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Cardiologia

Quanti sono e come funzionano i reparti di terapia intensiva?

pubblicato il 11-03-2020

Ai tempi del Coronavirus, un dossier per conoscere i reparti di terapia intensiva in cui i pazienti più gravi con Covid-19 vengono supportati nel mantenimento delle funzioni vitali

Quanti sono e come funzionano i reparti di terapia intensiva?

Il 9 per cento dei pazienti colpiti dal Coronavirus richiede il ricovero in un'unità di terapia intensiva per gestire i casi più gravi di Covid-19


Fiorentino Fragranza - direttore dell'unità operativa complessa di anestesia, rianimazione e terapia intensiva dell'Ospedale Cotugno di Napoli - abbiamo sottoposto 15 domande per spiegare il funzionamento di questi reparti, l'assistenza che viene garantita al loro interno e l'evoluzione a cui stanno andando incontro alla luce dell'epidemia in corso.

Cosa si intende per cure intensive?

Sono quelle che prevedono il monitoraggio e l'assistenza in continuo, 24 ore su 24. A richiederli sono quei pazienti che non potrebbero sopravvivere altrove, poiché affetti da malattie acute che, compromettendo l'attività di una o più delle funzioni vitali, pongono a rischio la vita. In un reparto di terapia intensiva, i sanitari lavorano per ripristinare nel minore tempo possibile un equilibrio tra il sistema nervoso centrale, l'apparato cardiocircolatorio e quello respiratorio

 

Quali sono i pazienti che necessitano di un ricovero in terapia intensiva?

Sono diversi, tanto che oggi si parla di terapie intensive con diversa specialità. Di queste cure hanno bisogno i pazienti colpiti da un ictus, da un'emorragia cerebrale, da un infarto o da un arresto cardiaco. E poi: coloro che sono rimasti vittime di un trauma che pone a rischio la vita, i pazienti reduci da un trapianto d'organo o da un altro intervento chirurgico particolarmente impegnativo che non permette un immediato ritorno nel reparto di degenza.
 

Com'è strutturato un reparto di terapia intensiva?

Le camere in cui avvengono i ricoveri non sono sempre singole, ma devono essere ampie. In questi spazi, oltre al personale sanitario, occorre accogliere le attrezzature necessarie a garantire l'assistenza continua dei pazienti. Al di là del letto, diverso da quelli che si vedono negli altri reparti (con sponde rimovibili, ruote e accesso sui quattro lati), nella stanza di un reparto di terapia intensiva non devono mai mancare il monitor per il controllo delle funzioni vitali, un ventilatore meccanico, le pompe per infondere i farmaci, le maschere per l'ossigeno, un sistema di aspirazione delle secrezioni bronchiali, un defibrillatore, il carrello per i farmaci, la macchina per la dialisi e i cestini per smaltire il materiale biologico. Oltre, naturalmente, a una barra di alimentazione per gestire tutti questi macchinari anche in caso di black-out. 

 

Quanti posti del genere ci sono nel nostro Paese?

In Italia, al momento, ci sono poco all'incirca 5.300 posti di terapia intensiva e subintensiva, divisi tra gli ospedali pubblici (70 per cento) e quelli privati (30 per cento). Ciò vuol dire avere la disponibilità di 13.5 posti letto per 100mila abitanti, pari all'incirca il 3.3 per cento del totale dei posti letto utilizzati per i pazienti acuti. Sul totale dei posti di terapia intensiva, attualmente oltre 1.000 sono occupati da pazienti con Covid-19.

 

Quali sono i numeri degli altri Paesi europei?

Ci sono Paesi che hanno molti più posti letto rispetto all'Italia, come la Germania e l'Austria: con 29.2 e 21.8 unità per 100mila abitanti. Ma, stando ai dati pubblicati sulla rivista Intensive Care Medicine nel 2012, ci sono anche nazioni meno dotate rispetto al nostro Paese. È il caso, per esempio, dei Paesi scandinavi, dell'Olanda, del Regno Unito e della Spagna.

 

Quali sono le cure garantite in un reparto di terapia intensiva?

