Chiudi
I nostri ricercatori

Il ruolo del microambiente nel tumore della prostata

pubblicato il 11-11-2019

Cellule e tessuti intorno al carcinoma della prostata sono fondamentali per lo sviluppo del cancro: comprendere le interazioni con il tumore è la sfida di Marzia Di Donato

Il ruolo del microambiente nel tumore della prostata

Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente tra i soggetti di sesso maschile. In Italia, nel 2018, si sono registrati circa 35mila nuovi casi. Anche grazie ai progressi scientifici, questo tumore presenta una percentuale di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi molto elevata, ed è possibile tenere sotto controllo la malattia grazie alla sorveglianza attiva.

In alcuni casi, tuttavia, il carcinoma prostatico può progredire verso forme più aggressive e rimane una grossa sfida per i medici, i pazienti e per il mondo scientifico. Studi recenti hanno evidenziato l’importanza del microambiente tumorale, cioè l’insieme di cellule e zone extracellulari in cui è immerso il tumore, per capire evoluzione e aggressività della neoplasia.

Su questi aspetti si focalizza il lavoro di Marzia Di Donato, biologa all'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, grazie al supporto di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto SAM-Salute al Maschile.

 

Marzia, il tuo progetto riguarda il carcinoma prostatico: su quali aspetti ti concentri?

«Nel carcinoma della prostata, la crescita del tumore è influenzata in modo determinante dalle cellule del microambiente tumorale, tra cui spiccano i fibroblasti associati al carcinoma, o CAFs, e dai componenti della matrice extracellulare. Il mio progetto si focalizza proprio sul ruolo del microambiente tumorale nel carcinoma prostatico. In particolare analizzo l’effetto che gli ormoni androgeni hanno sulla migrazione e l’invasività di CAFs, e i rapporti che si instaurano tra tumore e microambiente usando dei modelli cellulari 3D».

 

Quali obiettivi vi siete dati?

«Vorrei identificare nuovi bersagli molecolari coinvolti nei processi di migrazione e invasività dei CAFs, e valutare l’efficacia di alcune molecole, recentemente sintetizzate, capaci di interferire in questi processi. Queste molecole potrebbero risultare dei buoni agenti terapeutici, utili per combattere il combattere il carcinoma prostatico considerandolo nella sua interezza, ovvero insieme al suo microambiente».

 

Puoi farci un esempio?

«Nel progetto uso un piccolo peptide capace di impedire l’interazione tra il recettore degli androgeni (espresso anche nei CAFs, ndr) e la Filamina A, una proteina coinvolta nei processi di migrazione cellulare. Questo peptide verrà sperimentato nei CAFs prelevati da 50 pazienti con carcinoma prostatico con diverso grado di malignità, e valuteremo la sua capacità di inibire l’invasività dei CAFs, delle cellule di carcinoma prostatico, e l’interazione tra queste due componenti. Questa molecola potrebbe essere un buon candidato per ulteriori studi in vista di applicazioni terapeutiche».

 

Marzia, raccontaci momento particolare accaduto in laboratorio.

«Ero in tesi e il mio tutor mi chiese di comunicarle il risultato di un esperimento, durato un’intera settimana e centrale per il suo progetto. Andai in camera oscura, vidi che il risultato era proprio quello atteso e mi emozionai così tanto da avere le lacrime agli occhi. Non nego che ancora oggi, dopo più di dieci anni, alcuni esperimenti riusciti riescano sempre a suscitarmi belle emozioni».

 

Si percepisce che ami il tuo lavoro. Quali sono gli aspetti che preferisci?

«Mi piace poter studiare, capire e applicare le nozioni apprese. Mi piace partire da un’ipotesi e, magari, ritrovarmi a tutt’altro sviluppo. La biologia è imprevedibile, gli esperimenti lo sono altrettanto. Mi piace pensare che tutti insieme possiamo dare un grosso contributo».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Eviterei gli esperimenti andati male dopo tante settimane di lavoro e i periodi in cui si sta in pena per gli scarsi finanziamenti alla ricerca scientifica in Italia».

 

Dove ti vedi fra dieci anni?

«Sicuramente più matura rispetto a oggi, magari con una famiglia tutta mia, e si spera con una maggiore stabilità. Quello che però vorrei vedere immutato è il mio entusiasmo».

 

Qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca?

«So di essere solo una goccia in mezzo al mare. Da soli non si è nessuno, ma insieme si può essere una forza. Io credo davvero nella ricerca ed ecco perché, nonostante le mille difficoltà, sono qui a sperare e a lavorare in questo settore. Per me ricerca e scienza equivalgono al termine progresso. Per fortuna molte associazioni e fondazioni credono e investono nella ricerca e nei giovani».

 

Hai qualche hobby o passione al di fuori dell’ambito scientifico?

«Mi piace tanto la musica, un tempo cantavo. Poi sono molto curiosa anche nel mio tempo libero; appena imparo a fare una cosa, passo ad un’altra. Questo, per esempio, è il momento in cui mi diverto a produrre saponi biologici».

 

Hai famiglia?

«Ho dei genitori e un fratello a cui tengo moltissimo. Non ho ancora una famiglia tutta mia, ma ci sono ottime basi: ho un fidanzato che si occupa anche lui di ricerca, conosciuto tanti anni fa tra i banchi di un laboratorio».

 

E se un giorno tuo figlio ti dicesse che vuole fare il ricercatore, come reagiresti?

«Ci ho pensato più volte. Da una parte sarei felice perché è uno dei lavori più belli del mondo, dall’altra saprei che il percorso non sarebbe tutto rose e fiori. Fare ricerca ti riempie le giornate, ma implica molte difficoltà».

 

Descriviti con tre pregi e tre difetti.

«Tenace, industriosa e creativa. Piuttosto testarda, a volte irascibile e critica con me stessa».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare?

«Le ingiustizie, piccole o grandi che siano».

 

Leggi spesso?

«Abbastanza. Tra i libri che mi piacciono di più c’è “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón, mentre recentemente ho letto “La ragazza del treno” di Paula Hawkins».

 

Ricordi l’ultima volta in cui ti sei commossa?

«Non mi vergogno a dirlo: il giorno in cui ho ricevuto l'email di Fondazione Umberto Veronesi. Non me l’aspettavo. Ero in laboratorio, ho controllato la posta elettronica ed è stata un’emozione molto grande. E posso dire un’altra cosa?».

 

Certo.

«Vorrei dirvi grazie. Grazie perché credete nei giovani, credete nelle nostre idee e con la vostra borsa non finanziate solo un anno di ricerca, ma speranza. Grazie per aver creduto in me».



Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza