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Cardiologia

Noi italiani non sappiamo fare prevenzione

pubblicato il 27-05-2011

Temiamo di ammalarci ma non facciamo niente per evitarlo. Questa è la sentenza di una recente ricerca internazionale sugli stili di vita. Una malattia su tre è evitabile con attività fisica quotidiana e controllo del peso

Noi italiani non sappiamo fare prevenzione
Temiamo le malattie ma non rinunciamo a eccessi e vita sedentaria. E' la sentenza di una ricerca internazionale sugli stili di vita

Viviamo nel timore di ammalarci, ma poi facciamo poco per proteggerci. I tumori sono quelli che fanno più paura, mentre le patologie cardiache, che pure causano il doppio delle vittime, sono un pensiero meno assillante. In ogni caso, in pochi rinunciano a fumo, alcol, vita sedentaria e cibo in eccesso.

IL  «PARADOSSO» ITALIANO - Pecchiamo di inerzia anche contro quelle patologie per le quali lo stile di vita fa la differenza, e la prevenzione sarebbe davvero a portata di mano.  «Un paradosso»: così definisce l’atteggiamento degli italiani una ricerca internazionale sulle malattie croniche e la loro percezione. Commissionata da Bupa International, una delle principali compagnie assicurative in tema di salute, l’indagine è stata realizzata dalla London School of Economics, e ha coinvolto più di 12mila persone nel  mondo, oltre mille in Italia. 

I DATI – Più della metà degli italiani (54%) ammette di fare attività fisica solo per un’ora la settimana, o anche meno. In linea con la media internazionale, sette connazionali su 10 (71%) bevono alcolici e quasi un terzo fuma (30%). Eppure l’86% è preoccupato di sviluppare in futuro una malattia cronica: oltre un terzo degli italiani (37%) teme il cancro, mentre meno di uno su dieci (8%) si preoccupa delle malattie cardiache e appena il 5% del diabete. Gli italiani ammettono che il maggior impedimento a scegliere stili di vita più sani è la mancanza di tempo (30%) mentre per il 17% è la scarsa motivazione. Bastano come giustificazione?

UNA MALATTIA SU 3 EVITABILE - L’impatto delle «malattie croniche» (cioè patologie di lunga durata e a lenta progressione) è notevole. «Sono la causa principale di morte e disabilità in tutto il mondo e causano il 60% di tutti i decessi» ha ricordato Julien Forder, ricercatore della London School of Economics commentando i dati della ricerca Bupa. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le malattie cardiocircolatorie sono la principale causa di morte nei Paesi ad alto reddito, circa un quarto del totale, il doppio rispetto alle vittime di tumore (13%).  «L’attività fisica è uno dei cambiamenti dello stile di vita più efficaci per ridurre il rischio di sviluppare condizioni patologiche a lungo termine – ha osservato ancora Forder -. Quasi un terzo delle malattie cardiovascolari (30%) e più di un quarto dei casi di diabete (27%) potrebbero essere evitati se tutti cominciassero a fare attività fisica».

DIABETE E INFARTO? SI COMBATTONO A TAVOLA - Secondo i dati dell’Istituto superiore di Sanità, la percentuale di diabetici tra i grandi obesi è di oltre il 24%. Sovrappeso e obesità sono responsabili dell’80% dei casi di diabete di tipo 2, del 35% dei casi di malattie ischemiche del cuore e del 55% dei casi di malattie ipertensive tra gli adulti in Europa.

NON SOLO PIGRIZIA E GOLOSITA’ - Che cos’è, allora, che impedisce la messa in atto dei comportamenti che potrebbero ridurre il rischio di ammalarsi? E’ plausibile imputare il tutto ai due vizi capitali della gola e dell’accidia? Niente affatto, secondo Florence Didier, psicologa e membro del comitato scientifico del progetto No Smoking Be Happy, la campagna della Fondazione Veronesi contro il fumo: «Dietro a comportamenti così poco razionali ci sono molti fattori da considerare. Può intervenire un meccanismo di negazione del rischio, una strategia di difesa contro la paura. Un po’ come accade al fumatore che sa benissimo che fumare fa male, ma lascia subentrare un certo senso di onnipotenza, di sfida. “Tanto poi non succede a me”.  Contano poi i fattori culturali. Ad esempio, nei Paesi del Sud Europa c’è una scarsa cultura dello sport rispetto ai Paesi anglosassoni».

SE ANCHE I MEDICI LATITANO – Una carenza importante emerge proprio là dove c’è (o ci dovrebbe essere) l’anello forte della catena di prevenzione: lo studio del medico di famiglia. Secondo i dati raccolti nel 2009 nell’ambito del sistema di sorveglianza PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), solo il 54% delle persone in sovrappeso dice di aver ricevuto, da un medico o altro operatore sanitario, il consiglio di fare una dieta. E ancora meno, il 38%, di fare regolarmente attività fisica.

GLI ADULTI DI DOMANI - La situazione è preoccupante specie fra i più giovani. Dai risultati del progetto «Sistema di indagini sui rischi comportamentali in età 6-17 anni», resi noti a fine 2010, emerge che il 23% dei ragazzi è in sovrappeso e l’11 per cento obeso. Un terzo dei bambini non fa colazione o mangia in maniera inadeguata, la metà consuma bevande zuccherate o gassate nell’arco della giornata e un quarto non mangia quotidianamente frutta e verdura. Quasi la metà dei bambini ha la televisione in camera e un quinto pratica sport per non più di un’ora a settimana.

LA PILLOLA MAGICA E’ L’EDUCAZIONE - «In Italia si è fatta molta strada in tema di prevenzione. Le persone – osserva Florence Didier - sono più attente, partecipano agli screening, hanno capito l’importanza della diagnosi precoce anche grazie alle campagne d’informazione. Per la prevenzione primaria, quella che si mette in atto con i comportamenti quotidiani (niente fumo, poco alcol, alimentazione equilibrata e movimento), si può fare altrettanto, ma occorre un lavoro educativo profondo, che coinvolga magari le scuole e i luoghi dove sia possibile un confronto reale e attivo».

Donatella Barus

 

CHI E’ L'ESPERTA: Florence Didier, nata in Francia nel 1968, si è laureata in Psicologia e Psicopatologia all’Università Sophia Antipolis di Nizza, specializzandosi poi in Psicoterapia all’Istituto di Analisi Immaginativa di Cremona. E’ responsabile dell’unità di Psico-Oncologia dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e membro del comitato scientifico del progetto No Smoking Be Happy, la campagna della Fondazione Veronesi contro il fumo.


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