate. Tra tutti i pazienti, il tasso di complicanze gravi è risultato pari al 9.4 per cento: ma con significative differenze legate alla diversa attività dei centri. Stesso divario riscontrato per la mortalità a 90 giorni: variabile tra lo 0.9 e il 4.2 per cento. Il divario più ampio ha però riguardato il «failure to rescue», compreso tra il 6.1 per cento (centri ad alto volume) e il 28.6 per cento (ovvero oltre 1 caso su 4).

PERCHÈ È IMPORTANTE CURARSI
DOVE SI FA RICERCA?

CHIRURGIA DEL FEGATO: IL NUMERO DEI CASI TRATTATI FA LA DIFFERENZA

Spiega Felice Giuliante, direttore dell’unità di chirurgia epatobiliare del Policlinico Gemelli di Roma, coordinatore dello studio: «Questo parametro esprime la capacità di una struttura di far fronte alla comparsa di complicanze gravi dopo l’intervento e di evitare la possibilità che queste portino a una mortalità postoperatoria. Si tratta di un parametro molto importante che è stato introdotto nella letteratura scientifica tra i fattori che valutano con molta accuratezza l’affidabilità di un centro chirurgico e in generale di un ospedale». Nello studio, il rischio di complicanze gravi e di mortalità a 90 giorni dopo un intervento di resezione epatica è risultato correlato alla presenza di altre malattie, alla gravità della cirrosi e alla complessità dell’intervento chirurgico. Ma l’unico fattore in grado di predire in modo indipendente il rischio mortalità postoperatoria e di complicanze gravi è risultato il volume di interventi eseguiti dal singolo centro.

TUMORE DEL FEGATO: QUALI TERAPIE PER I CASI PIÙ GRAVI?

Rispetto al tumore del pancreas, quello del fegato presenta un numero più elevato di casi diagnosticati in tempo utile per essere rimossi in sala operatoria. Ma i dati (1 caso su 4) sono limitati, rispetto al totale dei malati (13mila le diagnosi in Italia nel 2020). E non tutti gli interventi sono risolutivi. «Parliamo di un tumore molto aggressivo, che spesso insorge in un organo già provato dalla cirrosi e dunque con una funzionalità ridotta», afferma Bruno Daniele, direttore dell'unità operativa complessa di oncologia medica dell'Ospedale del Mare di Napoli. Radioterapia e chemioterapia sono poco utilizzate, nel trattamento dell'epatocarcinoma. Nessuna delle due opportunità, nei diversi studi coinvolti, si è rivelata in grado di determinare un significativo miglioramento della sopravvivenza dei pazienti.


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UNA SOLUZIONE NEL TRAPIANTO DI FEGATO?

Nei casi più gravi, da ormai qualche anno, il trapianto di fegato viene considerato una soluzione valida e potenzialmente risolutiva. La difficoltà dell'intervento e il vincolo rappresentato dalla disponibilità degli organi rende però questa opzione ancora limitata, nei numeri. Per questo si guarda con interesse anche alle nuove cure farmacologiche, oggi già impiegate nella seconda seconda e terza linea di trattamento delle forme più avanzate di epatocarcinoma.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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