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Un appello per il suicidio assistito

Un documento di esperti alla Corte Costituzionale. Obbiettivo: modificare la legge sul fine vita

Un appello per il suicidio assistito

A fronte di una malattia incurabile, esiste il diritto di poter chiedere un aiuto per abbreviare la propria vita in modo umano e dignitoso? Stando all’attuale legge italiana, la risposta è no. L’articolo 580 del codice penale, infatti, punisce chiunque aiuti una persona a togliersi la vita con pene che vanno dai cinque ai dodici anni di reclusioni. Ciò vale anche nel caso in cui un medico presti aiuto a un malato che chiede di porre fine alla propria vita in quanto afflitto da sofferenze e dolori insostenibili e refrattari a ogni altro trattamento. 


Contro il divieto al suicidio assistito, si è recentemente espresso un gruppo di esperti, giuristi, politologi, filosofi e attivisti per i diritti civili con un appello rivolto alla Corte Costituzionale. Il documento - promosso dalla Consulta di Bioetica e dall’Associazione Atei Agnostici e Razionalisti (UAAR) - mira a favorire il dibattito in vista della pronuncia dell'organo di garanzia su questi temi prevista entro il 24 settembre. Secondo i firmatari, esistono due ragioni che motivano la necessità di ripensare l’attuale legislazione.


La prima è che negli ultimi decenni si è assistito a un profondo mutamento a favore di un sempre maggiore riconoscimento dei valori «di libertà e di autonomia costitutivi della dignità della persona». Salvaguardare e proteggere l’autonomia personale è particolarmente importante in ambito clinico, come attesta anche la recente legge 219 del 2017 in materia di «Consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento». Rispettare l’autonomia e la libertà di ciascuno, però, comporta in primo luogo la rimozione di quei vincoli e divieti che impediscono di decidere liberamente sulla propria vita e sul proprio corpo. Se già si riconosce su queste basi un diritto a rifiutare delle cure «salvavita», perché non è invece possibile ricevere un trattamento assistito che permetta di giungere allo stesso scopo?

 

La seconda ragione è, dunque, che ogni anno centinaia di persone varcano il confine con la Svizzera per accedere al suicidio medicalmente assistito. Alcune di queste sono affette da malattie terminali, degenerative e incurabili. Mentre altre si trovano in una condizione stabile ma di sofferenza intollerabile, come nel caso di DJ Fabo. Chiaramente questo fenomeno del turismo «suicida» scomparirebbe se anche in Italia fosse possibile accedere al suicidio medicalmente assistito. Inoltre, sottolineano i firmatari, riconoscere tale diritto significherebbe anche predisporre una rete maggiore di controlli e tutele per le persone fragili e vulnerabili.


C’è da sperare che questo appello, condivisibile sia nei propositi sia nelle argomentazioni, riesca a richiamare finalmente l’attenzione su un tema così centrale per i diritti e libertà di tutti cittadini.




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