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Neuroscienze

Così si curano i traumi della guerra che sconvolgono la mente dei reduci

pubblicato il 30-07-2012
aggiornato il 17-01-2017

Un Osservatorio a Siena per le vittime del terrorismo e per i soldati in Afghanistan, ma anche per i “malati di terremoto”e altre catastrofi. I contorni di un danno psichiatrico poco conosciuto

Così si curano i traumi della guerra che sconvolgono la mente dei reduci

I veterani di guerra americani, gli ultimi ora reduci da Afghanistan e Iraq, si lamentano: la gente pensa che, colpiti dal Disturbo da stress post-traumantico (ptsd) per gli shock vissuti al fronte, siamo pericolosi. Così “bollati”,  succede che trovino più difficilmente lavoro e più difficilmente vengano accettati  nei college.

La lamentela, anzi meglio dire la denuncia di un pregiudizio diffuso, è comparsa in un articolo sul blog del Dipartimento che si occupa di veterani, in cui si sottolinea che una minoranza davvero esigua di reduci ha infranto la legge, ma poiché negli anni recenti solo l’1%  della popolazione Usa ha fatto il militare, troppi civili conoscono la realtà dell’esercito solo attraverso i titoli sensazionalistici.

Non lo dicono, ma il cinema non aiuta: da Taxi driver in poi i film hanno sfornato un’enorme collezioni di spostati da trauma bellico,  a cominciare dal Vietnam, e pericolosi.

DAL VIETNAM - Fu proprio in seguito ai disturbi mostrati da quei reduci che fu individuato, in psichiatria, il Disturbo da stress post-traumatico, comparso per la prima volta in testi scientifici nel Dsm III, la terza edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali del 1980.  Intanto, va detto, non tutti i giovani o meno giovani tornati dal fronte sono colpiti dal Ptsd, come non lo sono tutti i sopravvissuti a catastrofi tipo alluvioni, terremoti, incidenti aerei (e anche stupri, rapine e rapimenti), ma soprattutto la domanda è: chi ne soffre è una persona pericolosa?

IL TRAUMA E’ SEMPRE VIVO - «Mah, forse per se stesso. Verso gli altri è raro»,  dichiara perplessa Letizia Bossini,  psichiatra e psicoterapeuta dell’Università di Siena, qui interpellata in quanto referente per l’Osservatorio nazionale per la valutazione e la terapia del danno psico-sociale nelle vittime del terrorismo e nei loro familiari.

Per meglio collegarsi alla situazione americana parla subito di un nostro soldato tornato dall’Afghanistan dopo essere saltato in aria col suo mezzo e aver visto accanto a sé un compagno dilaniato. «E’ arrivato da noi dopo un anno e mezzo. Praticamente non dormiva mai: ogni notte riviveva quella scena e si svegliava urlando, durante il giorno al minimo rumore piombava dentro il flashback della stessa scena. Perché chi soffre di ptsd non ricorda: rivive il trauma che l’ha colpito, è ogni volta esattamente come allora».

LA COLPA D’ESSER VIVI - «La chiamiamo anche la “malattia dell’oblio perché non permette di dimenticare», aggiunge Massimo Casacchia che, in quanto titolare della psichiatria all’Università dell’Aquila, si è occupato del recupero psichico dei suoi concittadini vittime del terremoto dell’aprile 2009. Ed ha seguito come esperto in tribunale il caso di quattro ragazzi della Casa dello Studente rimasti per ore e ore intrappolati, in una stanza senza più pavimento e più scale, mentre sentivano le urla dei feriti e dei morenti del piano sopra al loro, crollato. «Dopo tre anni si rivedono ancora nitidamente lì, sempre lì, e hanno il rammarico di essere loro vivi e gli altri no. Come se si vergognassero»

«Sì, il senso di colpa per essere sopravvissuti è uno dei sintomi classici di questo disturbo», riprende Letizia Bossini. «Gli altri sono: ansia con uno stato d’allerta continuo, irritabilità, i flashback e il numbing. Che significa un appiattimento emotivo – molte coppie si separano –, un’anestesia per i sentimenti ma pure fisica: nel reduci dal Vietnam si constatò una soglia del dolore molto alta. Questi “numbizzati” hanno fondamentalmente un blocco del cervello fermo al momento del trauma. Questo blocco è anche neurobiologico: tanto che si vede con una risonanza magnetica funzionale e strutturale».

I “GAMBIZZATI” ANNI ’70 -   «Per fortuna la malattia non occupa tutto il cervello», interviene Casacchia. «Due dei ragazzi sono andati sì fuori corso ma hanno potuto laurearsi». Dei suoi concittadini dice che un 10% soffre ancora del disturbo con diversa intensità e che è diffuso un senso di sottile spiazzamento foriero probabilmente di depressioni anche a distanza di molti anni. Il tempo non è un buon medico in questo disturbo.

«Al nostro Osservatorio, che esiste dal 2003 e cui fa riferimento l’Associazione delle vittime del terrorismo», prosegue la dottoressa Bossini, «sono arrivate persone gambizzate o diversamente ferite negli “anni di piombo”, quindi 30 anni fa, e solo ora hanno avuto la diagnosi  per un vivere che loro credevano “normale” dopo quanto avevano passato. E dunque anche le terapie per “chiudere” il trauma».

Le cure consistono in speciali psicoterapie, classica la Emdr, che sta per eyes movement desensitization  and reprocessing, focalizzata a reintegrare la parte del cervello cognitiva, razionale, con la parte del cervello emotiva così da permettere di “elaborare” l’evento. Facendolo “passare”, diventare un ricordo.

L’IPPOCAMPO CRESCE - Letizia Bossini accenna anche alla exposure therapy, le tecniche di progressiva “esposizione” all’evento traumatico subito attraverso foto o filmati, per esempio. Complemento di queste cure, la terapia con gli psicofarmaci che, spiega la dottoressa Bossini, va a ristrutturare l’ippocampo che risulta ridotto in chi soffre di ptsd. E l’ippocampo gestisce una parte della memoria. Dopo un periodo lungo di terapia con antidepressivi e stabilizzatori dell’umore, si constata, che il volume dell’ippocampo è cresciuto.

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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