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L'esperto risponde

Serve davvero la stimolazione magnetica contro la depressione?

pubblicato il 06-12-2013
aggiornato il 05-01-2017

Risponde il professor Carlo Altamura, ordinario di Psichiatria all’Università di Milano e direttore della Clinica psichiatrica del Policlinico di Milano.

Serve davvero la stimolazione magnetica contro la depressione?

Sono depresso da una vita, ma di solito provando e combinando i vari antidepressivi ne venivo fuori. Adesso è un lungo periodo in cui niente riesce a sollevarmi. Il mio psichiatra vorrebbe sottopormi alla “stimolazione magnetica” inviandomi presso un reparto di psichiatria dove la fanno. Un po’ me l’ha spiegata, questa tecnica, e cercato di rassicurarmi. Intanto, dice, non ha niente in comune con l’elettrochoc (che pure, sostiene, è un’ottima terapia, oggi indolore), in quanto nella mia testa non arriverebbe alcuna corrente elettrica. Io sono confuso e dubito delle sue rassicurazioni. Posso avere da voi una spiegazione?

Tonino, Roma

«La stimolazione magnetica transcranica o Tms è una tecnica approvata dalla Food and Drug Administration per le forme depressive resistenti, come sembra il caso di chi scrive. Non è dunque uno strumento di prima scelta. Noi la impieghiamo con soggetti che non hanno risposte brillanti con i farmaci e, comunque, sempre associata ai farmaci.

E’ vero, nessuna corrente elettrica passa per la testa del paziente. Al quale viene messo, per esempio, un cerchietto di ceramica intorno al capo o coil, bobina, dove viene fatta circolare della corrente che crea un campo elettromagnetico. E questo stimola certe aree del cervello. Quel che ci interessa per la depressione è l’area frontale destra.

In tutto la seduta dura dieci minuti e se ne fanno 7-8. Il paziente non sente nulla, a volte può presentare un po’ di arrossamento al capo nella zona corrispondente all’area del cervello stimolata.

Abbiamo fatto la Tms anche in abbinamento con la risonanza magnetica che mostra la struttura del cervello e, con la brain navigation, la navigazione attraverso le zone cerebrali, permette di vedere dove esattamente va a colpire la stimolazione. Ed eventualmente può aiutare a correggere il tiro.

L’efficacia di questa terapia? Diciamo che i risultati sono discreti.

Come la Tms, oggi si impiegano, a parte l’elettrochoc, altre due terapie cosiddette “fisiche”: la stimolazione vagale e la stimolazione cerebrale profonda o Dbs.

La prima consiste nell’introdurre sotto cute, nel collo, un elettrodo posto sul nervo vago: è uno stimolatore continuo che va a stimolare certe aree cerebrali. Diciamo che è un antidepressivo portatile perché resta addosso al paziente, come accade per esempio con il pacemaker per il cuore. Il principio è lo stesso.

La stimolazione cerebrale profonda è un po’ più complessa perché l’elettrodo va messo dentro il cervello, quindi è necessario trapanare  il cranio. Sia questa tecnica che la vagale si fanno insieme con i neurochirurghi. Quel che si introduce, stabilmente, è un elettrodo sottilissimo, un sondino, che stimola il nucleo accumbens del cervello.

Questa tecnica ovviamente si impiega per forme molto gravi, quando la depressione resiste a tutto e non passa mai».


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