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Studio i segreti del «custode» del genoma umano

pubblicato il 16-09-2019

Giovanni Magnani e lo studio sul «PIDDosoma», il complesso che identifica gli errori nella divisione cellulare e impedisce l’accumulo di danni al Dna

Studio i segreti del «custode» del genoma umano

Alcune cellule del corpo umano possiedono la capacità di dividersi innumerevoli volte, un processo alla base della crescita e del funzionamento di tutti gli organi. La divisione di una cellula madre nelle sue due figlie avviene attraverso una serie di eventi, tutti attentamente controllati e coordinati in un processo chiamato ciclo cellulare. Questo processo è dotato di «posti di blocco» che consentono di procedere alla fase successiva solo se la precedente è stata completata correttamente, così da evitare la presenza di errori nella divisione cellulare e la formazione di cellule potenzialmente tumorali.

Il momento finale del ciclo cellulare è la citochinesi, cioè la separazione fisica delle due cellule figlie fino a quel momento connesse. Questa fase è estremamente importante, in quanto consente alle cellule figlie di ricevere lo stesso corredo cromosomico della madre, cioè due copie identiche del materiale genetico (Dna) della cellula di partenza. Se la separazione non avviene in modo corretto si verificano dei danni ai cromosomi, che possono dare origine a mutazioni tumorali.

Durante la citochinesi si ha quindi un controllo in grado di individuare errori nel processo di divisione e distribuzione dei cromosomi ed impedire la formazione di cellule «difettose». Identificare i meccanismi coinvolti in questo processo e le loro possibili alterazioni potrebbe portare a nuove strategie terapeutiche per il cancro. In questa direzione si sviluppa il progetto di Giovanni Magnani, al lavoro all’Università degli Studi di Trento grazie al sostegno di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Giovanni, vuoi dirci qualcosa di più sul tuo progetto?

«Durante la sua replicazione, ogni cellula deve assicurarsi di mantenere l’integrità del Dna contenuto nei cromosomi, segnalando ogni alterazione e stimolando i meccanismi di riparazione. Dal punto di vista molecolare, i “guardiani” del ciclo cellulare sono delle vie di segnalazione composte da tre elementi: un “sensore” che capta il problema, un “trasduttore” che comunica il messaggio e un effettore che blocca il ciclo cellulare. Il mio progetto si occupa di studiare i meccanismi che regolano il “PIDDosoma”, il complesso proteico che controlla la corretta separazione fisica della cellula madre nelle due figlie alla fine del ciclo cellulare».

 

Qual è il meccanismo di azione del PIDDosoma?

«Il “PIDDosoma” si attiva in risposta a difetti della citochinesi e blocca la divisione di cellule che hanno accumulato difetti cromosomici. Se questo meccanismo non funziona correttamente, si formano delle cellule aberranti e geneticamente instabili che possono portare alla formazione e di tumori».

 

Il “PIDDosoma” potrebbe essere un nuovo bersaglio terapeutico nella cura dei tumori?

«Lo studio di questo complesso proteico può certamente aggiungere un nuovo tassello alla comprensione delle cause che favoriscono l’insorgenza del cancro. Individuare i meccanismi che ne inducono l’attivazione può inoltre fornire indizi su come intervenire per modularne l’azione e gettare le basi per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche antitumorali».

 

Sei stato a Monaco di Baviera per cinque anni durante il dottorato. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

«Come scienziato ho avuto l’opportunità di imparare molti concetti sulla biologia dei tumori che hanno poi fortemente caratterizzato il mio percorso professionale. Inoltre ho potuto imparare una nuova lingua, il tedesco, e comprendere la cultura scientifica e professionale di un Paese che è competitivo in Europa e nel mondo».

 

Come mai hai deciso di rientrare in Italia?

«Vorrei avviare qui la mia carriera professionale e contribuire alla produzione scientifica e all’avanzamento della ricerca biomedica italiana. All’Università di Trento ho trovato un ambiente scientifico competitivo, un’attrezzatura all’avanguardia e un direttore di laboratorio, Luca Fava, che mi ha assegnato un progetto di ricerca entusiasmante e con notevoli potenzialità di sviluppo. Purtroppo in Italia i finanziamenti per i giovani ricercatori scarseggiano e Fondazione Umberto Veronesi, con il sostegno ai giovani che come me hanno deciso di intraprendere una carriera nella ricerca biomedica in Italia, svolge un’attività importantissima».

 

Cosa ti ha spinto a fare il ricercatore?

«Da bambino ero affascinato dai dinosauri e così ho iniziato ad interessarmi alle prime forme di vita apparse sulla terra e ad appassionandomi alla storia della vita. Crescendo, il mio interesse si è spostato verso la ricerca biomedica ma confesso di essere ancora un grande appassionato di dinosauri e qui a Trento non ho perso occasione di visitare il museo delle scienze MUSE, dove si trova una bellissima sezione di paleontologia».

 

C’è un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare?

«La pubblicazione del mio primo articolo scientifico, grazie al lavoro svolto durante la tesi presso l’Università di Parma sotto la guida del professor Alessio Peracchi, il mio primo mentore scientifico di cui ho un bellissimo ricordo e verso il quale nutro una grande stima».


E un momento che invece vorresti dimenticare?

«Nel 2010 ho avuto un grave incidente in cui ho rischiato di perdere l’uso della mano destra. Avevo solo ventitré anni ed ero scoraggiato al pensiero di dover rinunciare a tutte le mie ambizioni. Per fortuna, grazie alla mia forza di volontà e all’aiuto della mia famiglia, dei miei amici e del personale sanitario che mi ha assistito, ho potuto ricominciare gradualmente a lavorare al bancone».

 

Cosa ti ha motivato e cosa ti dà la forza di andare avanti giorno dopo giorno?  

«Sapere che sto contribuendo ad allargare gli orizzonti della conoscenza e che questo può avere un risvolto pratico nella cura di pazienti. La ricerca mi offre la possibilità di varcare i limiti del sapere umano e di contribuire ad ampliarlo sempre più. La costante ricerca della verità e il forte carattere tecnico e culturale del mio lavoro mi stimolano costantemente e mi fanno sentire libero e indipendente da concetti prefissati». 

 

Pensi che ci siano degli aspetti della comunità scientifica da migliorare?

«I principali problemi della ricerca scientifica in Italia sono, a mio avviso, tre: scarsa comunicazione, mancanza di fondi, precariato. I ricercatori dovrebbero dialogare di più con la società, spiegare con un linguaggio semplice cosa fanno e perché questo è importante per migliorare la vita di tutti. Una stretta collaborazione tra ricercatori, mezzi di comunicazione, rappresentanti politici ed enti finanziatori è necessaria per risolvere questi problemi».

 

Giovanni, cosa fai nel tempo libero?

«Sono appassionato di sport di montagna e faccio escursionismo. Mi piace molto anche il rugby, che ho praticato per una decina di anni nel mio paese di origine, Noceto, in provincia di Parma, e seguo con interesse i vari campionati in cui sono impegnate la Rugby Noceto e altre squadre italiane. Amo la letteratura classica britannica, in particolare Oscar Wilde, Jerome K. Jerome e Robert L. Stevenson».


Il tuo film preferito?

«Mi piacciono tutti i film di Christopher Nolan, ma in particolare “Inception”».

 

C’è qualche ricordo che ti è particolarmente caro di quando eri bambino?

«Mio nonno che mi porta sul trattore lungo il filare di uva, di fianco ai campi coltivati. Era un momento in cui provavo una grande serenità, spesso quando cerco un po' di pace ripenso a quei momenti».



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