Le terapie dipendono dal deficit che fa registrare il paziente. Per sostenere la funzione respiratoria, si possono usare strumenti di ventilazione non invasiva, come le maschere facciali o i caschi. Nei casi di insufficienza più grave, occorre invece intubare il paziente. In ultima istanza si può infine ricorrere alla circolazione extracorporea (Ecmo). Non riuscendo a ossigenare il paziente in maniera adeguata, si preleva il sangue e lo si ossigena in una macchina esterna. Subito dopo, mantenendo il cuore e i polmoni a riposo, si procede con la reinfusione. Al di là del supporto respiratorio, in terapia intensiva si garantisce anche un'assistenza continua per alimentare i pazienti, somministrare dei farmaci e garantire, se necessario, il deflusso di liquidi dal cervello, dal torace e dall'addome.
 

Qual è la durata media di un ricovero in terapia intensiva? 

Parliamo di 14-16 giorni, trascorsi i quali i pazienti possono avere ancora bisogno di un supporto: di tipo respiratorio e riabilitativo. È quello che si fa nei reparti di terapia subintensiva.


Quali sono le differenze tra un'unità di terapia intensiva e di terapia subintensiva?

Superato il periodo di ricovero in terapia intensiva, un paziente potrebbe non essere ancora in grado di proseguire la degenza in un reparto ordinario. Da qui l'esigenza di avere delle strutture intermedie, dove i pazienti vengono monitorati 24 ore al giorno, ma con un supporto meno invasivo rispetto ai giorni precedenti. Ogni ospedale che ha una reparto di terapia intensiva dovrebbe avere dei posti letto dedicati all'assistenza con intensità intermedia.
 

Con l'aumentare dei casi di Covid-19, si stanno convertendo altri reparti in unità di terapia intensiva: cosa occorre per compiere questa transizione? 

Gli spazi, innanzitutto. E tutti quei macchinari che possono non essere presenti nella struttura di partenza. Più semplice, invece, è allestire degli spazi intermedi. Una scelta che, in questo caso, può rivelarsi comunque utile a liberare posti per i pazienti più gravi. 
 

Qualsiasi reparto di terapia intensiva è pronto ad accogliere un paziente affetto da Covid-19?

No, perché servono stanze singole, a pressione negativa e con un flusso di lavaggio dell'aria unidirezionale. Si tratta di misure atte a evitare che l'aria interna possa contaminare quella esterna e favorire il passaggio ambientale di un patogeno contagioso, qual è il Coronavirus.

In emergenza, è pensabile ricoverare pazienti infetti in una terapia intensiva che ne ospita altri in condizioni precarie per cause diverse?

No, perché si correrebbe il rischio di favorire i contagi all'interno dell'ambiente ospedaliero. Per questo si sta provvedendo a trasferire i pazienti con altre malattie che richiedono cure intensive in strutture diverse da quelli individuati per il trattamento di Covid-19. In questo modo si liberano posti che potranno tornare utili per fronte a un eventuale aumento dei pazienti alle prese con le forme di polmonite più severa.


È vero che, se una persona è molto anziana e ha diverse malattie, un ricovero in terapia intensiva può essere inefficace?

Un quadro simile comporta una progressiva riduzione delle probabilità di guarire il paziente. Ma ciò non toglie che si debba ricorrere a tutte le opportunità disponibili per tenerlo in vita. 


Quanti giorni di ricovero in terapia intensiva potrebbero essere necessari per un paziente con Covid-19?

Non lo sappiamo con certezza, ma sicuramente di un periodo compreso tra 20 e 30 giorni. I tempi si allungano quando i pazienti sono molto anziani e presentano altre malattie. 
 

Nel caso in cui crescesse il numero dei casi più gravi anche tra i pazienti pediatrici, dove andrebbero ricoverati?

Negli ospedali specializzati per la cura delle malattie infettive ci sono gli strumenti per assistere i bambini. Negli altri, invece, è opportuno fare riferimento alle competenze dei pediatri e degli anestesisti pediatrici che lavorano nei reparti di terapia intensiva pediatrica. I bambini richiedono maggiore isolamento rispetto agli adulti. Motivo per cui, se si presentasse un simile scenario, occorrerebbe isolare i pazienti Covid-19 da tutti gli altri. Ripetendo, in pratica, quello che si sta facendo al Nord per gli adulti.


Le terapie intensive italiane quanto sono attrezzate per affrontare un'emergenza infettiva?

Negli ultimi anni nelle terapie intensive ci si è concentrati sull'assistenza ai pazienti traumatizzati o colpiti da eventi cardio e cerebrovascolari. Quanto alle infezioni, oggi si pone molta più attenzione alle complicanze delle infezioni ospedaliere. Ma le malattie infettive contagiose esistono ancora, come ci sta dimostrando l'esperienza Coronavirus.



Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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