Chiudi
I nostri ricercatori

Una goccia di sangue per la diagnosi precoce del tumore al seno

pubblicato il 18-06-2019

Sviluppare un dispositivo per diagnosticare il cancro al seno grazie all’analisi di una goccia di sangue: questo l’obiettivo della ricercatrice Marianna Rossetti

Una goccia di sangue per la diagnosi precoce del tumore al seno

Con circa 50mila nuove diagnosi l’anno soltanto in Italia, il tumore al seno rappresenta la prima causa di morte oncologica tra le donne. Individuare la malattia in fase iniziale e curarla prima che evolva in metastasi è di vitale importanza per sconfiggere la malattia. Una delle strategie più innovative per scoprire precocemente il tumore consiste nell’individuare i segnali rilasciati nel sangue dalle cellule tumorali. L’idea alla base di quest’approccio è semplice. Il tumore rilascia nel sangue dei marcatori specifici - frammenti di Dna, proteine o addirittura cellule intere - che possono essere individuati grazie a esami appropriati. Questi marcatori sono fondamentali per la diagnosi precoce, ma  non solo. Alcuni di questi possono essere usati per monitorare l’avanzamento della malattia e prevedere la risposta alle terapia. In questo filone di ricerca si inserisce il lavoro di Marianna Rossetti, biologa dell’Università di Roma Tor Vergata, sostenuta da Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto Pink is Good.


Marianna, vuoi dirci qualcosa di più sul tuo progetto?

«Certo: di recente il nostro laboratorio ha dimostrato che le cellule del cancro al seno rilasciano nel sangue delle piccole sequenze di Rna, chiamate microRna, che hanno un impatto significativo nello sviluppo del tumore stesso».

 

E quindi pensi di sfruttare questo segnale per monitorare la malattia?

«Esattamente. Il dosaggio dei microRna tumorali può essere utilizzato per valutare lo stadio della malattia e il rischio di metastasi e recidiva. Tuttavia, le metodologie a oggi disponibili per individuare queste molecole richiedono tempi di analisi molto lunghi, personale specializzato e strumentazioni costose».

 

Esiste un modo per aggirare questi ostacoli?

«La mia idea è di utilizzare le nanotecnologie a Dna per creare una sonda in grado di legare i microRna tumorali rapidamente e con una elevata affinità direttamente dal sangue. In altre parole, l’obiettivo è sviluppare un metodo economico, portatile e di facile utilizzo per la diagnosi e il monitoraggio del tumore tramite l’analisi di una sola goccia di sangue».

 

Quali nuove prospettive può avere la tua ricerca per la salute umana?

«A lungo termine, il mio progetto potrebbe portare allo sviluppo di dispositivi per l’autodiagnosi del cancro al seno e l’autovalutazione della risposta alle terapie, in maniera simile a quello che avviene oggi per il dosaggio del glucosio nell’automonitoraggio della glicemia. In questo modo, si ridurrebbero le disparità e le disuguaglianze nella cura del cancro dovute all’inadeguato accesso a diagnosi di alta qualità, aumentando la possibilità di sopravvivenza anche nei Paesi a reddito medio o basso».

 

Sei stata più volte all’estero per lavoro. Cosa ci puoi raccontare di queste esperienze?

«Ho trascorso un periodo di ricerca in Canada, presso l’Università di Montreal, e uno in California, all’Università di San Diego. Sono partita mossa dalla voglia di confrontarmi con nuove realtà, acquisire nuove conoscenze e migliorare il mio inglese. E non sono stata delusa: entrambe le esperienze sono un’importante occasione di crescita personale e professionale».

 

Prima del dottorato ti occupavi di valutazioni di impatto ambientale. Cosa ti ha spinto a lasciare il tuo lavoro per seguire la strada ricerca sul «bancone»?

«La mia è stata una scelta abbastanza combattuta. La paura di un futuro incerto, che inevitabilmente si associa alla figura del ricercatore in Italia, mi aveva portato a fare delle scelte lavorative che mi avrebbero garantito un po’ più di certezze per il futuro. Tuttavia, dopo cinque anni, il desiderio mai scomparso di ritornare al bancone a fare esperimenti ha avuto la meglio e così ho iniziato una nuova avventura». 
 

E oggi cos’è che ti motiva e ti spinge ad andare avanti?

«Il fine nobile della ricerca, quello che porta a lavorare per ampliare le conoscenze e la qualità della vita delle persone, senza fini meramente economici».

 

C’è un momento della tua vita professionale che ricordi con particolare affetto?

«Ricorderò sempre con piacere e gratitudine il giorno in cui il mio supervisore all’Università mi ha dato la possibilità di poter fare ricerca, accogliendomi nel suo laboratorio. Un altro momento che ricordo con grande gioia e soddisfazione è quando ho aperto l'email della Fondazione Umberto Veronesi che mi comunicava di aver ottenuto il finanziamento».

 
E qualcosa che invece ti piacerebbe cancellare?

«Non ho nulla da voler dimenticare, i fallimenti nella ricerca sono un’occasione di crescita, aiutano a restare umili e a capire i propri limiti».

 

Qual è l’aspetto del tuo lavoro che eviteresti volentieri?

«La pressione del “publish or perish” e la competizione malsana che porta alla non condivisione delle conoscenze».

 

Guardiamo al tuo mondo con uno sguardo più ampio: se ti dico scienza e ricerca, qual è la prima cosa ti viene in mente?

«Leonardo da Vinci, scienziato, inventore e artista, genio universale, il cui sapere spazia in tutti i campi.  In un periodo storico in cui la scienza era figlia esclusivamente di ragionamenti astratti, Leonardo ha sostenuto che per arrivare a conoscere gli universali era necessaria l’osservazione della realtà e la sperimentazione: un vero precursore del metodo scientifico».

 

Parliamo ora un po’ di te. Quali sono i tuoi hobby e le tue passioni?

«Mi piace viaggiare, leggere, andare al cinema, ascoltare musica e fare lunghe passeggiate».

 

C’è una cosa che vorresti assolutamente fare nella tua vita?

«Un lungo viaggio come quelli che compivano gli intellettuali nell’Ottocento, per conoscere nuove realtà e modi di vivere».

 

Prova a descriverti con tre pregi e tre difetti.

«Empatica, tenaceintraprendente. Testarda, facilmente irritabile e disordinata».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare?

«La mancanza di rispetto».

 

E se dovessi consigliarci un libro?

«Pastorale americana, un capolavoro della letteratura, duro e mai banale, pieno di compassione umana autentica, che insegna come nella vita tutte le certezze possono crollare».



Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza