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Oncologia

Per la prostata meglio la chirurgia robotica o tradizionale?

pubblicato il 02-11-2016
aggiornato il 07-11-2017

Il confronto fra chirurgia robotica e a cielo aperto finisce per ora in parità. Gli esperti su The Lancet: più del mezzo conta il rapporto di fiducia con l’urologo

Per la prostata meglio la chirurgia robotica o tradizionale?

Il tumore della prostata è meglio rimuoverlo per via tradizionale o ricorrendo alla chirurgia robotica? La domanda è tra le prime che da almeno tre lustri pongono gli oltre trentacinquemila uomini che ogni anno scoprono di avere il tumore più diffuso nel sesso maschile. Finora le risposte sono state controverse: da una parte gli urologi tradizionalisti e più parsimoniosi, dall’altra la schiera dei votati all’innovazione. Oggi, in realtà, la scienza dice che non esistono particolari differenze a tre mesi dall’intervento. L’esito del confronto a tre mesi dall’intervento è stato riportato nelle scorse settimane sulla rivista The Lancet.

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CONFRONTO IN PARITÀ

Il primo confronto randomizzato mirato a comparare gli esiti della procedura chirurgica tradizionale con quelli derivati dalla chirurgia robotica s’è dunque concluso con un risultato di parità. Tre mesi dopo l’intervento, tra gli uomini operati per l’asportazione di un tumore della prostata localizzato non è emersa alcuna differenza: in termini di qualità della vita, preservazione della potenza sessuale e della continenza, radicalità dell’intervento. Le conclusioni, essendo state tratte a tre mesi dall’intervento, necessitano però di un’ulteriore conferma a lungo termine: anche per comparare le eventuali differenze in termini di sopravvivenza alla malattia. A condurre la ricerca sono stati alcuni specialisti australiani del Royal Brisbane & Women’s Hospital, che tra il 2010 e il 2015 hanno selezionato 326 uomini a cui era stato appena diagnosticato un tumore della prostata localizzato.

La metà di essi è stata sottoposta all’intervento per via tradizionale (con asportazione della ghiandola a cielo aperto), la restante parte è stata trattata con il Robot Da Vinci, il cui utilizzo rappresenta un’evoluzione delle tecniche laparoscopiche introdotte già a partire dagli anni ’80. Risultato? A tre mesi dall’intervento, i pazienti non mostravano differenze significative, in primis nello stato di avanzamento della malattia. I pazienti sottoposti alla chirurgia a cielo aperto sono rimasti ricoverati più a lungo, ma senza perdere alla fine più giorni di lavoro. Maggiori anche le quantità di sangue perse durante gli interventi, sebbene non si siano mai rese necessarie delle trasfusioni. «La nostra sfida è quello di dimostrare che una simile innovazione sia sicura e conveniente sul piano economico», ha scritto Ara Darzi, chirurgo all’Imperial College di Londra, in un commento pubblicato a latere della ricerca.

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PER QUALI INTERVENTI SI UTILIZZA IL ROBOT?

Il confronto s’è reso necessario anche perché negli ultimi anni l’impiego della chirurgia robotica è andato crescendo. L’urologia, con la chirurgia della prostata e del rene, è il settore di punta, in questo senso. Seguono la ginecologia, la chirurgia toracica e la chirurgia generale. Negli Stati Uniti ormai l’85 per cento degli interventi di asportazione della prostata viene effettuato con il Robot (2474 gli esemplari attivi). In Europa non si raggiungono gli stessi tassi di diffusione, ma quando un urologo comunica a un paziente l’eventualità di essere operato per via mininvasiva, la sua reazione è spesso scontata: via libera all’innovazione. La scelta, come dimostra lo studio, non assicura una migliore riuscita dell’intervento. Ma in compenso ha finora rappresentato una fetta cospicua della migrazione sanitaria, con un inevitabile aggravio in termini di spesa.

«La macchina costa da 1,5 a 2,7 milioni di euro e per ogni intervento la Regione rimborsa fino a un massimo di cinquemila euro (tranne in Toscana e in Veneto, dove l'importo è pari a 8200 euro, ndr): una cifra inferiore al reale costo dell'operazione col Robot e sufficiente invece a coprire i costi di un intervento effettuato a cielo aperto», fa i conti Vincenzo Mirone, primario del reparto di urologia al Policlinico Federico II di Napoli, che nel corso dell’ultimo congresso della Società Italiana di Urologia ha tracciato una mappa dei Robot Da Vinci presenti in Italia. Il totale fa 81, più della metà dei quali (43) sono attivi negli ospedali del Nord (21 in Lombardia), 11 in Toscana, 9 tra Puglia e Campania, nessuno in Molise, in Calabria e in Sicilia. «Servirebbe una migliore distribuzione, mentre non è ipotizzabile al momento aumentarne il numero. Visti i costi, per rendere l’investimento sostenibile si dovrebbero poter sostenere almeno 350 interventi all’anno».

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COME FUNZIONA IL ROBOT DA VINCI?

Il Robot utilizza una videocamera 3D che, una volta entrata nell’addome, ingrandisce il campo operatorio di dieci volte. In questo modo il chirurgo può osservare la lesione pur avendo realizzato soltanto un paio di fori sulla parete addominale del paziente. La videocamera è collegata a uno dei quattro bracci sul Robot, mentre gli altri tre sono collegati agli strumenti chirurgici necessari durante l'operazione. Il chirurgo è in sala operatoria, ma è lontano dal paziente e controlla dalla consolle i bracci robotici per eseguire l'operazione. La conclusione dei ricercatori è chiara: «Per il momento la scelta dovrebbe dipendere dal rapporto di fiducia che ha con il chirurgo e non dalla metodica operatoria disponibile». 

@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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