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Vera Martinella
pubblicato il 11-05-2020

I bisogni dei malati reumatici dopo l’emergenza Covid-19



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Ai malati reumatici (non sarebbero più a rischio coronavirus) servono indicazioni chiare per tornare negli ospedali e ripristinare il rapporto con medici di base e specialisti

I bisogni dei malati reumatici dopo l’emergenza Covid-19

L’inizio della fase due dell’emergenza coronavirus è un passaggio delicato anche per milioni di malati cronici italiani che, per far fronte all’ondata che ha investito gli ospedali e lasciare posti ai pazienti più gravi di Covid-19, hanno visto rinviare esami di controllo, visite con gli specialisti e, in alcuni casi, anche le terapie non urgenti. Chi soffre di malattie reumatiche, inoltre, ha dovuto affrontare carenze di alcuni farmaci abitualmente prescritti (quali antimalarici e antinfiammatori) che sono entrati nei protocolli per il trattamento di polmonite da Covid-19. Un problema attualmente risolto, ma altri urgenti rimangono da affrontare per i quasi sei milioni di malati reumatici del nostro Paese. «Bisogna tornare a gestire in modo adeguato la cronicità del paziente con malattia reumatologica - sottolinea Silvia Tonolo, presidente dell’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR) -. È necessario utilizzare strumenti e nuove opportunità offerte dalla telemedicina. E se finora tutte le scelte sono state affidate alla discrezionalità del singolo specialista, vanno invece avviati percorsi uguali per tutti, che dovranno poi essere applicati nelle diverse regioni».

COME USARE GUANTI E MASCHERINE? 

L'IMPORTANZA DELLA DIAGNOSI PRECOCE

Le malattie reumatiche (ne esistono circa cento) sono molto differenti fra loro per frequenza, gravità, sintomi e cause. Colpiscono soprattutto le articolazioni, lo scheletro e l’apparato muscolare, ma a volte coinvolgono anche organi interni e altri tessuti. Si possono dividere in quattro categorie: malattie degenerative (come l’artrosi), infiammatorie (per esempio le artriti), autoimmuni sistemiche (anche definite connettiviti) e dismetaboliche (come la gotta), legate a errori del ricambio di alcune sostanze. «Subdole e silenziose, le malattie reumatiche consumano a poco a poco la cartilagine e i tessuti vicini senza dare inizialmente segni evidenti di sé - spiega Luigi Sinigaglia, presidente della Società italiana di Reumatologia (SIR) -. Artrite reumatoide, artrosiosteoporosi sono fra le più comuni, altre come il lupus eritematoso, la sclerodermia o alcune forme di patologie autoimmuni sistemiche più rare. Pochi e scarsi segnali d’allarme all’inizio. Poi, all’improvviso, compaiono i dolori articolari e le prime difficoltà nel movimento, che molte persone però trascurano a lungo». I primi sintomi possono essere difficili da interpretare. «Se non curate, molte di queste malattie possono portar progressivamente all’invalidità - prosegue Sinigaglia  -. Le cure però esistono e in questi ultimi anni si sono rivelate estremamente efficaci: per questo è importante individuare prontamente i sintomi che richiedono un approfondimento specialistico». I campanelli d’allarme che possono indicare la presenza di una patologia reumatologica e non vanno minimizzati sono: dolore e gonfiore alle articolazioni di mani e piedi, rigidità articolare mattutina, senso di spossatezza e stanchezza sproporzionati rispetto alle attività giornaliere, dolore lombare soprattutto notturno, cefalea e febbre persistente, sensazione di occhio o bocca secca, frattura ossea senza trauma e depressione del tono dell'umore.

