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Scoprire il tumore della prostata grazie a un test delle urine

pubblicato il 09-09-2019

Sviluppare un sistema di screening per diagnosticare il tumore alla prostata grazie all’analisi delle urine in modo precoce e preciso: questo l’obiettivo della ricerca di Sergio Occhipinti

Scoprire il tumore della prostata grazie a un test delle urine

Il tumore della prostata è una delle malattie oncologiche più diffuse nella popolazione maschile. Negli ultimi anni la mortalità è diminuita grazie allo sviluppo di nuove tecniche chirurgiche e trattamenti farmacologici, ma una delle principali incertezze legate a questa malattia è rappresentata dall’incertezza nella diagnosi. I due esami cardine che vengono effettuati per individuare la malattia sono l’esplorazione rettale e il dosaggio dell’antigene prostatico specifico (Psa). Il primo è una procedura abbastanza semplice che permette di identificare, al tatto, eventuali alterazioni della prostata. Dopo i 50 anni, inoltre, è opportuno effettuare anche il dosaggio del Psa, un enzima secreto dalla ghiandola prostatica e prodotto in grandi quantità dalle cellule tumorali.

La combinazione di questi due esami permette di individuare i pazienti a rischio che dovranno fare una biopsia prostatica, ma non sono in grado di identificare con certezza la presenza del cancro, soprattutto in fase precoce. Come risultato, molti individui sani vengono pertanto sottoposti inutilmente a biopsia, aumentando i costi per il sistema sanitario e il disagio per i pazienti stessi. Da qui la necessità di avere esami più affidabili per la diagnosi, ricorrendo a nuovi marcatori che consentano di limitare il numero di biopsie.

Sergio Occhipinti (azienda ospedaliero-universitaria Città della Salute di Torino) punta a sviluppare un test delle urine in grado di rilevare la presenza del tumore alla prostata per una diagnosi sempre più precisa grazie al sostegno di Fondazione Umberto Veronesi con una borsa di ricerca del progetto SAM - Salute Al Maschile.

 

Sergio, vuoi dirci qualcosa di più della tua ricerca?

«Oggi il test del Psa rappresenta il cardine del percorso diagnostico per il tumore prostatico, ma questo esame non è in grado di predire in maniera sicura ed efficace la malattia. Valori elevati di Psa sono presenti anche come conseguenza di malattie quali infiammazioni della prostata, traumi, attività fisica intensa e alimentazione scorretta. Per questi motivi, il test delle Psa non è il miglior candidato per lo screening della popolazione ed è necessario trovare nuovi marcatori di malattia».

 

Hai già qualche indiziato per questo ruolo?

«Lo scorso anno Fondazione Umberto Veronesi ha sostenuto il mio progetto che mirava a studiare delle molecole riscontrabili nelle urine e correlate alla presenza del tumore della prostata. Così abbiamo così identificato tre molecole presenti in quantità diverse nelle urine di soggetti sani rispetto a pazienti con tumore prostatico. Quest’anno punto a verificare la capacità di queste molecole di riconoscere un soggetto sano da uno malato su un più ampio numero di pazienti. Inoltre sono interessato a capire se la loro concentrazione può essere utilizzata anche come indicatore dell’aggressività della malattia».

 

Un test delle urine per individuare l'adenocarcinoma della prostata. Quali sarebbero i vantaggi?

«La mancanza di un test di screening efficace per il tumore alla prostata ha portato un gran numero di uomini a sottoporsi a esami invasivi, come la biopsia prostatica, senza averne realmente necessità. Individuare nuove molecole legate allo sviluppo di questo tumore permetterebbe di ridurre il numero di soggetti sani che devono sottoporsi a questi accertamenti».

 

Prima ci parlavi del test anche per valutare l’aggressività della malattia. 

«Individuare un insieme di molecole in grado di fotografare lo stato del tumore alla prostata aiuterebbe il medico nella scelta della terapia giusta per il singolo paziente, nell’ottica di una medicina sempre più personalizzata. Il cancro della prostata è una malattia che cresce molto lentamente e alcuni pazienti scelgono di monitorare questo tumore e tenerne sotto controllo la progressione anziché trattarlo subito. Evitare dunque la biopsia per attuare questa sorveglianza è senz’altro una soluzione ottimale».

 

Questo è la seconda borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi che ottieni.

«Sì, nel 2014 avevo avuto un finanziamento per un progetto di immunoterapia. All’epoca mi occupavo di studiare di strategie per insegnare alle cellule del sistema immunitario come combattere il tumore al seno. Essere scelto una seconda volta è stata una grande soddisfazione e un bel riconoscimento».


Ora parliamo un po' di te. Cosa ti ha spinto a scegliere la strada della ricerca?

«Mi è sempre piaciuto capire come funzionano le cose, anche se non ho mai avuto molta voglia di studiare. Alle superiori, non avevo idea di cosa avrei fatto da grande. Mi sono iscritto al corso di biotecnologie su suggerimento di una mia amica. Al secondo anno ho iniziato il corso di immunologia e in quel momento ho capito che avrei dovuto occuparmi di quello».

Qual è la cosa che ti piace di più della ricerca?

«L’imprevedibilità. I risultati degli esperimenti non sono mai scontati, può anche capitare che siano del tutto contrari a quello che avevi ipotizzato e allora devi elaborare una nuova spiegazione. Il cervello è sempre in movimento».

 

Che immagine che associ alle parole scienza e ricerca?

«Una stanza senza finestre, con una porta chiusa a chiave. Nella stanza non manca niente per sopravvivere, ma cosa ci sarà dietro quella porta?».

 

Quali saranno a tuo parere i filoni di ricerca più promettenti nei prossimi decenni?

«Il ruolo chiave del sistema immunitario nello sviluppo delle malattie, anche oncologiche, è ormai evidente. Riuscire ad attivarlo e spegnerlo in maniera efficace sarà il futuro delle terapie tumorali. Ma sono dell’idea che prevenire sia meglio che curare, motivo per cui riuscire a diagnosticare una malattia prima della sua insorgenza o in una fase asintomatica sarà la grande sfida dei prossimi anni. Mi sono sempre piaciute le sfide ed è proprio per questo che mi occupo di biomarcatori».

 

Sergio fuori dal laboratorio. Quali sono i tuoi hobby?
«Adoro le piante. Ma questa passione sta diventando incompatibile con la vita in appartamento».

                                                                                                                   

Hai una compagna e un bimbo di 5 anni. Come reagiresti se un giorno ti dicesse di voler fare il ricercatore?

«Lo sosterrei, ma gli spiegherei i sacrifici e le difficoltà che potrebbe incontrare nel suo percorso».

 

Quando è stata l’ultima volta che hai pianto?

«Lo scorso anno, durante la cerimonia di Fondazione Umberto Veronesi a Milano, quando un padre ha parlato della malattia del figlio e di come sono riusciti a superarla».

 

Prova a descriverti con tre pregi e tre difetti.

«Riflessivo, onesto, ottimista. Testardo, permaloso, orgoglioso».

 

Qual è la cosa che ti fa più arrabbiare?

«Le persone disoneste».

 

E di cosa invece hai paura?

«Delle mantidi religiose. Hanno uno sguardo inquietante».

 

Raccontaci invece un ricordo della tua infanzia al quale sei particolarmente legato.

«Le estati passate dai nonni in Sicilia. Mio nonno faceva salire me, mio fratello e i cugini sul carro del trattore e ci portava in campagna».



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