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Neuroscienze

La Legge Basaglia 40 anni dopo

pubblicato il 15-05-2018

La storia della Legge Basaglia e della malattia mentale in Italia rivisitata da tre grandi psichiatri che vissero quegli anni. Nel 1978 l'avvio di una rivoluzione non finita

La Legge Basaglia 40 anni dopo

«Ma no, ma no, i manicomi andavano chiusi, certo, ma ora è tutto un osanna per la legge Basaglia. Niente celebrazioni, via. Non è il caso. Perché il problema del malato mentale resta. Se un giovane diventa schizofrenico acuto che si fa? A chi si rivolge la famiglia?». Si occupa ancora con grande umanità da volontario dei malati mentali, ora che è in pensione, Annibale Crosignani, che fu primario di psichiatria all’Ospedale Le Molinette di Torino negli anni ruggenti e contestatari attorno alla cosiddetta Legge Basaglia. In realtà legge 180, approvata il 13 maggio 1978. Quarant’anni fa. E lui, Crosignani, fu uno tra i davvero pochi psichiatri favorevoli. Anzi, aveva già cominciato a liberalizzare il "suo" manicomio nel ’68.

MALATTIA MENTALE: «LA SITUAZIONE ANDAVA CAMBIATA»

«Mi impegnai con tutte le forze, la situazione andava cambiata. Avemmo contatti con Franco Basaglia e abbiamo aiutato per far nascere la legge. C’erano contrasti: Basaglia non voleva il Tso, cioè il trattamento di ricovero obbligatorio in casi gravi, né voleva dei repartini negli ospedali civili». Che cosa proponeva? «Mah, era vago – risponde Crosignani -, diceva: la società si prende cura del malato, voleva dire l’ambiente, il gruppo. Insomma…Per fortuna prevalse l’intesa Dc e Pci che approvarono una legge meno ideologica e più concreta. Noi fummo contenti. Finalmente noi psichiatri entravamo in ospedali civili con un reparto nostro, soprattutto entravamo nella vera medicina. Aggiungo che, chiudendo i manicomi, cambiava la vita difficile dei pazienti, ma pure quella di medici e infermieri».

MANICOMI: «CHIUDERE FU SACROSANTO. MA SI FECERO DANNI ALLE PERSONE»

Sempre in Piemonte incontriamo Angelo Pezzana che, da radicale, si impegnò in una raccolta di firme per la chiusura dei manicomi prima della legge, che quindi salutò con gioia salvo poi… «Ero consigliere regionale e finì che dovetti occuparmi solo della 180 per tutto il tempo», racconta. «Vennero da me almeno una decina di famiglie disperate: chiuso il manicomio gli era tornato in casa il figlio o marito o moglie malato psichiatrico, anche violento, e non sapevano che fare, dove mandarlo dove chiedere aiuto». Sospira Pezzana. «Chiudere è stato sacrosanto, e per le migliori intenzioni. Però si è guardato soprattutto all’ideologia e si è data poco importanza ai fatti. In questo modo si fecero danni alle persone. Pronti, si chiude, liberi tutti: chi aveva una famiglia dove rifugiarsi meno male, ma tanti altri o rifiutati dalle famiglie o senza parenti vagarono finendo o sotto i treni o giù dai ponti o assiderarsi d’inverno. Fu una strage silenziosa. Mi rivolsi agli psichiatri della Regione: fate qualcosa, mettete su delle strutture. E in effetti con l’apporto di Dc e Psi vennero create delle strutture di accoglienza, quasi delle pensioni con il sostegno sanitario, qui in Piemonte».

I DESAPARECIDOS

Quelli che sparirono per la rapida chiusura dei manicomi (fu quasi un blitz, commentò stupito lo psichiatra Giovanni Jervis) senza che fossero predisposti luoghi e terapie alternativi per ospitare questi malati “liberati”, con pietà e rabbia vennero soprannominati desaparecidos, mutuando il nome dalle vittime fatte sparire dalla crudele dittatura del generale Videla che vigeva allora in Argentina. «Nel 1985 ci mettemmo a fare la conta dei desaparecidos», interviene il professor Crosignani. «Di alcune centinaia, solo nella zona di Torino, non si è più saputo nulla. Il fatto è anche che gli epigoni di Basaglia (morto nel 1980) applicarono in modo talebano – in tal modo accordandosi con i conservatori – la legge 180. Un uso pessimo, ideologico».

