Sostieni Fondazione Veronesi, dona ora

Insieme per il nostro futuro. Sostieni la ricerca e la cura!

Dona ora

I numeri della sperimentazione animale in Italia

Tra il 2010 e il 2015, l'utilizzo di animali da sperimentazione s'è ridotto del 33 per cento

I numeri della sperimentazione animale in Italia

Tra 18 anni il mondo potrà fare a meno della sperimentazione sugli animali«Clickbait»? Beh, per certi versi non vi sbagliate, lo ammetto, ma l’operazione è condotta a fini di bene per rispetto alla razionalità delle cose. Occorreva un gancio, un titolo «forte», per presentare una serie di post in cui «daremo i numeri». Non nel senso figurato, s’intende. Daremo letteralmente i numeri. Nello specifico, i numeri della sperimentazione animale in Italia.


Innanzitutto, chiariamo il perché di questi post. Il problema principale delle bufale è che costruirle è facilissimo, basta una foto di uno scimpanzè o un gatto sottoposti a indicibili torture «in nome della scienza» per crearne una (vedi esempi qui, qui, qui e qui). E se qualcuno vi dicesse che questa recente foto del Senatore Movimento 5 Stelle Paolo Bernini sicuramente non viene da un laboratorio perché in Italia non si fa uso di scimmie antropomorfe o gatti a fini scientifici dal 2010 almeno, ci credereste? Per smontare una bufala, serve un esperto (o più di uno) che si prenda la briga di andare a leggersi i dati, spesso inaccessibili o complicati da interpretare. E questo richiede decisamente più tempo che postare una foto su Facebook. Ma cosa dicono davvero questi dati? Nel corso dei prossimi post, vedremo insieme cosa dicono le fonti ufficiali - Gazzetta Ufficiale - riguardo all’uso di animali da sperimentazione in Italia. Iniziamo dalla domanda più importante di tutte: quanti animali sono stati destinati alla sperimentazione animale?

Nella figura 1 troveremo una tabella che raccoglie il numero di animali utilizzati per scopi scientifici dal 2010 al 2015, divisi per specie. Nella tabella affianco, il dato viene espresso come percentuale sul totale di animali utilizzati in modo da renderlo più semplice da interpretare. Concentriamoci innanzitutto su una cosa: nel periodo 2010-2015, l’utilizzo di animali modello per la sperimentazione animale in Italia è passato da 777.731 a 586.699. Parliamo di una riduzione totale del 33 per cento, con una media di -6 per cento di animali in meno ogni anno. Se osserviamo il grafico in figura 2, vedremo questa riduzione sotto forma di una linea rossa che si abbassa di anno in anno. Se questa linea rossa dovesse abbassarsi allo stesso ritmo ogni anno, cioè se riuscissimo a rinunciare ogni anno al sei per cento degli animali, nel 2035 la linea toccherà lo zero e questo vorrà dire che staremo facendo ricerca scientifica senza usare animali. Nella realtà, bisogna essere chiari sin da subito, non sarà così semplice.


Questo grafico ci dimostra come la scienza italiana sia costantemente impegnata nel ridurre il più possibile l’uso di animali da sperimentazione, già da prima dell’entrata in vigore del pluricitato DL26 di cui abbiamo parlato tante volte (qui e qui, per esempio). La scienza, però, ha ancora bisogno di animali ed è ragionevole pensare che questa riduzione del 6 per cento non sarà costante, ma si raggiungerà un minimo annuo sotto il quale non si potrà scendere per mille ragioni di cui sia il sottoscritto che altri hanno già parlato in abbondanza. Per poter completamente rinunciare agli animali, servirà un salto scientifico tale da permetterci di avere mezzi e strumenti in grado di sostituirli completamente senza perdere qualità dei dati, rigore scientifico e affidabilità dei risultati. Siamo, purtroppo, ancora parecchio lontani da quel risultato e chi vi dice il contrario è in malafede o non è adeguatamente informato.

