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Poliomielite: il vaccino “combinato” è più efficace?

pubblicato il 10-10-2014
aggiornato il 06-02-2017

Sperimentata la profilassi con entrambi gli antidoti, di Salk (iniezione) e di Sabin (orale). Ma quattordici anni dopo, il virus s'è ripresentato in Iraq

Poliomielite: il vaccino “combinato” è più efficace?

SPECIALE VACCINI PEDIATRICI: leggi l'approfondimento della Fondazione Veronesi


L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva un obiettivo chiaro: eradicare il virus della poliomielite entro il 2000. I focolai emersi nell’ultimo decennio hanno invece dimostrato come il risultato sia ancora lontano dall’essere raggiunto. «Sono concrete, però, le speranze di sconfiggere definitivamente la malattia nel giro di pochi anni, come accaduto con il vaiolo», afferma Chiara Azzari, direttore della clinica pediatrica dell’ospedale Meyer di Firenze. L'urgenza giustifica l’attenzione che si ripone nei confronti di questa infezione - da tempo eradicata in Italia - che si trasmette per via oro-fecale e attraverso le secrezioni respiratorie.

 

RESISTENZA AL VACCINO

Le epidemie più recenti sono state segnalate in Iraq (dove il virus si considerava eradicato da 14 anni) Siria, in Somalia, in Kenya, in Afghanistan, in Nigeria e in Pakistan: con questi ultimi tre Stati che fanno registrare una diffusione ancora massiccia. Diverse le evidenze emerse anche in Israele, dove poco più di un anno fa il virus fu rintracciato nelle acque di scarico. Ma a mettere per ultimo in allarme i ricercatori è stato il riscontro della malattia in Congo. Anche se l’epidemia risaliva al 2010 - 445 contagi e almeno 209 vittime accertate -, è di poche settimane fa la scoperta che questo “outbreak” di infezione s’è rivelato resistente al vaccino.

In un lavoro pubblicato su Proceedings of the National Academy of the United States of America, i ricercatori hanno dimostrato che molti di coloro che erano stati colpiti dall’epidemia avevano ricevuto l’antidoto. Segno che il virus aveva subito delle mutazioni, riscontrate «isolando l’agente eziologico dal defunto e mettendolo a confronto con il profilo noto del poliovirus», spiega Jan Felix Drexler, direttore del dipartimento di virologia dell’azienda ospedaliero-universitaria di Bonn e prima firma del paper. Risultato: gli anticorpi indotti dalla vaccinazione erano difficilmente in grado di bloccare l’agente mutato.

 

VACCINO COMBINATO?

La profilassi, introdotta a metà degli anni ’50, si basa su due differenti approcci. C’è chi, come l’Italia, dove il vaccino è obbligatorio da diversi decenni, ha sposato la linea del microbiologo statunitense Jonas Salk: basta l’iniezione di quattro dosi - al terzo, al quinto e al dodicesimo mese di vita, con un richiamo al compimento dei cinque anni - per scongiurare il pericolo dell’infezione.

E chi, almeno inizialmente, aveva optato per la soluzione proposta da Albert Sabin, che non volle mai brevettare il suo vaccino - prevede la somministrazione per via orale del virus inattivato - ed ebbe così successo per i costi più contenuti dell’operazione e per la maggiore facilità nella somministrazione. Adesso, però, un gruppo di ricercatori propone un approccio combinato per favorire la diffusione di una “immunità di gregge” nelle aree a rischio: tutti coloro che si sono immunizzati attraverso il vaccino orale di Sabin dovrebbero sottoporsi anche a quello di Salk per migliorare la protezione.

«In questo modo si ridurrebbe la diffusione della malattia tra i viaggiatori», afferma Hammid Jafari, direttore del programma di ricerca sull’antipolio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e autore dello studio pubblicato su Science, condotto con l’obiettivo di valutare l’approccio più efficace in un campione di mille bambini indiani. Nella fase di ricerca i soggetti hanno ricevuto un vaccino o l'altro. Dopo quattro settimane, indipendentemente dal tipo dose iniziale, ne è stata loro somministrata una di vaccino orale. Nei bambini che erano stati precedentemente trattati con il vaccino inattivato, la diffusione virale è stata ridotta.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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