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Ginecologia
Redazione

L’integrazione di vitamina D previene davvero le fratture?

pubblicato il 19-08-2022


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Per i soggetti sani l’integrazione con vitamina D sembra non diminuire il rischio di fratture. Per persone con osteoporosi o altre condizioni di fragilità, resta un ottimo alleato

L’integrazione di vitamina D previene davvero le fratture?

Ho letto che, secondo un recente studio, la supplementazione con vitamina D non sarebbe utile per la prevenzione della fratture. L'assunzione di integratori è quindi inutile?

Sonia (domanda pervenuta via mail)

 

Rispondono Francesco Ursini, Professore Associato in Reumatologia dell’Università di Bologna e il dottor Claudio Ripamonti, Responsabile della Struttura Semplice Osteoporosi dell’IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli.

 

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TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI

Gentile Sonia,

La vitamina D è un micronutriente chiave nei processi di mineralizzazione dell’osso, in particolar modo per la sua capacità di promuovere l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo. Numerosi studi hanno dimostrato che il deficit di vitamina D è associato allo sviluppo di osteomalacia, ovvero fragilità ossea, e a un maggior rischio di cadute e fratture. È dunque intuitivo pensare che l’utilizzo di integratori di vitamina D possa “correggere” questa carenza, condizione che colpisce circa il 40% della popolazione generale in Italia. La supplementazione di vitamina D è molto diffusa anche alla luce di alcuni dati – spesso contrastanti – che avvalorano un suo potenziale ruolo extra-scheletrico, ad esempio nel ridurre l’incidenza di alcuni tumori.

Tuttavia, nonostante l’ampio uso, non vi è un’evidenza scientifica chiara che la supplementazione di vitamina D e calcio, laddove indicato, sia in grado di ridurre significativamente il rischio di fratture, a eccezione di alcune popolazioni particolarmente a rischio. Le raccomandazioni delle principali società scientifiche, schematizzate nella nota AIFA 96, indicano le popolazioni di pazienti in cui è attualmente indicata la supplementazione di vitamina D. Si tratta, ad esempio, di soggetti con osteoporosi, persone istituzionalizzate e donne in gravidanza.

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Lo studio di cui parla, condotto negli USA e pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha mostrato che la supplementazione con vitamina D non riduce il rischio di frattura in soggetti sani di età superiore ai 50 anni. Analizzando per oltre cinque anni i 25.000 partecipanti, lo studio ha concluso che la dose di vitamina D3 (colecalciferolo) utilizzata, pari a 2000 UI, la dose più comune negli integratori in commercio, non comporta una riduzione dell'incidenza di fratture rispetto al placebo.

Va sottolineato che questo dato si riferisce a una popolazione di soggetti non selezionati sulla base di una condizione preesistente di fragilità ossea, carenza di vitamina D, bassa massa ossea o osteoporosi. Si tratta, invece, di soggetti con valori di vitamina D medi relativamente normali e comunque differenti rispetto alla popolazione italiana per caratteristiche epidemiologiche, in particolar modo con una minore prevalenza di ipovitaminosi D.

Alla luce di tali limitazioni, sebbene lo studio consenta di comprendere meglio il perimetro di utilità della supplementazione con vitamina D, questi dati non consentono di mettere in dubbio gli effetti scheletrici della supplementazione di vitamina D nelle categorie di soggetti già compresi nella nota AIFA 96, in particolare la sua validità nei soggetti con osteoporosi o altre condizioni di fragilità.

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