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Fumo

L'ipotesi: uomini più colpiti da Covid-19 anche per colpa del tabacco?

pubblicato il 03-04-2020

Fra gli over 65, sono molto più numerosi i fumatori maschi. E alcuni studi cinesi hanno già trovato un legame tra tabacco e Covid-19

L'ipotesi: uomini più colpiti da Covid-19 anche per colpa del tabacco?

Le donne contraggono meno l’infezione da Covid 19 e hanno meno probabilità di sviluppare i sintomi peggiori come le polmoniti. Infatti i decessi nel sesso femminile sono di gran lunga inferiori. Diverse sono le spiegazioni che gli scienziati hanno ipotizzato per interpretare questo fenomeno e, tra queste, potrebbe avere un ruolo anche il consumo di tabacco.

 

SIGARETTE E COVID19

Perché? «Tutti sappiamo che i più colpiti da quest’epidemia sono gli over 65 e in quella generazione il consumo di tabacco era molto più diffuso fra i maschi» risponde Giulia Veronesi, direttrice del programma strategico di Chirurgia Robotica Toracica presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e membro del Comitato scientifico per la lotta al fumo di Fondazione Umberto Veronesi.  «Negli anni ‘50 in Italia il numero delle donne fumatrici era estremamente più basso di quello degli uomini. Che il genere maschile sia più predisposto ad ammalarsi di Coronavirus si è visto anche dalle precedenti epidemie di SARS e di MERS. Ed è certo che i polmoni dei fumatori sono più infiammati e danneggiati da tutte le sostanze nocive contenute nelle sigarette. Per questo potrebbero essere anche più esposti al rischio di Covid19 e delle sue conseguenze più severe».

 


GLI EFFETTI DEL FUMO SUL RISCHIO DI INFEZIONI

Come nasce l’ipotesi che il fumo abbia un ruolo nel determinare la gravità di Covid-19? «Altre infezioni a trasmissione aerea sono più frequenti tra i fumatori e causano in essi malattie più gravi – risponde l’esperta -. E’ il caso della Tubercolosi e dell’Influenza, ma anche delle infezioni da Coronavirus ad andamento epidemico SARS e MERS. C’è poi il fatto che il fumo favorisce le infezioni respiratorie». Del resto l’apparato respiratorio dei fumatori è più a rischio anche di cancro e di molte altre patologie. Può avere un senso questo accostamento? «Sì, è una teoria non priva di basi – risponde Giulia Veronesi – anche se oggi non abbiamo dati statistici in grado di dimostrarla. Sappiamo che Covid 19 provoca una grande infiammazione nell’apparato respiratorio fino ad arrivare a polmoniti letali. Ed è scientificamente dimostrato che i tabagisti sono più a rischio di cancro ai polmoni (che è il più letale in Italia) per via di uno stato infiammatorio persistente che li danneggia, così come di broncopneumopatia cronica ostruttiva e di una lunga serie di malattie polmonari (e non solo). Quindi è ragionevole pensare che i polmoni dei fumatori, già di per sé indeboliti dalla costante esposizione a sostanze infiammatorie e cancerogene del tabacco, siano più esposti al rischio di infezione e di complicanze».

 


GLI STUDI IN CORSO

Ci sono prove dell’associazione tra fumo di coronavirus? « Esistono gia i primi studi che dimostrano questa correlazione – dice l’esperta -. Sono stati resi pubblici i risultati di tre studi cinesi sul tema e tutti e tre evidenziano un rischio di malattia più grave tra i fumatori. Il primo, pubblicato sul New England Journal of Medicine, è stato fatto a Wuhan, epicentro dell’epidemia, su 1.099 pazienti ricoverati. All’atto del ricovero in ospedale, il 21% dei fumatori presentava un quadro grave, contro il 14,5% dei non-fumatori (un terzo in più); durante il ricovero il 12,4% dei fumatori aveva avuto bisogno di terapia intensiva, ventilazione meccanica o era deceduto, contro solo il 4,7% dei non-fumatori (un rischio più che doppio). E le altre due indagini sono giunte a conclusioni simili».

 


L’ESEMPIO DEL TUMORE AL POLMONE NEL LEGAME CON IL TABACCO

I numeri del tumore al polmone in Italia, del resto, non lasciano dubbi: negli anni è cresciuto il numero delle fumatrici e, di pari passo, quello delle donne che si ammalano, sia di cancro sia di altre malattie correlate al tabacco. Così, se fino a pochi anni fa il carcinoma polmonare era prevalentemente maschile e per ogni cinque pazienti maschi c’era una femmina, nel 2019 i nuovi casi registrati in Italia sono 29.500 negli uomini e 13.000 nelle donne. «Col passare del tempo la differenza fra i sessi nel consumo di tabacco, purtroppo, si è andata riducendo – sottolinea Giulia Veronesi -: mentre gli uomini fumatori calavano costantemente, le donne fumatrici continuavano ad aumentare, arrivando quasi a raggiungere gli uomini all’inizio degli anni ‘90. E oggi è persino peggio: nelle giovani generazioni l’abitudine al fumo è più diffusa che tra gli adulti e la differenza tra uomini e donne si è annullata, tanto che le ragazze fumano più dei loro coetanei».

 

CORONAVIRUS: PERCHE’ LE DONNE SI AMMALANO MENO? LE ALTRE IPOTESI

Sul fatto che il sesso femminile sia meno colpito dall’attuale pandemia nessuno ha dubbi e sulla questione si sono già espressi diversi scienziati. Bastano tre numeri per inquadrare il problema: nel bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss, del 23 marzo) solo il 42% dei casi positivi segnalati era una donna; da altri dati ufficiali si apprende che i maschi muoiono almeno tre volte di più delle donne in tutte le fasce d’età; in Lombardia, la regione più colpita, l’82% dei ricoverati in terapia intensiva per coronavirus sono uomini. Sono tre le ragioni plausibili finora avanzate per spiegare perché le donne resistono meglio: primo, il sistema immunitario femminile è più forte come dimostrato su altri molteplici fronti; secondo, l’assetto ormonale delle donne (caratterizzato da una maggiore quantità di estrogeni) crea resistenze naturali contro molte patologie e quindi potrebbe funzionare anche contro questo virus; terzo, la una dotazione genetica femminile più favorevole a proteggerle dall’infezione.

Vera Martinella
Vera Martinella

Laureata in Storia, dopo un master in comunicazione, inizia a lavorare come giornalista, online ancor prima che su carta. Dal 2003 cura Sportello Cancro, sezione dedicata all'oncologia sul sito del Corriere della Sera, nata quello stesso anno in collaborazione con Fondazione Umberto Veronesi.


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