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Oncologia

Tumore del fegato: l'esperienza del centro di cura fa la differenza

La mortalità postoperatoria risulta ridotta negli ospedali più «esperti» nel trattamento del tumore del fegato. Quali soluzioni se la malattia è inoperabile?

Maggiori chance di superare la malattia grazie a un tasso più basso di complicanze, dopo l’intervento chirurgico. Quanta più esperienza ha un centro ha nella cura di un tumore, tanto più alte sono le probabilità di garantire un’assistenza completa e di qualità ai pazienti. Un aspetto valido in molti casi, in ambito oncologico. E, nello specifico, per il trattamento dell’epatocarcinoma: il più frequente tumore del fegato, per cui la resezione chirurgica è l'unica opportunità terapeutica in grado di portare alla guarigione. Un intervento delicato, che sulla base dei risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Annals of Surgery ha una probabilità di rivelarsi risolutivo soprattutto in funzione dell’esperienza e del volume di casi analoghi trattati dall’ospedale a cui ci si rivolge.

L'ESITO DELLA RESEZIONE EPATICA DIPENDE DALL'ESPERIENZA DEL CENTRO 

Raccogliendo i dati di quasi duemila pazienti operati per epatocarcinoma tra il 2008 e il 2018 in 18 centri italiani, i ricercatori hanno analizzato la frequenza di alcuni indicatori in grado di definire la riuscita (o meno) dell’intervento di resezione epatica. Nello specifico, i chirurghi hanno preso in esame la comparsa di complicanze maggiori, la mortalità entro 90 giorni dall’intervento e la probabilità di decesso dopo l’intervento nei pazienti che avevano sviluppato complicanze gravi. Un parametro, quest’ultimo, definito «failure to rescue», i cui dati (assieme a quelli degli altri due indicatori) sono stati incrociati con la casistica degli interventi di questo tipo effettuati nelle strutture considerate. Tra tutti i pazienti, il tasso di complicanze gravi è risultato pari al 9.4 per cento: ma con significative differenze legate alla diversa attività dei centri. Stesso divario riscontrato per la mortalità a 90 giorni: variabile tra lo 0.9 e il 4.2 per cento. Il divario più ampio ha però riguardato il «failure to rescue», compreso tra il 6.1 per cento (centri ad alto volume) e il 28.6 per cento (ovvero oltre 1 caso su 4).

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