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Pediatria
Fabio Di Todaro

«Phubbing»: lo smartphone interferisce (anche) tra genitori e figli

pubblicato il 02-12-2020

Vivendo sempre con lo smartphone tra le mani, finiamo spesso per non ascoltare chi ci è accanto. I consigli per non cadere nella trappola del «phubbing»

«Phubbing»: lo smartphone interferisce (anche) tra genitori e figli

Una malattia? No, non è (ancora) il caso di definirla tale. Ma un fenomeno da tenere comunque sotto controllo, sì. Il «phubbing» identifica il comportamento che assumiamo ogni qual volta, seppur in compagnia e in contatto con un’altra persona, preferiamo guardare lo schermo dello smartphone. Anche se non ci sta comunicando alcuna urgenza. Un atteggiamento osservato - e studiato - a partire dai rapporti tra colleghi e che sovente si rileva nel corso di quelle riunioni che sembrano non avere fine. Ma snobbare chi ci è accanto - «phubbing» è la crasi di due termini inglesi: «phone» (telefono) e «phubbing» (snobbare) - in favore di un cellulare o di un tablet è un comportamento che inizia a osservarsi con frequenza anche all’interno delle famiglie. E non sembra essere privo di conseguenze, a partire dall’isolamento sociale in cui possono cadere figli piccoli e genitori (troppo) grandi.


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LE CONSEGUENZE: RAGAZZI «DISCONNESSI» E ISOLATI

Prestare troppa attenzione al proprio smartphone in presenza dei figli peggiora le relazioni familiari e ha possibili ripercussioni sul benessere psicologico dei ragazzi. A queste conclusioni è giunto il lavoro condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Milano-Bicocca, secondo cui a pagare il prezzo più alto rischiano di essere gli adolescenti. Sono stati oltre 3.200 di loro i protagonisti della ricerca, pubblicata sul Journal of Social and Personal Relationships. Attraverso un questionario, ai ragazzi è stato chiesto di dare una misura della frequenza del «phubbing» nelle loro famiglie e di descrivere le loro reazioni più frequenti a questi comportamenti. Così si è arrivati ad avere conferma dell'ipotesi iniziale. Quanto più i genitori tendono a isolarsi con i propri smartphone, tanto più i figli si sentono ignorati e tendono ad allontanarsi da loro. Un sentimento che gli esperti definiscono come una «disconnessione sociale», che nelle prime fasi può portare i ragazzi a isolarsi (fisicamente ed evitando di condividere qualsiasi esperienza) e un aumento dei litigi. Ma sul lungo periodo, con l'accentuarsi di questo divario, può contribuire all'insorgenza di sintomi depressivi e di pensieri legati al suicidio.  

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«PHUBBING»: DI COSA SI TRATTA?

Il «phubbing» è un fenomeno che si caratterizza a tutti gli effetti come una forma di esclusione. «Chi lo subisce si sente invisibile, pur essendo fisicamente in compagnia di altre persone», spiega Luca Pancani, ricercatore in psicologia sociale all'Università di Milano-Bicocca. L'attenzione nei suoi confronti sta crescendo, di pari passo con l'ubiquità di smartphone e tablet. L'essere ovunque di questi dispositivi «fa sì che questo fenomeno di possa concretizzarsi in qualsiasi momento: così cresce la possibilità di trovarsi di fronte alle conseguenze negative per chi lo subisce. Ciò assume una importanza ancora maggiore nella relazione tra genitori e figli, in cui lo stile dei primi e la responsività alle richieste dei figli rivestono un ruolo cruciale nello sviluppo: soprattutto nel corso dell'adolescenza».


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LO SCENARIO AI TEMPI DI COVID-19

Rispetto al periodo in cui è stato condotto lo studio (2018), lo scenario potrebbe essere mutato: a maggior dopo un anno in cui molte famiglie si sono ritrovate a convivere per tutto il giorno sotto lo stesso tetto. Da una parte i genitori connessi per lavoro, dall'altra i ragazzi impegnati con la didattica a distanza. Una situazione che ha permesso di fronteggiare i momenti più critici dell'epidemia di Covid-19 in Italia, ma che in molti casi ha fatto cadere qualsiasi limite tra gli impegni lavorativi e la vita privata. Se a ciò si aggiunge che quest'ultima è stata spesso limitata alle quattro mura domestiche, non sorprende che in una condizione di stress senza precedenti in molti abbiano ricercato una valvola di sfogo nelle molteplici opportunità offerte dagli smartphone (chattare, fare acquisti, leggere, ascoltare la radio). Nulla di cui sentirsi in colpa. Ma a fronte del protrarsi di questa situazione, gli esperti consigliano di usare la tecnologia anche per svolgere attività con i propri figli: incontrare (virtualmente) amici e parenti, fare attività fisica, condividere la visione di un film o di un documentario

I CONSIGLI PER NON CADERE NELLA TRAPPOLA

Pur essendo ormai radicato in diversi ambiti, dal rapporto tra colleghi a quello tra marito e moglie, il «phubbing» è un fenomeno molto giovane. E, come tale, non ancora affrontato dagli specialisti. Qualche consiglio per evitare di cadere in trappola - o per uscirne - si può però condividere. «Avere consapevolezza dei propri comportamenti e del loro impatto sulle relazioni sociali è la prima cosa da fare», prosegue Pancani. Si deve innanzitutto tenere conto del tempo che si trascorre interagendo soltanto con lo smartphone, al di là degli impegni di studio e lavoro. Se non ce la si fa da soli, ci si può far aiutare da alcune applicazioni che pongono un limite alla connessione (App usage) o ad altre che «premiano» chi trascorre più tempo lontano dal proprio dispositivo (Forest: stay focused). Efficace è anche fissare delle regole per tutta la  famiglia: dichiarando per esempio off-limits gli smartphone e la tv a tavola o durante i fine settimana. Momenti in cui «si può mettere a frutto il tempo con attività da condividere, tra genitori e figli». 


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«PHUBBING»: UN FENOMENO CIRCOLARE?

Il «phubbing» potrebbe non vedere come vittime soltanto i figli. I ricercatori sospettano infatti che si tratti di un fenomeno «circolare». L'altra faccia della medaglia rischia di concretizzarsi con l'approdo dei ragazzi nell'età adolescenziale. Un momento in cui, complice il divario che spesso c'è nell'educazione digitale, i giovani sviluppano delle abilità che non appartengono a quelle dei genitori. Così pure mamme e papà rischiano di essere messi in un angolo dallo smartphone. Con buona pace della famiglia.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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