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Cardiologia

Arresto cardiaco, sopravvivenza ridotta per le donne

pubblicato il 13-07-2016
aggiornato il 01-03-2017

Donne meno colpite degli uomini, ma anche più «trascurate» dagli specialisti. La rianimazione cardiopolmonare resta la manovra salvavita, ma contro l’arresto cardiaco utile anche l’ipotermia terapeutica

Arresto cardiaco, sopravvivenza ridotta per le donne

Rispetto agli uomini, le donne hanno minori probabilità di essere sottoposte a procedure di diagnosi e terapia quali l’angiografia (lo studio delle arterie per individuare quelle ostruite) e l’angioplastica (dilata il volume di un vaso sanguigno parzialmente ostruito), riconosciute potenzialmente in grado di salvare la vita di una persona colpita da un arresto cardiaco. L’evidenza emerge da uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association e riapre una questione cara agli esperti di medicina di genere. Le donne, in questo caso, «pagano» colpe non loro. A penalizzarle sono i numeri dell’arresto cardiaco, più diffuso negli uomini (rapporto 3 a 1).

 

DONNE «TRASCURATE» QUANDO SI PARLA DEL CUORE

Che le donne vittime di un arresto cardiaco siano più spesso trascurate rispetto agli uomini era emerso già nei mesi scorsi, attraverso uno studio pubblicato sull’European Heart Journal. Alla base di questa differente gestione dei pazienti, c’è un equivoco di fondo: l’idea che le donne non possano avere problemi di cuore. Errore peraltro già riscontrato nella gestione dell’infarto del miocardio. L’ultima ricerca conferma come il problema riguardi anche la gestione dell’arresto cardiaco, che ogni anno in Italia colpisce all’incirca sessantamila persone. La riprova giunge dagli Stati Uniti, dove per dieci anni un gruppo di ricercatori ha analizzato le modalità di gestione dei pazienti colpiti da un arresto cardiaco: oltre 1,4 milioni, ripartiti tra più di mille ospedali. Durante questo periodo il tasso di mortalità è diminuito in entrambi i sessi, ma è rimasto comunque più elevato tra le donne (64 contro 61 per cento). E prendendo in esame diversi fattori - l’età del paziente, il suo stato di salute, le caratteristiche degli ospedali e le procedure di rianimazione ricevute - gli autori dello studio hanno avuto la conferma di come in realtà le donne siano state meno seguite dal personale specialistico.

MEDICINA DI GENERE: DONNE E UOMINI HANNO BISOGNO DI CURE DIFFERENTI?

 

UN CITTADINO QUALUNQUE PUO’ SALVARE LA VITA

Ridotta del venticinque per cento per le donne è risultata la probabilità di essere sottoposte a un’angiografia coronarica, procedura che permette di osservare come il sangue scorre attraverso il cuore. Ancora più limitate (-29 per cento) le chance di entrare in sala operatoria per un intervento di angioplastica. Inferiori (-19 per cento) anche le probabilità di trattamento con l’ipertermia terapeutica, procedura che permette di abbassare la temperatura corporea del paziente e di conseguenza far rallentare il metabolismo, in modo da ridurre l’eventualità di un danno cerebrale Secondo gli autori dello studio «occorre sensibilizzare la popolazione su questo argomento, senza limitarsi al solo personale sanitario. Anche l’intervento di un semplice cittadino in strada può accrescere le chance di sopravvivenza di una persona colpita da un arresto cardiaco».

 

QUALI BENEFICI DALL’IPOTERMIA TERAPEUTICA?

Di norma un paziente colpito da un arresto cardiaco esce dal coma nell’arco di quarantotto ore. Da qualche anno, però, al trattamento standard dell’arresto cardiorespiratorio (rianimazione cardiopolmonare e defibrillazione precoce) si è aggiunta l’ipotermia terapeutica, che consiste nell’indurre un abbassamento della temperatura corporea (mai al di sotto dei 32 gradi) entro otto ore dal ritorno alla circolazione spontanea e da mantenere per 12-24 ore. Ormai da un decennio - nel 2005 l’American Heart Association l’ha inserita nelle linee guida per il trattamento dell’arresto cardiaco - la procedura è considerata in grado di aumentare la sopravvivenza e l’esito neurologico dell’arresto cardiaco avvenuto al di fuori di un ospedale. Eppure è poco utilizzata, per diverse ragioni: difficoltà organizzative, mancanza di team multidisciplinari e di protocolli condivisi e univocità di procedure.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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