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Sperimentazione animale: l'Italia da un'infrazione all'altra

Cartellino giallo dell’Unione Europea al nostro Paese per aver introdotto nuove limitazioni all’utilizzo di animali per scopi scientifici, in contrasto con quanto stabilito dalla direttiva europea 2010/63

Sperimentazione animale: l'Italia da un'infrazione all'altra

Circa due anni fa giocavamo al “Trova le differenze”, sorprendendoci delle tante discrepanze tra la Direttiva Europea 2010/63/UE riguardo la protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, e il Decreto Legislativo 26/2014, che di quella Direttiva ne è la versione recepita in Italia. In quell’occasione parlavo del costo che può avere la nostra ignoranza su temi così delicati e importanti. Si tratta di un costo effettivo e tangibile, quantificabile in centocinquantamila euro al giorno. Perché? Beh, perché i geniacci artefici di quel Decreto Legislativo - per ragioni non sempre dipendenti da loro, va detto - hanno prima preso una multa per aver recepito la Direttiva con molto ritardo mentre ora è arrivata la messa in mora giustificata dal fatto che, oltre che in ritardo, l’abbiamo pure recepita male.

Quindi ricapitoliamo. L’Unione Europea emana una direttiva. Noi ci mettiamo tempi giurassici per recepirla, ma questa non è una novità visto che, su ottanta infrazioni attualmente vigenti, quasi un quarto (18) sono dovute a ritardi o mancati recepimenti (fonte). E ok, diciamo che siamo sempre stati un popolo guascone, quindi magari ci godiamo pure un po’ a fare la figura di quel tipo «spacconcello» che se gli dici che la festa inizia alle 21:30, si presenta alle 22:45 solo per farsi notare. Il problema grave è che la festa era in smoking e noi, siccome non abbiamo saputo leggere l’invito, ci siamo presentati non solo in ritardo, ma anche vestiti con jeans attillati e giacca in pelle anni 80. Fenomeni. Quello che, però, è realmente strabiliante è che ora qualcuno cerca anche di dire all’Europa che «No! Dobbiamo avere la schiena dritta. Siamo venuti vestiti così perché non ci piace lo smoking ma ci piace andare contro il sistema che ci impone lo smoking ad ogni costo». Durante tutto il giurassico ritardo, il nostro Parlamento pare essersi messo di impegno a distorcere in molti punti la Direttiva Europea. Ha ascoltato gruppi anti e pro-sperimentazione, pareri più o meno scientifici, finendo poi per partorire una mostruosità che ha scontentato tutti. Non sono sbalorditivi?

Di tutti gli articoli della Direttiva, nel mio precedente post ne avevo lasciato fuori uno, che oggi si rivela essere, per l’Italia, il più importante di tutti. L’articolo 2, infatti, proibisce ai Paesi membri di adottare misure più stringenti di quelle indicate dalla Direttiva stessa, pur concedendo la possibilità di lasciarle in vigore qualora fossero (occhio, che qui c’è il trucco) già presenti al momento della ricezione della Direttiva. Cosa vuol dire? Torniamo alla festa. L’Europa ha mandato a tutti un invito, con scritto sotto: «Gradito lo smoking». Significa che la Germania può presentarsi col panciotto, la Spagna col farfallino, l’Olanda col frac e così via. L’articolo 2 dice che non si può venire con giacca di pelle, stivali texani e denim scoloriti e strappati sulle ginocchia. Tuttavia, se un Paese non riesce a passare da casa per cambiarsi, può comunque venire casual, purché elegante e rispettando i canoni e lo spirito della festa. Cos’ha fatto l’Italia? È arrivata in ritardo alla festa perché ha scelto di andare volutamente a casa, cambiarsi, mettersi degli stracci e si è presentata alla festa in quelle condizioni. E ora, giustamente, il maggiordomo di casa Europa è venuto a prendere l’Italia per le orecchie e l’ha portata nel classico anticamera dicendole: «Deve mettere una giacca, per stare qui». Ecco. Stiamo facendo la figura degli straccioni quando cercano di entrare nei ristoranti di lusso, nei film americani.

