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Malattie del sangue: una biopsia liquida per individuare le recidive

pubblicato il 16-04-2019

Enrico Iaccino vuole a sviluppare un bio-sensore in grado di riconoscere piccole particelle secrete dal tumore, gli esosomi, per identificare la malattia residua nei tumori dei linfociti B

Malattie del sangue: una biopsia liquida per individuare le recidive

Nella lotta contro il cancro, tempestività e precisione della diagnosi rappresentano un’arma molto importante per combattere e sconfiggere la malattia. Negli ultimi anni, tra le varie tecniche messe a punto per individuare precocemente il tumore, ha avuto particolare risonanza la biopsia liquida, un insieme di test che consentono di individuare “tracce” di un tumore con un semplice prelievo di sangue.

L’idea alla base di quest’approccio è semplice: il  rilascia nel sangue dei segnali specifici (che possono essere frammenti di DNA o proteine, e addirittura intere cellule) che possono essere individuati grazie a esami dedicati. Mentre l’applicazione della biopsia liquida come metodo di diagnosi precoce è ancora in fase di valutazione, risultati promettenti si sono ottenuti nel monitoraggio dell’evoluzione tumorale e dell’efficacia delle terapie. Alcuni tumori, infatti, rispondono solo parzialmente ai trattamenti e in questi casi è importante avere a disposizione delle tecniche non invasive per seguire l’evoluzione della malattia e intervenire precocemente in caso di recidive.

Con la sua ricerca sostenuta da Fondazione Umberto Veronesi, Enrico Iaccino, ricercatore presso l’Istituto Oncologico di Ricerca (IOR) di Bellinzona, cercherà di sviluppare un test basato sull’identificazione di marcatori specifici rilasciati nel sangue dalle cellule cancerogene per monitorare il residuo di malattia nei tumori dei linfociti B.

 

Enrico, puoi dirci qualcosa di più del tuo progetto?

«Negli ultimi anni, numerose ricerche hanno dimostrato che le cellule tumorali rilasciano delle piccole particelle, chiamate esosomi, che viaggiano nel corpo e consentono la comunicazione tra le cellule».

Si tratta di vescicole che agiscono come dei “postini”?

«Esattamente. Gli esosomi delle cellule tumorali viaggiano nel flusso sanguigno per consegnare i loro prodotti e alterano le funzioni normali degli organi».

E come pensi di poter sfruttare questo meccanismo?

«In uno studio precedente abbiamo dimostrato che gli esosomi rilasciati di linfociti B tumorali presentano sulla loro superficie una proteina che può essere riconosciuta selettivamente da una speciale molecola. Il mio progetto punta quindi a realizzare un bio-sensore in grado di riconoscere e legarsi con alta affinità alle proteine degli esosomi rilasciati dalle cellule B cancerogene».

E quali potrebbero essere quindi le ricadute della tua ricerca per la salute umana?

«I tumori dei linfociti B sono caratterizzati dalla persistenza nell’organismo di un residuo di malattia, chiamato malattia residua minima: si tratta di una piccola quantità di cellule leucemiche identificabile solo con analisi avanzate, che però può portare a recidiva, spesso con un esito infausto. Con la realizzazione di un bio-sensore ad hoc in grado di individuare la presenza di linfociti B tumorali, sarà possibile monitorare in modo non invasivo la malattia residua minima per prevedere le recidive».

Enrico, raccontaci un episodio divertente del tuo lavoro.

«Qualche anno fa, a un giorno dalla scadenza per la presentazione di un progetto, mi misi al lavoro subito dopo cena. Ero concentratissimo, la mia motivazione e il mio entusiasmo erano alle stelle. Quando ho premuto il tasto “invio”, ho letto l’ora: erano già le 7:00! Non c’è che dire, in questo caso i sogni hanno avuto la meglio sul sonno».

Sei stato spesso all’estero per ricerca e ora lavori allo IOR di Bellinzona. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?

«Lavorare all’estero mi ha permesso di abbracciare nuovi stili di vita e di confrontarmi con ambienti di lavoro e culture diversi. Uno scienziato non può prescindere da queste esperienze, che sono alla base della crescita personale e professionale. C’è chi parla di fuga di cervelli, per me si tratta invece di contaminazione del sapere».

Ti è mancata l’Italia?

«L’Italia manca sempre, fin dal momento in cui si decide di partire. Poi però ci si rende conto la tua cultura e le tue radici rimangono sempre con te. L’Italia viaggia sempre con noi!».

Ricordi il momento in cui hai deciso che la tua strada era quella della scienza?

«Fin dal liceo ho sempre voluto fare qualcosa per aiutare il prossimo, ma non avevo le idee molto chiare. Pensavo che avrei fatto il politico, o magari il sindacalista. Poi l’esame di maturità. Era il 1998 e la traccia del tema recitava “I continui successi delle scienze, in particolare della medicina, offrono la possibilità di raggiungere risultati finora insperati, creando nuove condizioni di salute e benessere...”. Era tutto scritto lì, non ho più avuto dubbi».

Se dovessi usare una similitudine per descrivere la ricerca, a cosa penseresti?

«Per me la ricerca è come una staffetta: ogni ricercatore lavora sui risultati di chi l’ha preceduto e il suo obiettivo deve essere quello di percorrere più strada possibile prima di passare il testimone nelle mani di chi continuerà questa corsa meravigliosa».

C’è una figura che ti ha ispirato nel tuo percorso professionale e personale?

«Ho avuto tanti professori, ma due soli grandi maestri: i miei genitori».

Enrico fuori dal laboratorio. Quali sono le tue passioni?

«Mi piace correre e fare hicking. Adoro la musica e i film e partecipo attivamente alla vita politica della mia comunità attraverso associazione come Libera, contro le mafie, ed Emergency».

Hai avuto da poco una bimba. Cosa le diresti se volesse fare la ricercatrice?

«Sarei felice e le spronerei non accontentarsi mai della mediocrità!».

Un ricordo a te caro di quando eri bambino.

«Le giornate passate con mio padre a pescare sul fiume o nei boschi a cercare funghi».

Se potessi scegliere un qualsiasi personaggio famoso, con chi ti piacerebbe andare a cena una e cosa vorresti chiedergli?

«Mi piacerebbe cenare con Samantha Cristoforetti e chiederle se ha mai pensato di aprire il finestrino per annusare l’aria dello spazio».


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