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Tumore della prostata: il ruolo del sistema immunitario

pubblicato il 09-12-2019

Il tumore prostatico avanzato può presentare resistenza alla terapia ormonale. Michela Masetti studia il ruolo dei macrofagi coinvolti in questo processo

Tumore della prostata: il ruolo del sistema immunitario

Una delle principali sfide cliniche nei tumori “al maschile” è oggi rappresentata dal tumore alla prostata in stadio avanzato. In questa condizione clinica la neoplasia non è più localizzata, ma può estendersi alle strutture adiacenti alla prostata (tumore localmente avanzato) oppure a linfonodi e organi più lontani come le ossa (tumore metastatico).

In questi casi il trattamento clinico consiste nella terapia ormonale unita a chemioterapia: agire sui livelli di ormoni maschili significa ridurre il livello di testosterone in circolo, con lo scopo di rallentare o bloccare la crescita del tumore e controllarne i sintomi. Nei casi di tumore resistente alla terapia ormonale, tuttavia, questa opzione terapeutica perde di efficacia e occorre sviluppare strategie alternative. Dati recenti mostrano il ruolo del sistema immunitario nel modulare l’insorgenza di resistenze nel tumore alla prostata avanzato.

Michela Masetti, biologa e ricercatrice presso l’istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano), sta concentrando il proprio progetto di ricerca su questi temi grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto SAM – Salute al Maschile.

Michela, in che modo si legano sistema immunitario e sviluppo tumorale?

«Nel carcinoma prostatico avanzato la resistenza alle terapie standard di cura, come la deprivazione di androgeni, è la causa principale di mortalità. Recenti studi preliminari hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale che le cellule immunitarie, e in particolare i macrofagi, svolgono nella carcinogenesi del tumore alla prostata e nella resistenza alla terapia».

In che modo?

«I macrofagi possono assumere ruoli pro o anti-tumorigenici, e quindi lo studio dei fattori regolano il loro stadio “funzionale” potrebbe essere utile a identificare nuovi meccanismi di resistenza alla terapia. In particolare, l’obiettivo del progetto sarà proprio di effettuare una valutazione dell’infiltrato immunitario (così viene chiamato l’insieme delle cellule immunitarie ritrovate dentro la massa tumorale) nel tumore prostatico avanzato, così da identificare nuovi bersagli terapeutici che regolano lo stato funzionale dei macrofagi».

Quali sono le prospettive a lungo termine di questi studi?

«I risultati ottenuti dal progetto, dopo un’attenta validazione attraverso modelli preclinici in laboratorio, potranno essere utilizzati per sviluppare nuovi approcci terapeutici per il tumore prostatico avanzato».

Raccontaci la tua giornata tipo in laboratorio.

«Generalmente arrivo in laboratorio fra le 9 e le 9:30 della mattina e dopo una rapida occhiata alla posta elettronica, comincio subito i vari esperimenti della giornata. Nel tardo pomeriggio invece cerco di analizzare i dati o di trovare del tempo per leggere nuovi articoli scientifici».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Al liceo mi innamorai delle lezioni di genetica e biologia e allora cominciò a prendere forma l’idea di approfondire gli studi in biologia in università. Fu poi durante il tirocinio per il conseguimento della laurea che decisi che avrei voluto provare la strada della ricerca».

Un momento della tua vita professionale da ricordare e uno da dimenticare.

«Uno dei momenti che vorrei sicuramente incorniciare è stata la prima volta che ho potuto presentare un mio lavoro di ricerca a uno dei più importanti congressi internazionali del settore e la prima borsa di studio che vinsi per parteciparvi. Da dimenticare ne ho diversi, ma sicuramente la prima volta che un finanziamento fu rifiutato».

Dove ti vedi fra 10 anni?

«Non è una risposta facile per chi fa questo mestiere…sicuramente mi piacerebbe poter continuare a fare quello che faccio con la stessa passione ed entusiasmo».

E cosa ti piace di più della ricerca?

«La possibilità di continuare a studiare e approfondire tematiche che mi interessano».

C’è qualcosa che eviteresti volentieri?

«Eviterei volentieri il continuo precariato e la costante sensazione di instabilità e incertezza economica di questo mestiere».

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Il mio laboratorio, i miei colleghi presenti e passati e le tante giornate in laboratorio».

Al di là dei contenuti scientifici, c’è qualcosa che dà un significato profondo alle tue giornate lavorative?

«L’idea di poter contribuire, anche in minima parte, alla comprensione di un determinato aspetto di una patologia e che questo, domani, si possa tradurre in migliori possibilità di cura per i pazienti».

In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Credo che il lavoro del ricercatore necessiti di essere riconosciuto proprio come un lavoro, al pari di qualsiasi altro mestiere. Questo ancora oggi non sempre avviene e spesso chi fa questo mestiere si ritrova a dover svolgere questo mestiere con contratti economicamente molto svantaggiosi e non per pochi anni, ma per decenni. Proprio per questo motivo alcuni fra i migliori ricercatori a volte lasciano la strada della ricerca».

Cosa fai nel tempo libero?

«Mi piace molto leggere, romanzi o narrativa, e viaggiare. Inoltre, adoro passare parte del mio tempo libero con il mio cane, un beagle di nome Margot».

Hai famiglia?

«Non ancora, ma in futuro mi piacerebbe molto».

Descriviti con tre pregi e tre difetti.

«Empatica, curiosa e responsabile. Testarda, troppo riservata e timida».

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Il giro del mondo».

Sei felice della tua vita?

«Sì, in generale sì. Riesco ancora a fare il mestiere che mi piace e sono circondata da persone a cui voglio bene e che mi vogliono bene».

 


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