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Nel microbioma cerco i «segreti» del trapianto di midollo osseo

pubblicato il 15-07-2019

Analizzare la flora batterica intestinale per prevedere lo sviluppo di complicanze post-operatorie nel trapianto di midollo osseo: la ricerca di Francesca Lorentino

Nel microbioma cerco i «segreti» del trapianto di midollo osseo

ll microbioma intestinale - ovvero l’insieme di microorganismi che popola il nostro intestino - è uno dei più complessi ecosistemi della natura e ha un ruolo fondamentale per la vita e la salute umana. Il microbioma è formato da un’infinita varietà di virus, batteri e parassiti che sono stati studiati in modo approfondito solo di recente. Questi microorganismi svolgono delle funzioni importantissime per la nostra salute: agiscono da barriera contro gli agenti patogeni, contribuiscono al buon funzionamento delle difese immunitarie, regolano l’assorbimento dei nutrienti e la produzione di energia.

Il microbioma può quindi essere considerato, a tutti gli effetti, un organo a sé e le sue alterazioni sono state correlate all’insorgenza di diverse malattie (obesità, allergie, malattie cardiovascolari, neurodegenerative e tumori). Recentemente è stato dimostrato che la composizione della flora batterica intestinale è anche in grado di influenzare il decorso post-operatorio nei pazienti sottoposti a trapianto di midollo osseo. Questa scoperta potrebbe aprire la strada all’utilizzo del microbioma come strumento diagnostico per individuare i pazienti più a rischio di sviluppare complicazioni post-trapianto. In questo filone di ricerca si inserisce il lavoro di Francesca Lorentino, ematologa all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Francesca, perché hai scelto focalizzare il tuo progetto sul ruolo del microbioma?

«La comunità scientifica è alla continua ricerca di biomarcatori, molecole presenti nel corpo in grado di identificare precocemente le malattie o prevedere l’esito delle terapie. Il microbioma è un candidato ideale per questo ruolo, perché è facile da prelevare e analizzare con interventi non invasivi. Inoltre è stato dimostrato che il può influenzare lo sviluppo di numerose malattie e l’efficacia dei trattamenti terapeutici».

 

Puoi farci qualche esempio?

«Un recente studio del nostro laboratorio ha dimostrato che esiste una correlazione tra alcune popolazioni batteriche della flora intestinale e lo sviluppo di complicazioni post-operatorie nei pazienti sottoposti a trapianto di midollo osseo».

 

Sarà quindi possibile «leggere» la composizione del microbioma per prevedere l’esito di un trapianto di midollo?

«È ancora presto per dirlo, ma l’obiettivo del mio progetto è proprio questo. Lo studio iniziale è stato condotto su 96 pazienti e ora con il mio team puntiamo a confermare i risultati ottenuti su un campione più ampio».

 

Puoi dirci più nel dettaglio come si svolgerà la ricerca?

«Lo studio prevede la raccolta di campioni della flora intestinale di pazienti sottoposti a trapianto di midollo osseo per studiare la composizione del genoma della popolazione batterica presente. I prelievi inizieranno nel periodo pre-operatorio e proseguiranno fino a un anno dal trapianto. In questo modo potremo valutare sia lo sviluppo di effetti collaterali precoci, come la sepsi e la malattia da trapianto contro l’ospite (GvHD acuta), sia l’insorgenza di complicanze tardive, recidive di malattia e la mortalità in generale».

 

Un lavoro molto complesso e che richiede la collaborazione di molte persone. Come si svolge una tua giornata tipo al lavoro?

«La mattina generalmente è occupata dalle visite ai pazienti ricoverati, mentre il pomeriggio è dedicato all’identificazione dei pazienti candidati al trapianto di midollo che rispettano i criteri d’inclusione per il nostro studio. La pianificazione è molto importante, poiché è necessario coordinare le tempistiche di prelievo del materiale fecale, collaborando con gli altri medici e gli sperimentatori del laboratorio di microbiologia e virologia».

 

Durante la scuola di specializzazione hai trascorso un anno a Parigi. Cosa ti ha spinto a partire?

«La stimolo a intraprendere questa esperienza mi è stato dato in primis dal mio direttore di specialità, Fabio Ciceri, che mi ha sempre incoraggiata a confrontarmi con nuove realtà. Durante il mio anno a Parigi ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze sulla gestione dei pazienti onco-ematologici sottoposti a trapianto di midollo osseo e ho potuto collaborare a diversi progetti internazionali. Inoltre ho approfondito le mie conoscenze nel campo della ricerca clinica, che ora è una parte preponderante del mio lavoro».


Hai un momento della tua vita professionale che ti piacerebbe incorniciare?

«I 15 minuti della mia prima presentazione orale di un lavoro scientifico durante il più prestigioso congresso internazionale di ematologia. In quel momento mi sono sentita davvero parte della comunità scientifica Dare voce al mio progetto di ricerca davanti a centinaia di colleghi è stato un riconoscimento importantissimo e ancora oggi custodisco ogni singola emozione che mi ha regalato quel breve momento».

 

E un momento che invece vorresti cancellare?

«Non vorrei dimenticare nessun episodio della mia vita professionale, anche i momenti più impegnativi e difficili mi hanno dato un insegnamento al quale non rinuncerei mai».

 

Sei un medico ma hai scelto di dedicarti anche alla ricerca. C’è un motivo per questa scelta?

«Voglio fare qualcosa di concreto per migliorare la qualità delle cure che siamo in grado di offrire ai nostri pazienti. La passione per la scienza e la ricerca hanno sempre guidato ogni mia scelta».

 

Dalle tue parole emerge una forte motivazione. Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?

«I miei genitori, per la loro serietà, umiltà, correttezza e disciplina».

 

Raccontaci ora qualcosa di te. Che cosa fai nel tempo libero?
«Mi piace lo sport, in particolare la corsa e la bicicletta, e faccio lunghe passeggiate nel centro di Milano. Amo anche il cinema e spesso frequento il teatro moderno».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commossa?

«Durante la proiezione di Bohemian Rhapsody. Ho avvertito la fragilità dell’essere umano e non sono riuscita a trattenere le lacrime».

 

C’è qualcosa che vorresti assolutamente fare, almeno una volta nella vita?

«Mi piacerebbe vedere l’aurora boreale e fare il cammino di Santiago».

 

La cosa di cui hai più paura?

«La solitudine, perché la vivrei come un fallimento personale».

 

Hai invece un momento di te da bambina che custodisci in modo particolare?

«Le estati al mare a San Vito Lo Capo, i profumi delle pietanze cucinate la domenica, il non dormire il giorno prima che iniziasse la scuola a settembre per l’emozione e l’impazienza di ricominciare un nuovo anno scolastico».



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