 

La figura 3 è una rappresentazione grafica delle percentuali espresse nella tabella delle percentuali delle figure 1 e 2: la lunghezza della barra indica quanti animali di ogni specie (in percentuale) sono stati utilizzati ogni anno nel quinquiennio 2010-2015. Queste tre figure ci dicono tutte la stessa cosa: durante gli anni 2010-2015, la proporzione  fra le diverse specie di animali utilizzati per la sperimentazione scientifica non è variata. I topi occupano il primo posto (una media su tutto il periodo pari al 66,7 per cento, nel 2015 ridotta al 63,69 per cento), seguiti dai ratti (media dei 6 anni: 20,71 per cento, nel 2015  pari al 22,32 per cento), rettili, anfibi e pesci (media dei 6 anni: 4.28 per cento, nel 2015 ridotta al 2,93 per cento), uccelli (media dei 6 anni: 4,01 per cento, nel 2015  pari al 5,67 per cento) e conigli e altri roditori (media dei 6 anni: 3,70 per cento, nel 2015 pari al 4,67 per cento). Le restanti specie sono rappresentate per un totale di 0,56 per cento (media dei sei anni; nel 2015, la somma di tutti gli animali delle altre specie rappresenta l’un per cento del totale). Per dirla in parole povere, i roditori, intesi come somma di topi, ratti, conigli e altre specie, rappresentano ogni anno più del 90 per cento del totale di animali utilizzati per la sperimentazione animale (91 per cento di media nel periodo 2010-2015, 90,67 per cento solo nel 2015).


La prima evidenza di questi dati è che, contrariamente a quello che frequentemente capita di vedere pubblicizzato nelle cosiddette «campagne di sensibilizzazione» ispirate dal variegato mondo dell’attivismo antisperimentazione, le scimmie antropomorfe, le proscimmie ed i gatti non vengono utilizzati per effettuare lavori di ricerca e sperimentazione scientifica almeno dal 2010. Altre scimmie, cani e furetti rappresentano meno dello 0,1 per cento del totale. Trattandosi di specie con cui è facile empatizzare, si capisce perché vengano usate foto di questi animali per scopi propagandistici. Questo, però, non autorizza a ingannare la gente con foto fuorvianti e non rappresentative. Il grafico a torta nella figura 4 non è altro che un modo più semplice di vedere l’ultima barra a destra del grafico in figura 3: una divisione in percentuale delle specie utilizzate nel solo anno 2015 per la sperimentazione animale. Come si può osservare, nonostante tutte le credenze popolari, nel 2015 è accaduto ciò che accadeva già da anni, e cioè che, oltre a diminuire il numero totale di animali, si conferma una forte preponderanza nell’uso di roditori e specie meno evolute rispetto a grossi mammiferi. I dati riportati provengono dai resoconti annuali pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, il cui ultimo report disponibile alla data di stesura di questo post si riferisce all’anno 2015.


Perché l’incipit di questo post è un clickbait? Se vivessimo in un mondo in cui la statistica fosse in grado di prevedere il futuro in maniera esatta, allora il clickbait non sarebbe tale: nel 2035 davvero non dovremmo più aver bisogno degli animali per la scienza. La scienza, però, preferisce lasciare l’illusione della previsione del futuro ad altre discipline meno rigorose come l’astrologia tanto di moda in questo periodo e si concentra sull’interpretazione dei dati. Siamo davvero un Paese insensibile al tema dell’etica nella sperimentazione animale? I dati dicono il contrario. Per qualche ragione, e probabilmente non solo per una questione etica, il numero di animali si riduce ogni anno. Inoltre si prediligono sempre di più specie evolutivamente più distanti dall’uomo e si rispettano dunque i principi etici del rimpiazzo della riduzione. Nel prossimo post discuteremo i dati relativi alla destinazione d’uso di questi animali. In altre parole, risponderemo ad un’altra fondamentale domanda: per cosa si usano gli animali nella scienza?

 

LE FONTI

  • Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana 17-6-2015 SG n. 138
  • Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana 8-6-2016 SG n. 132
  • Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana 24-8-2016 SG n. 197
  • Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana 24-4-17 SG n. 95


Commenti (0)