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Oncologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 09-12-2019

Cellulari, radiofrequenze e salute: che cosa sappiamo?



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L'avvento del 5G preoccupa per un possibile aumentato rischio oncologico. Ma le prove sono insufficienti per sostenere le «responsabilità» dei campi elettromagnetici

Cellulari, radiofrequenze e salute: che cosa sappiamo?

«Con tutta questa tecnologia, saremo bombardati da onde elettromagnetiche dannose per la salute?». Oppure: «Cosa potrà accadere quando saremo circondati da antenne e ripetitori?». Le domande sono tra le più frequenti poste da coloro che guardano con preoccupazione all'avvento del 5G, la tecnologia di nuova generazione per la comunicazione mobile che garantirà una trasmissione del segnale più veloce e di migliore qualità. La (sempre) maggiore efficienza dei dispositivi tecnologici è un desiderio di tutti. Ma quello che si vuole evitare è che il progresso intacchi la tutela della salute. Quali sono i rischi potenziali a cui andiamo incontro? Ci sono delle ragioni per cambiare l'orizzonte verso cui siamo - inevitabilmente - diretti? Considerando che il 2020 dovrebbe essere l'anno del lancio della rete 5G su tutto il territorio nazionale, abbiamo provato a sintetizzare le evidenze oggi disponibili. 


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5G: DI COSA SI TRATTA?

L'acronimo 5G sta per «quinta generazione» e indica l'ultimo standard tecnologico disponibile per la comunicazione mobile. Grazie all'impiego di onde elettromagnetiche ad alta frequenza differenti da quelle finora utilizzate, i nostri dispositivi si connetteranno alla rete in maniera più veloce. Ma, soprattutto, potranno dialogare tra loro. Un aspetto che sintetizza la vera novità del 5G, in un'epoca in cui abbiamo l'esigenza che tutti i device - smartphone, tablet, pc, smartwatch, elettrodomestici ed e-reader - siano tra loro sempre connessi indipendentemente dalla distanza che li separa. La sua introduzione determinerà importanti cambiamenti nell'architettura della rete, le cui ricadute non sono ancora del tutto immaginabili. La capillarità degli impianti potrebbe aumentare, anche se ogni progresso compiuto nell'ambito delle telecomunicazioni ha sempre fatto registrare un calo dell'intensità dei segnali trasmessi. Lo stesso potrebbe avvenire con il 5G, anche se il fatto che il cellulare sia la maggiore fonte di radiofrequenze lascia intendere quanto variabile possa essere l'esposizione da un individuo all'altro. E, di conseguenza, il rischio di ricadute sulla salute.  

LE RADIOFREQUENZE SONO CANCEROGENE?

I più preoccupati rispetto a questo tema tengono bene a mente le conclusioni a cui è giunta l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) nel 2011. Non potendo escludere qualsivoglia ripercussione sulla salute, gli esperti del centro di Lione hanno concluso che «le radiofrequenze sono dei possibili cancerogeni per gli esseri umani» e inserito i campi elettromagnetici da esse derivati nel gruppo 2B. A questo elenco - lo stesso di cui fanno parte le onde a bassa frequenza (che fanno funzionare la rete elettrica e dunque tutti i nostri elettrodomestici), l'aloe vera, il bitume, la benzina e il gasolio - appartengono gli agenti per i quali vi è una «limitata prova di cancerogenicità negli esseri umani e un insufficiente riscontro negli animali di laboratorio» e che non possono essere iscritte all'elenco delle sostanze non classificabili come cancerogene per l'uomo (gruppo 3). Per quanto le evidenze scientifiche circa la capacità di queste onde di indurre la trasformazione delle cellule in chiave neoplastica siano contrastanti, il timore è che un aumento di esposizione possa mettere maggiormente a rischio uomini, donne e (soprattutto) bambini.  


