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Oncologia

Chirurgia «focale» per il tumore della prostata: di cosa si tratta?

pubblicato il 18-10-2018
aggiornato il 29-10-2018

Nei prossimi anni si potrà intervenire in maniera mirata sulle forme localizzate della malattia, per avere meno effetti collaterali e un rischio più basso di progressione della malattia

Chirurgia «focale» per il tumore della prostata: di cosa si tratta?

Candidata a diventare un'alternativa alla sorveglianza attiva, la chirurgia «focale» rappresenta un'ulteriore opportunità per trattare quei pazienti colpiti da un tumore della prostata localizzato che non crea particolari preoccupazioni. L'ipotesi è stata illustrata nel corso dell'ultimo congresso della Società Italiana di Urologia (Siu), ma con una precisazione: la sua disponibilità in Italia non si registrerà (in maniera diffusa) prima del 2020. Un'informazione doverosa, per non generare false aspettative nei pazienti. In un futuro prossimo, però, il ventaglio terapeutico già disponibile per trattare i tumori della prostata a basso rischio di progressione potrebbe arricchirsi di una nuova soluzione.

TUMORE DELLA PROSTATA: QUANDO
SI PUO' EVITARE L'INTERVENTO? 

QUALI BENEFICI DALLA CHIRURGIA «FOCALE»?

La metodica, oltre a determinare l'asportazione immediata del tumore, riduce in maniera significativa il rischio di dover intervenire negli anni successivi su una forma più avanzata della malattia. A ciò occorre aggiungere - dettaglio non trascurabile, per una neoplasia che nell'uomo ha lo stesso impatto che il tumore al seno ha sulla donna - la drastica riduzione degli effetti collaterali: incontinenza ed eiaculazione precoce, difficili da evitare nel momento in cui si asporta completamente la ghiandola (a cielo aperto, in laparoscopia o col Robot). Questo perché il ricorso alla chirurgia «focale» non prevede l'escissione completa della prostata, da cui hanno origine le due problematiche che incidono sulla qualità della vita dei pazienti. Ma soltanto la rimozione dell'area colpita dal tumore. Ecco spiegato perché, una volta a regime, l'opportunità potrà essere condivisa tra l'urologo e il paziente soltanto se ci si troverà di fronte a una malattia allo stadio iniziale e a lenta progressione.


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IN COSA CONSISTE L'INTERVENTO?

Selezionato il candidato ideale, colpito da una malattia poco aggressiva (stadi T1 o T2) presente soltanto in uno dei due lobi della prostata, gli si inietta endovena una sostanza (appartenente alla classe delle porfirine) che, assorbita dalle cellule tumorali e attivata da un laser a bassa potenza, ne determina la morte: causando il rilascio di una forma tossica dell'ossigeno e determinando una occlusione dei vasi sanguigni che alimentano il tumore. «In questo si può agire esclusivamente sull'area colpita dalla malattia e preservare il tessuto sano circostante», chiarisce Giuseppe Morgia, direttore del dipartimento di urologia del policlinico di Catania. Da qui l'opportunità di non intaccare la funzionalità minzionale ed erettile, anche se i pazienti trattati sono obbligati a rimanere protetti dalla luce (artificiale e solare) per un giorno dopo l'intervento. Un passaggio obbligato, per evitare l'«attivazione» della sostanza in altri distretti del corpo. 

IL CONFRONTO CON LA SORVEGLIANZA ATTIVA

Questa tecnica, secondo gli esperti, offre al paziente sensibili vantaggi: la durata limitata dell’intervento (90', in ambulatorio), la diminuzione degli effetti collaterali, il rapido recupero post-operatorio e della funzionalità prostatica e sessuale. Ma perché un paziente candidabile alla sorveglianza attiva dovrebbe optare per una soluzione che, per quanto meno invasiva, rende comunque necessario il ricorso alla chirurgia? «Il primo confronto tra le due metodiche ha evidenziato una riduzione del successivo sviluppo di tumori di grado superiore, attestata dalle biopsie condotte sui pazienti - aggiunge Morgia, che è anche responsabile scientifico della Siu -. Se all'incirca un paziente su due che opta per la sorveglianza attiva finisce per operarsi nei 4-5 anni successivi, i primi dati ci dicono che questa percentuale è dimezzata (1 su 4, ndr) se si opta subito per un intervento che risulta ben tollerato dai pazienti».


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IN ITALIA SE NE PARLERA' DAL 2020

In Italia, come testimonia il Programma Nazionale Esiti del Ministero della Salute, il numero di interventi per il tumore della prostata è in calo dal 2012. Segno, con ogni probabilità, di un approccio meno interventistico rispetto alle forme localizzate della malattia. Ma dalla comparazione effettuata in uno studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista The Lancet Oncology, è emerso che la chirurgia «focale» potrebbe essere più utile (rispetto alla sorveglianza attiva) per «controllare» la progressione della malattia. L'utilizzo del laser è stato approvato in oltre 31 paesi dell'Unione Europea, oltre che in Israele. In Italia - nel corso del congresso gli urologi hanno assistito al primo intervento effettuato in Italia, al policlinico Sant'Orsola di Bologna - è in corso l'arruolamento anche di pazienti a rischio intermedio, per uno studio di fase 2. L'opportunità dovrebbe concretizzarsi in tutti i centri specializzati entro il 2020.
  

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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