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Oncologia

Melanoma, rischi più alti se ci si ammala in gravidanza

pubblicato il 09-03-2016
aggiornato il 07-11-2017

Il melanoma è più aggressivo nelle donne incinte (colpa degli squilibri ormonali?). Importante pensare alla prevenzione in ogni fase della vita

Melanoma, rischi più alti se ci si ammala in gravidanza

Melanoma, chi lo sviluppa durante o subito dopo una gravidanza incorre in una probabilità più alta di dover affrontare la forma più aggressiva della malattia. È quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Cleveland Clinic e pubblicato sul Journal of the American Academy of Dermatology che riporta a galla il tema della prevenzione fin dalla più giovane età.

 

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MALATTIA PIU’ AGGRESSIVA IN ETA’ FERTILE

I ricercatori, preoccupati dal raddoppio delle diagnosi registrato oltreoceano negli ultimi trent’anni (11.300 quelle formulate in Italia nel 2015, il 20 per cento in pazienti con meno di quarant’anni), hanno analizzato tutti i dati relativi alle diagnosi di melanoma registrate tra il 1998 e il 2012 in 462 donne con meno di 49 anni. Tra queste, 41 avevano scoperto la malattia nel corso di una gestazione o entro un anno dalla sua fine. Dal successivo confronto dei dati - con dei follow-up condotti a tre e a cinque anni dalla diagnosi - è emerso che chi era incappato nella malattia durante o nel primo anno successivo a una gravidanza aveva sviluppato con maggiore frequenza delle metastasi. Più alti, tra queste donne, risultavano anche i tassi di recidiva entro sette anni e di morte. Da qui la deduzione: un melanoma sviluppato in età fertile (soprattutto a ridosso di una gravidanza) è più aggressivo rispetto alla stessa malattia che può insorgere più in là con gli anni. Nessun rischio aggiuntivo, invece, per il feto.

MELANOMA: COME RICONOSCERE UN NEO SOSPETTO?

SOLTANTO COLPA DEGLI SBALZI ORMONALI?

Le conseguenze del melanoma diagnosticato durante la gravidanza sono indagate da anni. Finora le conclusioni di otto diversi studi e di una metanalisi erano state abbastanza rassicuranti: l’attesa non aveva alcuna influenza sulla prognosi della malattia. Adesso lo scenario rischia di cambiare. Secondo Brian Gasman, prima firma della pubblicazione e direttore dell’unità di chirurgia del melanoma della Cleveland Clinic, «ad aggravare le conseguenze della malattie potrebbero essere i cambiamenti ormonali e la difesa ridotta assicurata dal sistema immunitario che si registrano nel corso della gravidanza». Ipotesi non nuova, in realtà, ma che manca delle dovute conferme esistenti invece per altre malattie oncologiche (tumore al seno e alle ovaie).


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INDICAZIONI UTILI

Come comportarsi, allora, di fronte a una donna incinta che scopre di avere un melanoma? «Se la diagnosi è effettuata nel primo trimestre, l’intervento viene rimandato - dichiara Paolo Ascierto, direttore dell’unità di oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli -. Dal quarto mese in avanti si può asportare chirurgicamente la malattia. Mentre per la terapia farmacologica, se in presenza di metastasi, occorre attendere il parto. Ecco perché spesso in queste donne viene indotto a partire dal settimo mese, cercando di salvaguardare anche la salute del neonato». Non è la gravidanza a far venire il melanoma. Piuttosto questa particolare fase della vita può accelerare un processo già in atto. Se a scoprirsi ammalata è invece una donna in età fertile, ma che non ha ancora avuto figli, «consigliamo sempre di aspettare almeno due anni dalla fine delle terapie per rimanere incinta - prosegue Ascierto -. È in questo arco di tempo che la malattia presenta il più alto tasso di recidiva». Quanto ai controlli, nessuna specificità (rispetto al resto della popolazione). Basta una visita nel corso della gravidanza, oltre al rispetto delle solite indicazioni di prevenzione: non esporsi mai al sole (né nelle ore centrali delal giornata) senza una protezione adeguata sulla pelle, indossare indumenti di cotone a trama fitta, cappelli e occhiali da sole, filtri solari con un fattore di protezione adeguato, evitare (o ridurre al minimo) l’impiego di lampade e lettini abbronzanti, effettuare con regolarità una visita dermatologica e tenere sotto controllo le macchie delle pelle e i nei.

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LE SPERANZE AFFIDATE ALL’IMMUNOTERAPIA

Tra tutti i tipi di tumori della pelle, il melanoma è quello meno diffuso, ma anche il più pericoloso perché può crescere velocemente e invadere anche i tessuti circostanti (negli under 30 è la prima causa di morte per malattia oncologica). Le ultime ricerche confermano l’importanza della prevenzione a partire già dall’adolescenza, quando ci si inizia ad esporre al sole e si dovrebbero evitare le radiazioni ultraviolette emesse dalle lampade abbronzanti. Quanto alla cura di questo tumore, in nove casi su dieci risulta efficace la sola asportazione del neo. Ma se il melanoma è scoperto in ritardo, può essere molto aggressivo (colpa delle metastasi). In questo caso il presente e il futuro sono affidati all’immunoterapia: più efficace se combinata. Il recente approccio di cura agisce in maniera “indiretta”: non puntando direttamente al bersaglio, ma stimolando il sistema immunitario a combattere il tumore. «Il 70,7 per cento dei pazienti trattati col nivolumab (l’arrivo del farmaco per la cura del melanoma in Italia è imminente, ndr) è vivo a un anno e, dato ancora più rilevante, il 57,7 per cento a due anni dalla diagnosi - chiosa Ascierto -. Si tratta di un risultato straordinario, mai raggiunto in precedenza e impensabile prima dell’arrivo di queste terapie, visto che la sopravvivenza mediana in stadio metastatico era di appena sei mesi».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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