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Neuroscienze

Le patologie da terremoto dall'Emilia a L'Aquila

pubblicato il 05-09-2012
aggiornato il 17-01-2017

I primi sintomi dopo il sisma: terrore o esaltazione, flashback sconvolgenti. L’intervento precoce degli psicologi per evitare il fissarsi del Disturbo da stress post-traumatico. Oggi nel capoluogo abruzzese ne soffre il 7-8 % della popolazione. E i giovani bevono e “fumano” di più. Ma c’è anche chi sta meglio di prima

Le patologie da terremoto dall'Emilia a L'Aquila

Nel terremoto dell’Emilia per ora nessuno risulta colpito dal Disturbo da stress post-traumatico (Dspt), quella patologia psichiatrica che nasce dai grandi traumi e che, non curata, insegue ancora qualche italiano gambizzato dal terrorismo 30 anni fa o i famosi veterani Usa del Vietnam. «Ma non risulta soltanto perché questo disturbo si struttura da 3 a 6 mesi dopo il trauma e il nostro terzo “compleanno” sarà il 29 agosto, ricorrenza del terribile 29 maggio che, a differenza della prima scossa del 20, ha portato i morti. E distruzione non solo di capannoni, ma anche di case vecchie di cinque anni. A quella data, praticamente in settembre, cominceremo a raccogliere i rilevamenti per il Dspt».

15 PSICOLOGI SOTTO GLI ALBERI -A parlare è Nora Marzi, psicologa dalla prima ora sul campo anche perché lei stessa abita lì, «in una casa fortunatamente non caduta», responsabile dell’Area Nord dell’Azienda sanitaria locale di Modena, con 200mila abitanti che comprende nomi tristemente divenuti noti: Carpi, Mirandola, Finale Emilia. Con i 15 psicologi alle sue dipendenza, anche quelli rimasti senza tetto, hanno dato subito inizio a interventi psicosociali sulla popolazione allo scopo di prevenire il fissarsi del Disturbo da stress post-traumatico. «Abbiamo seguito 1.500 persone e tutto è stato fatto sotto gli alberi, per fortuna il tempo ci ha aiutato», ricorda ridendo la Marzi. Pericolo sventato per queste persone? «Non si può dire, - è la risposta. – L’intervento precoce è efficace, lo si è visto anche all’Aquila, ma l’esito non è garantito per tutti». Nora Marzi racconta dall’inizio il manifestarsi delle reazioni al terremoto. Dal professor  Massimo  Casacchia, ordinario di psichiatria all’Università dell’Aquila, ci faremo descrivere gli esiti lasciati nel tempo, tre anni dopo.

SINTOMI DA SHOCK - Subito, a livello fisico, molti manifestano disturbi del sonno, dell’alimentazione, iperattività, calo delle risposte immunitarie quindi una maggior facilità ad ammalarsi. Gioca anche lo stress  da promiscuità, venti sfollati in una tenda. A livello emotivo, la dottoressa elenca shock con scatti di rabbia e improvvise chiusure, paura, disperazione, insicurezza. «Ma su tutto prevale la confusione mentale data dal non capire, dal non poter realizzare quanto è accaduto. Vi sono dei pensieri intrusivi, come dei flashback continui del terremoto in atto, che irrompono mentre la persona parla, pensa. E gli occhi, gli occhi spaventati, mente dialogano con te, è come se fossero fissi dentro quell’immagine, il muro che si sbriciola, il rumore dei crolli… E’ lì che occorre intervenire subito psicologicamente, ma non si tratta di psicoterapie. Bisogna aiutare a liberare il cervello da questo pensiero-immagine, le persone hanno bisogno di “scaricare” il racconto per poter ritrovare in sé energie positive».

