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Fumo

I danni del fumo nelle terapie intensive neonatali

pubblicato il 07-01-2016
aggiornato il 13-11-2017

I residui delle sigarette possono rimanere sui vestiti e contaminare l’ambiente anche dopo aver fumato altrove. Ipotesi di rischio per la salute dei bambini in ospedale

I danni del fumo nelle terapie intensive neonatali

Gli ospedali “liberi” dal fumo sono sempre più diffusi. Ma l’accorgimento non è sufficiente a mettere del tutto al sicuro i neonati ricoverati in terapia intensiva. Se visitati da genitori fumatori, infatti, possono essere esposti ai danni del fumo di terza mano.

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NICOTINA ANCHE NELLE URINE DEI NEONATI

La considerazione emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Tobacco Control. Piccolo il campione osservato, ma significative le evidenze raccolte. I ricercatori statunitensi hanno infatti riscontrato tracce di nicotina sulle superfici degli incubatori, dei lettini e dei mobili del reparto: sedie e scrivanie. Prelevando campioni di urina ai cinque figli delle madri fumatrici è inoltre emerso come livelli particolarmente elevati dei metaboliti della sostanza fossero rintracciabili anche in bambini ancora allattati al seno. Trattasi di dati osservazionali, dunque non in grado di provare un nesso di causalità diretta, ottenuti peraltro su una piccola casistica. Ma sufficienti comunque a far «sollevare l'ipotesi che l'esposizione al fumo di terza mano possa contribuire alla morbilità e alla mortalità precoce nei bambini più vulnerabili, soprattutto se il loro sistema immunitario risulta compromesso», affermano gli autori della ricerca, coordinata da Thomas Northrup, psicologo clinico e ricercatore specializzato nel trattamento delle dipendenze all’Università del Texas.

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RESIDUI TOSSICI ANCHE SU MOBILI E DAI VESTITI

Per fumo di terza mano si intendono «i residui di cui si si impregnano gli abiti del fumatore - dichiara Renato Cutrera, responsabile dell'unità di broncopneumologia dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma -. È il caso di una madre che accende una sigaretta sul balcone di casa, così da non viziare l'ambiente domestico. Lì per lì evita l'inquinamento “passivo”, ma poi rientra nell'appartamento con i vestiti impregnati, prende in braccio suo figlio e gli fa respirare sostanze tossiche. Non è così semplice sensibilizzare le famiglie anche nei confronti di quest'ultimo aspetto». Considerando che il residuo rimane su pareti, mobili e altri oggetti della casa, ma pure sulla pelle, oggi si scopre che i neonati non sono del tutto al riparo nemmeno nei reparti di terapia intensiva.

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CUORE A RISCHIO PER I FIGLI DI FUMATRICI

Le conseguenze di una così precoce esposizione alle sostanze liberate dalla combustione delle sigarette - il fumo di terza mano non fa altro che rimettere in circolo la nicotina, assieme ad altre sostanze tossiche. «Alla luce delle evidenze di diverse ricerche, sappiamo che il 75 per cento dei bambini morti in culla mostra placche aterosclerotiche che aumentano il rischio cardiovascolare e riducono la capacità respiratoria», afferma Roberto Boffi, responsabile del centro antifumo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Nel corso dello studio condotto presso l'Università del Texas, tutte le madri coinvolte avevano dichiarato di essere modeste fumatrici (meno di dieci sigarette al giorno). Ma in realtà una quota della nicotina riscontrata nei neonati potrebbe essere stata assorbita durante la gravidanza. E trattandosi di un potente vasocostrittore, il primo rischio a cui si espone un figlio è quello di lasciare il cervello in fase di sviluppo privo del necessario apporto di ossigeno. I risultati della ricerca ribadiscono la pervasività del fumo di terza mano anche in ambienti - di norma - più che protetti. In Italia, come ricorda Boffi, «non ci sono ancora ospedali certificati a livello europeo come “smoke free” dal Global network for tobacco free health care services, ma alcuni centri hanno fatto degli sforzi notevoli in questa direzione». Forse è giunta l’ora di segnare una svolta.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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