OGGI I SERVIZI CI SONO MA SONO POCO FLESSIBILI

Prosegue Crosignani: «Perché la situazione si sanasse in modo decente ci sono voluti dieci anni, fino ai ’90, col sostegno di enti caritatevoli e di associazioni varie. Ora c’è il servizio di salute mentale, ci sono gli ambulatori ma sono burocratizzati. Come se gli ambulatori andassero bene uguali per tutte le specialità. Voglio dire che se uno ha il mal di cuore e gli fissi un appuntamento, verrà. Ma un malato mentale è diverso, non vuole venire o non è capace di venire. Le famiglie, poverette, li spingono, si sforzano: ma ha senso che il medico, lo psichiatra, lo aspetti tranquillamente al suo tavolo alla tal ora? Questa è burocratizzazione del servizio che non tiene conto della malattia reale. E’ triste».

L'ANTIPSICHIATRIA

«La malattia mentale non esiste» è la frase che da Gorizia e poi Trieste, dove fu direttore, è giunta fin qui come il verbo di Franco Basaglia. Un suo grande collaboratore prima, poi in parte contestatore, lo psichiatra Giovanni Jervis testimonia dal suo ultimo libro, essendo deceduto nove anni fa, che Basaglia non disse né mai pensò questo. L’ultimo volume di Jervis, che fu poi docente alla Sapienza di Roma dopo gli anni goriziani, si intitola, non certo a caso, La razionalità negata quando il volume cardine di Basaglia si chiama L’istituzione negata. E rende conto di quel che fu l’antipsichiatria di quegli anni. Appartenne più ai seguaci di Basaglia, tra cui c’era chi si vantava di non conoscere la psicopatologia, cioè la base della psichiatria medica, però di guardare ai sintomi “sociali”, e qualcun altro che definiva un malato mentale “un soggetto rivoluzionario”. Niente di questo in Basaglia, scrive Jervis, ma alla fine antipsichiatria fu perché il suo ex maestro sostenne “un’opposizione globale e senza appello alla psichiatria…come teoria clinico-scientifica”.

Leggi il Decalogo dei diritti della persona malata con problemi psichiatrici (Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi)

UNA LEGGE NECESSARIA, MA ANCORA IN VIA DI ATTUAZIONE

«In realtà la legge 180 è ancora in via di attuazione oggi», afferma il professor Leo Nahon, già primario del Servizio di psichiatria all’Ospedale Niguarda di Milano dopo essere stato assistente di Franco Basaglia a Trieste nel 1973-76 e aderente a Psichiatria democratica. In che senso? «Nel senso che tuttora nei reparti psichiatrici presso gli ospedali civili si fa un uso eccessivo di chiusura di alcuni reparti e di mezzi di contenzione». Nahon non fa addebiti alla legge. Il suo parere favorevole di allora («furono pochissimi gli psichiatri favorevoli e altissimo il consenso sociale») resta immutato. Richiama che cosa c’era prima: «Si è passati da una legge del 1904 per cui chi era “pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo” doveva essere rinchiuso d’obbligo in un manicomio a una legge che considerava il ricovero soltanto se non vi erano altre possibilità di cura. E comunque la legge 180 fu un interessante compromesso tra il team basagliano e l’establishment accademico. Nello stesso anno fu, poi, approvata la legge 883 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale che ha recepito la legge sulla psichiatria». (Per dire la “densità” di quell’epoca: Moro fu ucciso il 9 maggio, la legge Basaglia fu approvata quattro giorni dopo, il 13, il 22 maggio fu promulgata la legge 194 su maternità e interruzione di gravidanza, mentre il Servizio Sanitario fu istituito in dicembre).

1978:  «QUASI 100MILA PERSONE NEGLI OSPEDALI PSICHIATRICI»

Leo Nahon sostiene che le nuove norme di cura dei malati mentali obbligarono gli psichiatri a riflettere sulle loro pratiche, sui vecchi sistemi, tuttora molto in uso, di pura custodia e contenimento, a guardare in modo diverso a quell’umanità che avevano intorno dentro le mura chiuse. «Nel 1978 erano  quasi 100 mila le persone ricoverate negli ospedali psichiatrici», continua. «E contro questa vasta realtà dimenticata si mossero per primi gli studenti, gli intellettuali. Tuttavia già negli anni ’50 moltissimi erano usciti dai manicomi per l’arrivo dei primi neurolettici (o antipsicotici) che liberarono molti da deliri e allucinazioni. Lo storico Largactil di Henri Laborit». Secondo Nahon, Franco Basaglia fu mosso alla rivolta più da medico o più da sensibilità sociale? «La molla prima per lui fu la condizione umana e civile di quella popolazione negata. E grazie a lui, oggi, l’Italia si trova in un condizione quasi unica, quasi la sola con i manicomi cancellati. Né in Francia, né in Inghilterra…». 

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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