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IL RUOLO DEI TEST SIEROLOGICI NELLA FASE 2

«I test sierologici, che potrebbero tornare utili nella popolazione in generale e nei malati reumatologici in particolare, sono una delle priorità della fase due - sottolinea Mauro Galeazzi, past president SIR -. Una volta individuati quelli più precisi, questi test potranno consentire di individuare i pazienti entrati in contatto col coronavirus e che presentano nel sangue anticorpi specifici. In questo modo potremmo dare risposte a diversi quesiti quali quello relativo al maggiore o minore rischio che ha il malato reumatologico nel contrarre l’infezione. Sarà anche interessante valutare il rapporto dell’infezione con le terapie che il paziente reumatologico sta facendo. Anche se evidenze scientifiche inequivocabili non esistono ancora, si sospetta che alcuni farmaci (tra i quali gli anti-Jack, clorochinici, colchicina e farmaci biotecnologici inibitori di interleuchina 6 e 1, anti TNF-alfa, ndr) possano essere utili nella prevenzione o nella cura di Covid-19». 


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Intanto sono disponibili i primi risultati del registro Covid-19 avviato dalla Società Italiana di Reumatologia. «Abbiamo raccolto dati su oltre 150 pazienti provenienti soprattutto dalle regioni settentrionali, quelle più colpite dall’epidemia - chiarisce Sinigaglia -. Da una prima analisi sembra che non ci sia una particolare predisposizione da parte dei malati reumatologici al contagio. E non si evidenziano nemmeno responsabilità dirette delle terapie biologiche, utilizzate per esempio nella cura dell’artrite reumatoide, nel favorire le infezioni. Queste due tendenze registrate in Italia sono in linea con quanto sta emergendo anche in molte altre nazioni. Bisogna comunque prevedere delle tutele sanitarie per pazienti immunodepressi in quanto presentano delle fragilità rispetto al resto della popolazione. Per i nostri pazienti mascherine e guanti sono ancora più indispensabili così come il rispetto delle norme per il distanziamento sociale».

AI MALATI SERVONO CHIAREZZA E RISPOSTE 

Il bilancio della prima fase di emergenza indica che alcuni problemi sono stati risolti: «Come Agenzia Italiana del Farmaco ci siamo mossi principalmente su due versanti - dice Pierluigi Russo, dell’Ufficio Valutazioni economiche e dell’Ufficio registri di monitoraggio dell'Aifa -. Il primo è stato quello di promuovere la ricerca scientifica attraverso un programma di valutazione centralizzato e rapido dei protocolli di sperimentazioni cliniche su potenziali trattamenti farmacologici del Covid-19. Il secondo è stato gestire la carenza o la temporanea indisponibilità di medicinali conseguenti al loro improvviso e diffuso impiego in pazienti col virus. Ciò ha riguardato anche diversi medicinali indicati in malattie reumatiche, ma dopo alcune settimane di difficoltà ora l’emergenza è rientrata in tutte le regioni». Conclude Tonolo: «Ora è il momento più opportuno per pianificare interventi per i milioni d’italiani colpiti da malattie reumatologiche, prima che si verifichi la temuta seconda ondata in autunno. Sono patologie sempre più croniche e che quindi hanno, per forza, bisogno dell’instaurazione un rapporto costante e diretto tra il paziente e il personale medico. Vogliamo sapere se e come possiamo recarci nelle strutture sanitarie per cure ed esami. E ci servono linee guida nazionali per le attività lavorative perché un numero sempre crescente di pazienti immunodepressi tornerà al proprio impiego nei prossimi giorni, magari in esercizi pubblici come ristoranti e negozi. La Conferenza Stato Regioni può avere un ruolo fondamentale. Come Associazione, siamo pronti a collaborare per avanzare proposte concrete che rispondano alle nostre esigenze».


Vera Martinella
Vera Martinella

Laureata in Storia, dopo un master in comunicazione, inizia a lavorare come giornalista, online ancor prima che su carta. Dal 2003 cura Sportello Cancro, sezione dedicata all'oncologia sul sito del Corriere della Sera, nata quello stesso anno in collaborazione con Fondazione Umberto Veronesi.


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