IMPROVVISE CADUTE - «Non deve ingannare il primo momento», interviene il professor  Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Ausl di Modena, «perché in molti nelle ore e nei giorni seguenti al disastro vi è una prima “fase eroica”, in cui prevalgono altruismo e ottimismo, quando non euforia (“l’importante è essere vivi”) , a volte anche un rifiuto risentito di qualsiasi aiuto psicologico (“vi sono molti altri che hanno più bisogno”), seguita poi dalla “fase della disillusione” con sentimenti di frustrazione rabbia»,

A volte a far scattare quest’improvvisa caduta può essere un fatto minimo, accorgersi per esempio di aver perso una certa catenella quando a crollare è stata tutta la casa. D’un tratto, allora, possono subentrare depressione o attacchi di panico. In questi casi, dice Nora Marzi, al sostegno psicologico si unisce l’intervento degli psichiatri con i farmaci.

Per alcuni servono anche psicoterapie individuali: «Usiamo la psicologia cognitiva-comportamentale – continua la dottoressa Marzi - oppure facciamo interventi di Emdr (da eyes movement desensitization and reprocessing), una tecnica che usa i movimenti oculari o tattili per impedire la fissazione del pensiero su certi vissuti negativi. E’ un metodo impiegato per le grandi catastrofi, è stato usato anche dopo il terremoto dell’Aquila».

IL TERREMOTO DELL’AQUILA - Ed eccoci proprio sullo scenario dell’Aquila dopo tre anni dal terremoto - 6 aprile 2009 la data scolpita nella mente di tutti gli abitanti  – a colloquio con il professor Massimo Casacchia, psichiatra anch’egli fin dalla prima ora sul campo con i suoi assistenti. Centro operativo non sotto gli alberi, questa volta, ma sotto una tenda. Tre anni dopo la catastrofe, qual è lo strascico lasciato? Partiamo dal Disturbo da stress post-traumatico. «Nei primi due anni si registrava un tasso del 20% tra la popolazione, uno su 5», racconta il professore. «Ora la quota è del 7-8%, non troppo alta se si considera che 3-4% è il tasso tra la popolazione normale. A questi vanno aggiunti il 30-40% degli abitanti che hanno solo una parte dei sintomi del Dspt».

NOSTALGIA DEL FUTURO - Piuttosto, col centro chiuso, gli aquilani dispersi in 19 newtowns, si assiste all’avanzare di una «psicopatologia della normalità»,  a una crescente «nostalgia del futuro mancante», una visione frantumata del mondo che possono essere l’anticamera della depressione. «C’è un profondo bisogno di ristrutturazione cognitiva, di ripristinare l’ordine, la consequenzialità del pensiero», continua Casacchia. «E si è visto che di grande aiuto può essere “scrivere il racconto”: così, come una sorta di auto-medicazione spontanea si è diffusa la “scrittura emotiva”  con 70 libri pubblicati  sul terremoto, tra diari, romanzi, riflessioni, denuncia, da chi ha vissuto il sisma. A questo si aggiungono l’apertura di centinaia di web-blog e più di 8.800 video caricati e condivisi su Youtube . Per non parlare dell’aumento vertiginoso di Facebook per ritrovarsi, comunicare. Il gruppo, la comunità aiutano. Si constata anche un aumento della partecipazione alla cosa pubblica».

I GIOVANI SMARRITI - Ma c’è pure chi fruisce di tutti questi mezzi, ma non vi trova soluzione al trauma e alle sue conseguenze. «C’è molta preoccupazione per la salute mentale e fisica dei giovani. Nel centro, nella “zona rossa” disabitata, con tutti i palazzi puntellati, il giovedì e il sabato sera  migliaia di giovani si danno appuntamento lì al buio e vanno su e giù nella città morta. Bevono e fumano. Tra i ragazzi aquilani è aumentato del 30% il consumo di alcol e più largo è il ricorso alla droga, alla cannabis».

QUALCUNO ORA E’ PIU’ FORTE - Per finire, però, Massimo Casacchia ha in serbo una notizia positiva: «Si riscontrano anche molti casi di resilienza, quella capacità sempre più sotto studio da parte degli psichiatri che consiste nell’uscire da traumi e dure prove integri o addirittura rafforzati. Ebbene,  all’Aquila abbiamo verificato diversi resilienti, persone che si sentono più vigorose, pronte a nuove sfide e maggiormente attenti agli altri. In molti è cresciuta anche una spiritualità più profonda».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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