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RADIOFREQUENZE E SALUTE: IL PARERE DELL'ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA'

Negli ultimi anni, diversi gruppi di ricerca hanno provato a fare una sintesi delle evidenze disponibili: a livello epidemiologico (in questo ambito gli studi di questo tipo sono considerati i più solidi) e tossicologico (condotti su modelli animali). Nel caso delle onde ad alta frequenza, le maggiori attenzioni sono puntate sui tumori cerebrali. Ma per il momento non ci sono conclusioni definitive. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, che nei mesi scorsi ha diffuso un parere per chiarire le evidenze scientifiche riguardanti il possibile rischio oncologico determinato dalle radiofrequenze, «la validità dei risultati degli studi su cellulari e tumori rimane incerta». Nel documento - firmato anche da ricercatori di Cnr, Enea e Arpa Piemonte - si puntualizza che «alcuni studi riportano notevoli incrementi di rischio per i neuromi acustici (tumori cerebrali benigni, ndr) e per i gliomi (maligni, ndr) per modeste durate e intensità cumulative d’uso», con una maggiore probabilità che la malattia si manifesti sullo stesso lato in cui si è registrata l'esposizione più elevata alle radiofrequenze. Ma queste osservazioni «non sono coerenti con l’andamento dei tassi d’incidenza dei tumori cerebrali, i cui numeri non sono cresciuti di pari passo con la diffusione dei cellulari». Sintesi che non è però stata condivisa da una parte della comunità scientifica, più orientata ad applicare il principio di precauzione. «Il rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità non valuta tutti i rischi sanitari da esposizione a radiofrequenze, sottovaluta evidenze di un verosimile rischio di cancerogenicità e non elabora proposte di prevenzione primaria», ha ribattuto Agostino Di Ciaula, presidente del comitato scientifico dell'Associazione Medici per l'Ambiente (Isde). 


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PRUDENZA DAGLI EPIDEMIOLOGI

Secondo l'Isde, inoltre, il documento «ignora completamente il documentato rischio di malattie non-oncologiche da esposizione a radiofrequenze e l’ipersensibilità a esse». Sulla base di diversi studi, in effetti, le ripercussioni sulla salute potrebbero essere anche differenti dalla comparsa di un tumore e riguardare la sfera neurologica, l'apparato riproduttore e il complesso sistema di regolazione ormonale interno all'organismo. Anche in questo caso, i riscontri sono ancora incompleti per trarre conclusioni definitive. «Dal momento che lo scenario è in evoluzione e che molte informazioni non sono ancora disponibili, occorre essere cauti», dichiara Lucia Miligi, dirigente della struttura complessa di epidemiologia dei fattori di rischio e degli stili di vita dell'Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete oncologica (Ispro) di Firenze. Tra i limiti principali di tutte le ricerche finora condotte, ci sono l'impossibilità di prevedere i livelli di radiofrequenze associate al 5G, i continui aggiornamenti tecnologici e le difficoltà nello studiare l'esposizione ai telefoni cellulari. Nel dubbio, dunque, meglio prevenire. Già, ma come? «Usando i cellulari il più possibile con gli auricolari o in vivavoce». Oltre che evitando di tenerli sul comodino durante la notte e di utilizzarli nei luoghi in cui il segnale è più basso. Questo perché «nel tentativo di stabilire una connessione con gli altri dispositivi, la frequenza delle emissioni aumenta», aggiunge l'esperta.

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I CELLULARI NELLE MANI DEI BAMBINI

C'è poi un altro aspetto da considerare: l'utilizzo degli smartphone da parte dei bambini. Gli studi epidemiologici che hanno indagato le ripercussioni dell'esposizione alle radiofrequenze non hanno finora preso in considerazione i più piccoli. Tre sono in corso: i primi risultati sono attesi già nel 2020. Al di là di altre ragioni che suggeriscono di non mettere mai uno smartphone tra le mani di un figlio prima del raggiungimento dei due anni, secondo Miligi, che al tema delle radiofrequenze e dei possibili effetti sulla salute ha appena dedicato un articolo sulla rivista Epidemiologia&Prevenzione, «è immaginabile che gli effetti siano diversi, perché tale è la modalità d'uso tra i più piccoli e gli adulti». Bambini e adolescenti effettuano infatti meno telefonate, ma sono ormai abituati a tenere lo smartphone tra le mani fin dai primi anni di vita e per molte più ore nell'arco della giornata. Presto scopriremo se con delle conseguenze. E con quali. 

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Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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