Tutte le norme che appaiono nel Decreto Legislativo che recepisce la Direttiva Europea sono più stringenti delle linee guida stabilite dall’Unione Europea e, soprattutto, non c’erano prima in Italia. Pertanto, sono in contrasto con l’articolo 2 della direttiva e hanno fatto scattare la messa in mora per il nostro Paese che, a questo punto, deve sbrigarsi a tornare immediatamente a casa, cambiarsi come si deve e tornare alla festa. Come diceva due anni fa Roberto Caminiti, docente di Fisiologia a La Sapienza, «la situazione è davvero paradossale. Usciamo da quella infrazione legata al ritardo, per entrarne in un’altra per violazione della direttiva». Puntualissimo e sempre sul pezzo, Gianluca Felicetti, presidente della Lega Anti-vivisezione, è intervenuto esortando il governo a non cambiare il Decreto e dicendo che «se l'Unione Europea avesse voluto una normativa identica in tutti i Paesi, avrebbe avuto dovuto emanare un Regolamento». Parliamone. È vero che un Regolamento Europeo impone agli Stati membri di recepirlo così com’è, senza ammettere cambi e modifiche. In alternativa, la Direttiva traccia delle linee guida lasciando certo spazio di margine agli Stati membri. La Direttiva Europea 2010/63/UE era stata elaborata con due linee guida principali: aumentare il benessere degli animali da sperimentazione, vista la cresciuta coscienza etica dei cittadini riguardo questo tema, e favorire l’adozione di condizioni di sperimentazione migliori per incoraggiare una ricerca con standard di qualità più elevati. Il suo obiettivo era, come stabilisce la stessa Direttiva, unificare le condizioni di trattamento degli animali di sperimentazione all’interno della UE, in cui c’erano troppe diversità tra gli Stati membri. Il Decreto Legislativo che è stato diffuso dal Parlamento, col beneplacito delle associazioni anti-sperimentazioni e contro tutti i più autorevoli pareri del mondo scientifico italiano, seguiva sì la prima linea guida (il benessere degli animali) ma ignorava completamente la seconda (la qualità della ricerca), visto che, dati alla mano, tagliava le gambe a numerose linee di ricerca come oncologia, tossicologia e studi sulle dipendenze, causava un aumento dei costi di sostentamento dei laboratori costringendoli a comprare all’estero animali da sperimentazione perché ne vietava l’allevamento in Italia e via dicendo. Tutte norme, ripeto, che prima in Italia non esistevano: con la scusa di recepire la Direttiva, le associazioni anti-sperimentazione hanno lavorato ai fianchi la classe politica per introdurre norme nuove e ora ci si è accorti che non si poteva fare.

Colti con le mani, entrambe, nella marmellata, non hanno neanche la decenza di scusarsi e anzi insistono di aver fatto bene, che la legge và bene così, che è invece l’Unione Europea quella arcaica, incivile e che ostacola la “vera scienza” - quella dei metodi alternativi che, secondo loro, sarebbe capace di capire il mal di stomaco con una coltura cellulare, per intenderci -. Se poi si vanno a leggere i commenti sui social, ecco immancabili i complottisti dell’angolo sotto casa, subito pronti con la loro soluzione «Lasciamo l’Europa, allora». Sono o non sono dei geniacci, dai? Se non fossero così influenti e pericolosi, pagherei persino un biglietto per ascoltarli. Tra i tanti aspetti ridicoli di tutta la questione c’è anche il fatto che l’Unione Europea ha elaborato la Direttiva del 2010 ascoltando, tra l’altro, anche l’Eurogroup for Animals. Si tratta di un gruppo che raccoglie varie associazioni animaliste, anti-sperimentazione e via dicendo sparse in tutta Europa. In questo gruppo c’è anche la LAV. Ma dai? Quindi devo davvero scrivere che la LAV si è seduta al tavolo europeo e ha contribuito a elaborare una Direttiva che, una volta arrivata in Italia ha fatto di tutto per contrastare e restringere, contraddicendo se stessa? Sì. L’ho appena scritto. Sono meravigliosi.

Francesco Mannara
@fmannara



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