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Oncologia

Tumore della prostata: l’ansia spinge a scegliere la cura più aggressiva

pubblicato il 19-04-2017
aggiornato il 26-06-2017

Dopo la diagnosi, gli uomini opterebbero per chirurgia e radioterapia. In molti casi a basso rischio, invece, la scelta migliore per il tumore della prostata è la sorveglianza attiva

Tumore della prostata: l’ansia spinge a scegliere la cura più aggressiva

L’ansia provocata da una diagnosi di tumore della prostata può giocare brutti scherzi. Nella fattispecie, spingere gli uomini a scegliere una cura più aggressiva di quanto ritenuto necessario dall’urologo, col rischio di tirarsi addosso pesanti effetti collaterali non obbligatori e quindi inutili. A condurre l’indagine per quantificare il fenomeno è stata la dottoressa Heather Orom dell’Università di Buffalo (Usa) coinvolgendo 1.531 pazienti che avevano ricevuto di recente una diagnosi di cancro della prostata, clinicamente localizzato, vale a dire che non si era diffuso in altre parti del corpo. Per dare un’idea del dubbio sotto esame, la dottoressa Orom fa un esempio: «L’angoscia può convincere uomini con un cancro alla prostata a basso rischio a scegliere l’intervento chirurgico invece della sorveglianza attiva».




QUANDO OPTARE PER I CONTROLLI

La sorveglianza attiva consiste nel monitoraggio del tumore della prostata a rischio di progressione basso e molto basso attraverso il dosaggio del Psa, la visita e la ripetizione periodica delle biopsie. Il presupposto su cui si basa la “sorveglianza attiva” è che l’evoluzione dei tumori a rischio basso e molto basso è così lenta che, pur evitando o rinviando il trattamento, è possibile salvaguardare la sopravvivenza. La ricerca di Buffalo è stata pubblicata sul Journal of Urology ed è partita con la valutazione da 0 a 10 dello stress emotivo di ciascun partecipante subito dopo aver sentito la diagnosi e, di nuovo, dopo che avevano fatto la loro scelta terapeutica.


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L’ANSIA FA PREFERIRE L’INTERVENTO

«Subito dopo la diagnosi l’agitazione dei pazienti faceva intuire che la scelta sarebbe stata per l’intervento chirurgico e non la “sorveglianza attiva”», hanno scritto i ricercatori. «E, fatto importante, questa idea dominava anche gli uomini a basso rischio per i quali la sorveglianza attiva è davvero l’opzione da preferire, tanto più che permetteva forse di evitare gli effetti collaterali dell’intervento chirurgico o la radioterapia». E’ il caso di ricordare che la chirurgia e la radioterapia tra i possibili effetti collaterali includono la disfunzione erettile, l’incontinenza urinaria, il sanguinamento rettale o urinario. «Per la maggioranza degli uomini con diagnosi di tumore alla prostata a basso rischio - sottolineano ancora i ricercatori - questi effetti sono evitabili scegliendo la sorveglianza attiva per monitorare la malattia e tenendo presenti i trattamenti curativi solo nel caso che il cancro progredisca. Vanno informati a fondo. Non vogliamo che i pazienti facciano una scelta di cui prima o poi si pentiranno», conclude la dottoressa Heather Orom.


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CONVIVERE BENE COL TUMORE

Lara Bellardita, psicologa del programma prostata dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, riporta la su esperienza: «I nostri specialisti propongono la sorveglianza attiva dal 2005. Da subito abbiamo avviato una ricerca sulla qualità di vita dei pazienti in sorveglianza attiva e abbiamo dimostrato e pubblicato diversi articoli tra il 2014 e il 2016, anche in collaborazione con altri ricercatori a livello internazionale, che convivere bene con un tumore che non fa soffrire è possibile per la grande maggioranza dei pazienti. E che solo nove pazienti degli oltre 800 inclusi nel nostro protocollo sono usciti dalla sorveglianza per ansia».




SENTIRSI ACCOMPAGNATI 

Continua la dottoressa Bellardita: «La proposta della sorveglianza attiva viene da noi fatta durante la visita multidisciplinare con la presenza di un urologo, un oncologo radioterapista e di uno psicologo, illustrando un percorso ben strutturato e sistematico, che fissa a priori tutti i controlli clinici e bioptici. Le nostre ricerche continuano a evidenziare che anche dopo anni dall’entrata in sorveglianza, i pazienti si adattano molto bene a convivere con la diagnosi di un tumore che non dà dolore. Il fatto importante è che si sentono compresi e accompagnati nel loro dilemma decisionale e, una volta scelta la sorveglianza, vedono davanti a sé un cammino ben tracciato e controllato». Conclude la psicologa dell’Istituto dei Tumori: «In questo scenario di presa in carico globale della persona, il nostro team multidisciplinare offre anche eventi informativi e psico-educazionali dedicati ai pazienti e ai loro familiari per sostenere i primi a mantenere intatta la qualità di vita e per promuovere negli altri la tranquillità nell’accompagnamento dei loro familiari».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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