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La terapia intensiva diventa ‘aperta’ anche in Italia

pubblicato il 07-01-2014
aggiornato il 15-06-2017

Meno stress e sofferenza per i pazienti quando le visite dei famigliari non sono limitate. Ma sono ancora pochi gli ospedali italiani che consentono libertà di accesso nelle 24 ore

La terapia intensiva diventa ‘aperta’ anche in Italia

Un paio d’ore al giorno, in fasce orarie rigidamente stabilite, in alcuni casi concesse solo ai perenti stretti: per chi è ricoverato nei reparti di terapia intensiva in Italia le visite dei propri cari sono ancora centellinate. Eppure nulla sembra giustificare queste restrizioni, neppure l’ipotesi di un aumentato rischio di infezioni potenzialmente veicolate dai visitatori, oggi smentita da studi scientifici, o l’esporre il malato a un maggiore stress. Anzi, è proprio il contrario: il contatto con i famigliari, nel rispetto di norme igieniche precauzionali, attutisce la gravosità dell’esperienza in terapia intensiva, altrimenti resa difficile anche dalla solitudine. A promuovere una liberalizzazione delle visiting policies, non regolate da una normativa ma stabilite dai singoli ospedali, è il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) che ha stilato il primo documento sul tema: un invito agli ospedali italiani ad aprire le porte di questo reparto.

APRIAMO LE PORTE- Risale a un decennio fa il primo appello – dalla voce di Hilmar Burchardi, all’epoca presidente della European Society of Intensive Care Medicine - a rendere la terapia intensiva «un luogo dove l’umanità abbia alta priorità», incentivandone un’accessibilità estesa sulle 24 ore. Ad accogliere per primi l’innovazione gli ospedali nord-europei, oggi un modello per i reparti «aperti»: in Svezia lo sono il 70 per cento delle terapie intensive per adulti e il 100 per cento di quelle neonatali. Maglia nera all’Italia dove, seppure negli ultimi cinque anni la situazione sia migliorata, solo il 2 per cento delle terapie intensive non pone restrizioni di orari. Anche quando a essere ricoverato è un bambino: due terzi delle terapie intensive pediatriche non consentono la presenza costante di un genitore nemmeno nelle ore diurne. «La separazione dai genitori è invece la maggior fonte di stress per i bambini ospedalizzati – commenta Alberto Giannini della Terapia Intensiva Pediatrica dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, coautore del documento del CNB – Uno studio americano ha dimostrato che il limite posto alla presenza delle figure care rappresenta la terza causa in assoluto di sofferenza per il paziente adulto. Si è osservato, invece, che l’apertura del reparto è associata alla diminuzione di un marcatore ormonale di stress nei ricoverati».

STRESS PER LA FAMIGLIA- Non sono solo i pazienti a soffrire di questo isolamento: recenti dati hanno messo in luce che un terzo dei loro famigliari manifesta uno stato di ansia e depressione paragonabile al disturbo post-traumatico da stress, già a 3-5 giorni dal ricovero e che può perdurare fino un anno dalla dimissione del proprio caro. Di fronte a queste evidenze, perchè limitare ancora le visite? «Modificare le regole attuali richiede tempo e fatica per il personale sanitario. Abbiamo però dimostrato quanto l’apertura del reparto sia positiva anche per medici e infermieri che vedono migliorati il rapporto di fiducia e la comunicazione con le famiglie. Oggi c’è una maggiore consapevolezza dei benefici che possiamo offrire ai pazienti e la situazione sta sensibilmente migliorando», conclude.

Cinzia Pozzi
@cinzpozzi


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