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Ginecologia

Le nuove cure per la talassemia

pubblicato il 30-05-2011
aggiornato il 20-07-2017

Già oggi 7000 malati italiani dispongono di terapie adeguate a una vita lunga e di qualità. L'8 maggio la Giornata internazionale

Le nuove cure per la talassemia

Hanno circa trent’anni, studiano, lavorano, si sposano e a volte fanno figli. Sono i ragazzi e le ragazze nati fra gli anni ’80 e ’90 con una diagnosi di talassemia, la prima generazione  che ha potuto essere curata con terapie che funzionano e che permettono una buona qualità di vita. Per loro i medici sperano in un pareggio epocale: avere la stessa speranza di vita dei loro coetanei, quelli nati senza quel difetto genico, senza la talassemia. Su questo e su altro si riflette l’8 maggio, Giornata internazionale dedicata alla malattia che in Italia colpisce circa 7.000 persone,  quasi tutte affette da beta talassemia, più circa due milioni e mezzo di portatori sani.

 

SPERARE, ORA, E’ LECITO

 Un po’ a sorpresa, uno dei segnali di cambiamento arriva dai reparti di ostetricia. Lo ha rilevato fra gli altri, Renzo Galanello, direttore della struttura complessa microcitemie ed altre malattie ematologiche presso l’Ospedale Microcitemico di Cagliari e titolare della cattedra di seconda clinica pediatrica all'università del capoluogo sardo: «Stiamo assistendo a una ripresa delle nascite, cresce il numero delle coppie che di fronte a una diagnosi di talassemia sul feto decide di portare a termine la gravidanza. Non abbiamo un’analisi dettagliata e parliamo comunque di numeri ristretti (una decina di bambini nati in Sardegna), ma sono tutte nascite consapevoli, i genitori sanno a cosa vanno incontro, e derivano dalla coscienza che oggi, grazie ai progressi nella medicina, un bambino talassemico ha una prospettiva di vita compatibile con quella degli altri coetanei».

 

COME SI VIVE 

Cosa significa essere un malato di talassemia? «La patologia si manifesta in genere dal primo anno di vita. C’è una grave carenza di emoglobina, il bambino diventa anemico, cresce poco, è pallido, il fegato e la milza si ingrossano» spiega Galanello. Diventano indispensabili le trasfusioni di sangue sano, per impedire che i livelli di emoglobina continuino a scendere.  «I pazienti hanno bisogno di trasfusioni continue per poter vivere, ogni 2 o 3 settimane circa. Con il sangue trasfuso, però, si introduce ferro che si accumula nell’organismo (il corpo umano non ha un sistema per eliminare il ferro in eccesso, lo perdiamo con i capelli, con il flusso mestruale, ma non può essere “smaltito”)» prosegue l’esperto. Le conseguenze possono essere danni al fegato (fino a epatopatie e tumori), malattie del sistema endocrino e cardiopatie, che in assenza di terapie segnano il destino dei talassemici.
«Nei paesi occidentali  in alcuni paesi arabi il destino dei talassemici è cambiato – prosegue Galanello – grazie a tre importanti progressi compiuti negli ultimi decenni: le terapie chelanti, le trasfusioni più sicure e la risonanza magnetica». Ecco come.

 

I FARMACI SALVAVITA

 Negli anni ’70 vennero introdotti i farmaci cosiddetti ferrochelanti, medicinali che legano il ferro e ne permettono l’eliminazione dall’organismo. Il primo fra tutti, la deferoxamina, ancora oggi terapia di elezione, va infusa per via parenterale 8-12 ore 5-7 giorni a settimana,  tramite un’apposita pompa sottocutanea». Anni dopo, arrivano i chelanti orali e nel 1999 in Italia viene immesso in commercio io deferiprone, che si prende in compresse, oggi anche in sciroppo, tre volte al giorno. «Se la deferoxamina ha cambiato la storia della talassemia e la sopravvivenza dei malati – osserva Galanello – questo farmaco orale ha cambiato la vita dei talassemici. Ha effetti collaterali da tenere sotto controllo, ma ha anche un importante effetto protettivo sul cuore». Quattro anni fa la scelta terapeutica si arricchisce di un farmaco di uso ancora più semplice, il deferasirox, che va preso in sospensione una volta al giorno.

 

CURE PERSONALIZZATE 

«Le terapie chelanti si iniziano in genere dopo 10-15 trasfusioni, poi si proseguono tutta la vita. Con queste opzioni speriamo di non vedere più in futuro accumuli di ferro nel cuore – spiega Renzo Galanello  -. Con la scelta fra tre farmaci, da soli o in combinazione, e con la risonanza magnetica, che permette di misurare con precisione e in modo non invasivo la quantità di ferro negli organi, possiamo ritagliare la terapia su misura per il paziente. Possiamo modificare la cura a seconda del tipo e della quantità di ferro accumulato, delle eventuali complicanze e della qualità di vita (in vacanza può essere meglio una compressa, oppure in coppia si preferisce non avere la pompa sottocutanea in camera da letto)».

 

SANGUE SICURO 

C’è  un altro tassello importante per i malati di talassemia: potersi sottoporre in piena serenità alle trasfusioni che li accompagnano per tutta la loro esistenza. «Fino al 1990 i rischi di epatite C e di HIV legati alle trasfusioni erano elevati – ricorda Galanello -. Il 50-60% dei ragazzi talassemici nati prima del ’90 hanno un’epatite C, che, se associata al sovraccarico di ferro, aumenta il rischio di epatocarcinoma.  Oggi i metodi di selezione dei donatori hanno permesso di ridurre drasticamente il rischio».

 

IL TRAPIANTO PER GUARIRE

 Con le terapie i pazienti talassemici imparano a convivere. C’è al momento un’unica strada per lasciarsi la malattia alle spalle: il trapianto di midollo osseo che, se ha successo, porta la guarigione.  Migliaia di ex-talassemici al mondo lo possono testimoniare e circa un terzo dei malati ha la possibilità di trovare un donatore adatto. Nonostante la delicatezza della procedura e i rischi ad essa correlati, i risultati sono ottimi (successo nel 95% dei casi) se il donatore di midollo è un familiare identico (fratello o sorella), molto buoni anche con un cellule compatibili da biobanca o da cordone ombelicale, da riservare a situazioni particolari i trapianti da un genitore. 

 

IL FUTURO E’ LA TERAPIA GENICA

 C’è un ragazzo di orgini asiatiche, talassemico, che da oltre tre anni vive senza far trasfusioni. L’errore genetico che ha dato luogo alla sua malattia è stato corretto, inserendo nel suo DNA un gene sano. Il suo è stato il primo (e finora unico) caso di terapia genica applicata con successo alla talassemia. Il limite cui si guarda con attenzione è che, spiega Galanello «il vettore che ha condotto il gene a destinazione, un virus, ha creato rischi di leucemia, che oggi dovrebbero essere ridotti grazie all’uso di vettori lentivirali. Questo tipo di cura è in una fase di attiva sperimentazione, a Parigi, New York; in Italia, si è costituito un consorzio fra i centri di Cagliari, Palermo e Roma. Speriamo di fare un trapianto fra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Ci sono diversi studi interessanti, compresi quelli sulla riattivazione della produzione di emoglobina fetale grazie ai farmaci – prosegue – ma è la genetica che ci permette di capire sempre meglio la malattia: prima vediamo com’è la serratura, poi potremo trovare la chiave giusta».


Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il sito della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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