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Ginecologia

Embrioni congelati: col tempo meno probabilità di avere un figlio

pubblicato il 01-07-2020

Meno stimolazioni ovariche se si congelano gli embrioni. Ma se il trasferimento in utero avviene troppo in là, le possibilità di successo calano

Embrioni congelati: col tempo meno probabilità di avere un figlio

La crioconservazione degli embrioni è una tecnica di procreazione medicalmente assistita sicura ed efficace. Ma nel momento in cui si intraprende questo percorso, occorre sapere che maggiore è il tempo che intercorre tra il congelamento e l’impianto in utero, minori sono le probabilità che questo vada a buon fine e che la gravidanza giunga al termine. Quanto alle condizioni di salute dei bambini, invece, le rassicurazioni sono totali. Sono queste le conclusioni di uno studio cinese pubblicato sulla rivista Human Reproduction, da cui si evince che il buono stato psicofisico dei nati da una procedura di fecondazione assistita non è influenzato dal periodo che intercorre tra il congelamento degli embrioni mediante vitrificazione e l’avvio della gestazione in utero. 


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CRIOCONSERVAZIONE DEGLI EMBRIONI

A partire dalla prima procedura conclusasi con una gravidanza, nel 1983, il congelamento degli embrioni (crioconservazione) è diventata una delle tecniche di procreazione medicalmente assistita più utilizzate. I cicli di fecondazione in vitro e di donazione di ovociti spesso comportano più embrioni di quelli effettivamente necessari per il trasferimento. Con questa metodica, è possibile conservare embrioni non utilizzati per un periodo di tempo indefinito. Quelli ritenuti adatti al congelamento vengono stoccati quasi -200 gradi e immersi nell’azoto liquido. A differenza di quanto  accade con gli embrioni freschi, in questo caso il successivo trasferimento nell'utero viene eseguito in un secondo momento, attraverso una procedura abbastanza veloce. Oggi il congelamento degli embrioni - ottenuti al termine di una fecondazione in vitro (Ivf) o di un’iniezione inctracitoplasmatica degli spermatozoi (Icsi) - è diventato una parte fondamentale dei programmi di procreazione medicalmente assistita. Gli embrioni ottenuti in sovrannumero possono essere utilizzati in caso di fallimento del primo tentativo o (nelle coppie che hanno già avuto un figlio) se si intende avere un secondo bambino.

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I VANTAGGI DEL CONGELAMENTO DEGLI EMBRIONI

Il congelamento degli embrioni si è diffuso anche in Italia negli ultimi dieci anni, dopo che la Corte Costituzionale ha eliminato il limite dei tre embrioni conservabili posto fino al 2009 dalla legge 40/2004. Se in passato si riteneva che fosse preferibile l’impianto dell’embrione fresco, subito dopo la fecondazione, i dati oggi disponibili permettono di affermare che non vi sono differenze rilevanti tra le due diverse tecniche. Inoltre, il congelamento degli embrioni non è associato, come immaginato fino a pochi anni fa, a un incremento del rischio di malformazioni o di complicazioni durante la gravidanza. I risultati ottenuti con embrioni congelati sono dunque molto simili a quelli che si conseguono con embrioni freschi, con due vantaggi: quello di poter sottoporre la donna a un unico ciclo di stimolazione ovarica (da cui si cerca poi di fecondare un maggior numero di ovociti) e di ridurre il tasso di gravidanze gemellari (non dovendo trasferire più embrioni contemporaneamente). La metodica è inoltre utilizzata anche per preservare la fertilità delle pazienti oncologiche e per concedere maggiori speranze alle donne più in là con gli anni (che hanno una riserva di ovociti ridotta). Due le possibilità per congelare gli embrioni: lo «slow freezing» (congelamento lento) e la vitrificazione (permette di raggiungere la temperatura di -196 gradi in pochi secondi). Secondo una metanalisi pubblicata nel 2017 sulla rivista Human Reproduction Update, quest’ultima è la più efficace: in virtù del ridotto numero di cristalli di ghiaccio (potenzialmente in grado di danneggiare l'embrione) che si formano durante il congelamento.


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COL TEMPO, MENO PROBABILITA' DI AVERE UN FIGLIO

Su quest'ultimo punto, la comunità scientifica è ormai concorde. Quello che resta da chiarire è quanto tempo gli embrioni possano rimanere congelati senza compromettere le probabilità che, una volta trasferiti nell'utero di una donna, possano dare avvio a una gravidanza. Al momento, non ci sono indicazioni univoche. La maggior parte dei centri pone un limite anagrafico: i 50 anni dell'aspirante mamma, considerando poco probabile un attecchimento oltre quell'età. Ma nelle valutazioni, si tiene conto anche di altri indicatori: dal peso alle cause dell'infertilità, dal numero alla qualità degli embrioni fecondati. C'è un altro aspetto, però, che rischia di fare la differenza: il tempo di stoccaggio di questi ultimi. Analizzando il tasso di successo delle procedure di reimpianto realizzate su 24.700 donne tra il 2011 e il 2017, in tempi diversi, i ricercatori del dipartimento di riproduzione medicalmente assistita dello Shanghai Ninth people's hospital hanno osservato che maggiore era l'intervallo tra la vitrificazione e il trasferimento in utero, minori erano le chance di successo. Nello specifico, le procedure completate entro tre mesi hanno fatto registrare un impianto nel 40 per cento dei casi e una gravidanza nel 56 per cento di questi: alla fine delle quali, è nato vivo il 47 per cento dei bambini. In quelle portate a termine tra 12 e 24 mesi, l'impianto è invece andato a buon fine soltanto nel 26 per cento dei casi. Identico il dato relativo alle gestazioni e alle nascite di bambini in buona salute. Con il tempo sono aumentati anche i casi di aborto e gravidanze extrauterine.

NESSUN RISCHIO PER IL NEONATO

Ciò equivale a dire che su 100 donne, in caso di impianto entro i tre mesi dal congelamento, 47 sono riuscite ad avere un bambino (quasi 1 su 2). Aspettando almeno uno e fino a due anni, invece, 26 aspiranti mamme su 100 sono riuscite a coronare il proprio desiderio. «D'ora in avanti dovremo considerare anche la durata della conservazione dei gameti per stimare i tassi di successo di una procedura di procreazione medicalmente assistita - afferma Qianqian Zhu, coordinatrice dello studio -. Questo aspetto è importante soprattutto per le donne alle prese con un tumore, che vedono spesso le loro ovaie danneggiate dalle cure oncologiche e che sono chiamate ad attendere la guarigione prima di intraprendere un percorso che punta a culminare nella gravidanza». Nessun problema invece per la salute dei neonati. Lo studio ha evidenziato che la tempistica intercorsa tra il congelamento dell'embrione e l'impianto in utero non ha ripercussioni sulle condizioni della prole.
 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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